È di Roglič la prima maglia rosa del Giro d’Italia 2019

Bologna la grassa” cantava Guccini, i Nabat la definivano laida. Quella vissuta da Fiabeschi, Pentothal e Zanardi ha invece il disegno di notti lisergiche. Quella attraversata dalla cronometro del Giro è una macchia rosa, lunga ottomila metri, che si espande e suggestiona. Suggestiona l’inserviente in stazione che ci dice che a fine turno prenderà la sua bicicletta e con alcuni colleghi scalerà il San Luca, suggestiona il ragazzino che si ferma tutto il giorno ad osservare i lavori di allestimento in Piazza Maggiore.

Bologna è grassa, laida, lisergica, tumultuosa, è stata ferita ed è risorta. Ha il suo accento e la sua cucina. È stata sede di arrivo della prima tappa del primo Giro, quando il diavolo rosso Gerbi abbandonò ogni velleità di vittoria dopo qualche centinaia di metri: era il 1909. Quel giorno si partì da Milano alle tre di mattina, i primi arrivarono al traguardo verso sera sotto il diluvio. Ora è pomeriggio e splende il sole, la città viene tagliata in due da corridori tirati a lucido che sembrano dei caccia fatti di carne e ossa mentre sfrecciano su bici che anticipano il futuro.

Gli hotel sostituiscono fiori rossi e gialli, con fiori rosa, e mentre il cielo si apre squarciandosi d’azzurro, Dumoulin rompe la lunga attesa. Non c’è più tempo per improvvisare, eccolo scendere dalla pedana: parte il Giro. Il suo profilo è orientale, le labbra carnose, il pensiero va alla prima maglia rosa, ma gli andrebbe bene anche l’ultima a Verona. Deve fare i conti con altri centosettantacinque corridori, ma in realtà quello della classifica generale è un club riservato a pochi intimi.

È una crono corta, ma brutale che scuote i polmoni e la classifica. La prima parte scivola via in un baleno, il vento a favore rende più dolce un esercizio adatto a giganti e macinatori, ma appena iniziano i duemilacento metri della salita finale, i corridori diventano piccole lumache colorate distanziate di una manciata di metri l’una dall’altra.

Alcuni si arrampicano a fatica come Magni nel 1956 quando salì sul colle di San Luca con una clavicola fratturata, stringendo una camera d’aria con i denti. Altri sono a loro agio come Primož Roglič: arrivato come favorito, stampa già la sua affilata impronta sul profilo di questo Giro. Nibali va forte, chiede rispetto, sorprende, conosce la salita e la gestisce, Dumoulin è più contratto e perderà anche dal siciliano. López saltella sulle dure pendenze del Colle della Guardia ed eguaglia il tempo dell’olandese; Majka ha la luna giusta, Landa e Zakarin sono invece compassati e finiscono lontani. Simon Yates pedala forte, Geoghegan Hart va meglio di Sivakov, mentre Formolo, Caruso, Mollema e Pozzovivo accettano la sfida degli specialisti e si difendono.

Ci sono poi quelli che conservano la pedalata pensando alla durezza delle prossime tre settimane e si tirano fuori dalla contesa: velocisti, gregari, cacciatori di tappa, pedalatori per i quali da domani varrà ogni intuizione.

Mentre noi sadicamente li osserviamo uno ad uno fino a Salvatore Puccio, l’ultimo a partire, i corridori passano e non hanno modo di apprezzare la folla che li circonda o interesse nel contare i diabolici seicentosessantasei archi del porticato che costeggia la salita. Sono soli e hanno facce con strutture