Il ciclismo africano ha storie da raccontare e un futuro da conquistare.

 

Moravia, assiduo visitatore del continente nero, sosteneva che “l’Africa è il più bel monumento che la natura ha eretto a se stessa”. Parafrasando Moravia, si potrebbe dire che l’Africa è il più bel monumento che il ciclismo ha eretto a se stesso. È una delle ultime possibilità che ci vengono concesse di rivivere un ciclismo che molti di noi hanno potuto soltanto apprezzare nelle parole e nei ricordi degli altri, una certa idea di ciclismo destinata a scomparire sotto l’impulso apparentemente inarrestabile del futuro e della tecnica.

Non ci saranno più strade sterrate e biciclette senza freni, corse che iniziano senza che si conosca la località di arrivo e traguardi che vengono cambiati e scambiati a gara in corso. Non ci saranno più organizzazioni così magnanime da accettare anche chi si presenterà in ritardo, a patto che i colpevoli si schierino in fondo al gruppo, e non ci saranno più nemmeno squadre che si perderanno o che ritarderanno: è il trionfo della tecnologia, il margine d’errore ridotto all’osso, non si potrà più sbagliare. E non ci saranno più corridori o intere compagini che si aggregheranno durante la corsa, rendendo vano qualsiasi sforzo di stilare un ordine d’arrivo che possa servire da riscontro con la lista dei partenti: gli arrivati sono molti di più rispetto ai partiti.

©Tour du Rwanda

Il ciclismo africano è un’irripetibile galleria di ritratti. Joseph Areruya, ad esempio, corre nella Delko Marseille e ha un soprannome evocativo: Alleluia. Piatto preferito: occhi di capra. Segni particolari: ventitré anni, una vittoria di tappa al Giro d’Italia dei dilettanti nel 2017 e, un anno fa di questi tempi, un bagno di folla che lo attendeva all’aeroporto di Kigali per festeggiare la sua vittoria alla Tropicale Amissa Bongo. Lo fecero sfilare per la città: il suo mezzobusto sbucava da una jeep nera e persino il capitano della nazionale di calcio del Rwanda, il paese di Areruya, gli rese omaggio promettendo ai tifosi che la squadra si sarebbe ispirata a lui.

Joseph Biziyaremye, invece, si è guadagnato l’immortalità grazie ad un colpo di genio: chiamare suo figlio Alberto Contador Biziyaremye. Uno dei più attesi e seguiti è Jean Bosco Nsengimana, un nome che non fa una grinza, sonorità e pastosità si fondono fino a perdersi. Dopo il successo nell’edizione 2015 del Tour du Rwanda, Nsengimana non ha più trovato il giusto colpo di pedale: nono, quarto, diciottesimo. Nessuno dei suoi avversari, però, può permettersi di sottovalutarlo. È stato, per anni, un tassista ecologico: nel senso che portava in giro chiunque lo pagasse facendolo accomodare sul retro di un carretto a pedali che alimentava lui stesso. La necessità permette di attingere a scorte invisibili a occhio nudo.

©Tour du Rwanda

Chi segue da vicino l’evoluzione del ciclismo africano si dice sicuro delle qualità dei migliori esponenti. L’essenzialità che, per diversi e ovvi motivi, sono costretti a rispettare, torna comoda in sella ad una bicicletta. In Rwanda, per dire, di macchine ce ne sono poche e questo significa una sicurezza stradale tutto sommato diffusa e una frequentazione della bicicletta che inizia fin dalla tenera età. Com’è facilmente immaginabile, non ci sono né fast food né particolari tentazioni culinarie.

In più, Il Rwanda è un paese prevalentemente montuoso: secondo Wikipedia, l’altitudine media è di millesettecento metri. I ritiri che in Europa vanno calendarizzati e organizzati, in Rwanda rappresentano la normalità. I ciclisti africani si fidano talmente tanto del loro corpo da approfittarne. L’opinione comune è che, se imparassero a restare al coperto, prendere le ruote giuste e pedalare in gruppo, la loro presenza diventerebbe un problema per gli europei. Forti e resistenti, emergono alla distanza: classiche e grandi giri strizzano loro l’occhio senza nessun ritegno.

Uno dei più accaniti sostenitori e fautori del movimento ruandese è Jonathan Boyer, il primo corridore australiano a partecipare ad un Tour de France. Era il 1981 e nel 1983 chiuse al dodicesimo posto. Dopo una condanna per molestie su minori e la detenzione in un istituto di pena, gli è stata offerta la possibilità di ricominciare da capo in Rwanda. Lo ha fatto e adesso è una delle voci più affidabili. Racconta che il ciclismo africano sta crescendo alla velocità della luce, che molti ragazzi sono in contatto con realtà europee che hanno già messo loro gli occhi addosso e che se c’è un paese del continente nero in grado di ospitare i campionati del mondo, quello è il Rwanda.

©Tour du Rwanda

Lo strappo di Kigali, uno dei passaggi più spettacolari del Tour du Rwanda, è il Muur, come lo chiamano laggiù: è in pavé ed è estremamente ripido . Ci sono persone ovunque: a bordo strada, sui muretti, sugli alberi, sui tetti delle case. Il riferimento, peraltro mai nascosto, è il Tour de France. L’organizzazione del Tour du Rwanda sa che una tappa fondamentale nel processo di crescita è quella dell’imitazione, e allora fa di tutto per adattare i fasti della Grande Boucle alla nazione che ospita quella che Marco Pastonesi definì “la corsa più pazza del mondo”. Il leader indossa la maglia gialla, la prima giornata è dedicata al prologo e gli sconfinamenti sono frequenti: da Kigali a Parigi ci sono novemilacinquecento chilometri soltanto sulla carta.

È impossibile parlare del Rwanda senza accennare al genocidio che, ormai venticinque anni fa, decimò la popolazione. Perpetrato da una consistente fetta di Hutu, si protrasse dall’aprile al luglio del 1994 e causò la morte di centinaia di migliaia di Tutsi, l’altra grande etnia del paese. Una sorte analoga toccò anche agli Hutu più moderati. Le cifre sono agghiaccianti nella loro discordanza: si va da un minimo di cinquecentomila persone a un massimo di un milione.

Adrien Niyonshuti, uno dei ciclisti ruandesi più talentuosi della passata generazione, perse praticamente tutta la famiglia. Adrien e Niyonshuti sono due nomi: sembra che i cognomi, da quelle parti, non esistano. “Niyonshuti” significa “Dio è amico” e nei giorni del massacro il ragazzo ha finito per crederci: una cinquantina di suoi parenti, tra i quali anche fratelli e sorelle, vennero gettati in un pozzo. Lui si salvò rimanendo nascosto in un pertugio, zitto come se non fosse successo nulla. Alle Olimpiadi di Londra il portabandiera del Rwanda era lui: Adrien Niyonshuti.

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Il Rwanda attuale, comunque la si metta, è figlio del genocidio del 1994. Come sottolinea Sophie Ibbotson su adventure.com, il 60% della popolazione ruandese è nata dopo il massacro. E gran parte di questo 60% è accomunato dalla data di nascita: il primo gennaio. C’è una spiegazione logica e drammatica dietro questa curiosità: gli uffici, in quei mesi di delirio e confusione, persero i certificati di nascita e non si curarono di prepararne di nuovi. Così, per sbrogliare la matassa, venne simbolicamente scelto il primo gennaio di ogni anno.

Come racconta Marco Pastonesi su “Il Foglio”, “Valens Ndayisenga è nato il primo gennaio del 1994, lo stesso preciso giorno-mese-anno in cui è venuto alla luce Jean-Claude Uwizeye. Invece, il primo gennaio del 1988 è nato Joseph Biziyaremye, il primo gennaio del 1993 Jérémie Karegeya, il primo gennaio del 1996 Joseph Areruya e Ephrem Tuyishirmire”. Le testimonianze di quei cento giorni sono sul muro del Kigali Genocide Memorial, dove sono riportati i nomi delle vittime, uno per uno. Oppure, sono i silenzi di chi ha visto e non parla, i singhiozzi di chi trova la forza e il coraggio di ricordare, i sorrisi innocenti e colmi di santa voglia di vivere di bambini soli, senza una famiglia sulla quale poter contare.

Il Tour du Rwanda 2019 durerà una settimana: da domenica ventiquattro febbraio a domenica tre marzo. Sarà un’edizione importante: promossa di categoria dall’UCI, la corsa viene adesso inquadrata come una 2.1, senza dimenticare i quasi ventimila metri totali di dislivello e la presenza della tappa più lunga della sua storia, duecentotredici chilometri da Huye a Rubavu.

©Tour du Rwanda

Lo scorso anno trionfò Samuel Mugisha, ventuno anni compiuti un paio di mesi fa. Intervistato dopo la cerimonia di premiazione, non le mandò a dire al mondo del ciclismo. “Vincere il Tour du Rwanda è uno sprone e niente più”, precisò. “Voglio dimenticare prima possibile la soddisfazione che sto provando in questo momento, così potrò tornare a lavorare duro per il mio futuro. Questa non è la corsa dei miei sogni”.

Noi europei siamo fortunati: spulciando in rete, un modo per seguirla possiamo trovarlo. I ruandesi, invece, dovranno sperare nella benevolenza delle emittenti locali: in molti fecero notare che trasmettere le tappe avrebbe significato un notevole calo della produzione perché i ruandesi avrebbero lasciato perdere il lavoro incollandosi alla televisione. Se dovesse andargli male, gli toccherà usare l’immaginazione, tuttora la facoltà più importante dell’essere umano.

 

Foto in evidenza: ©Tour du Rwanda

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.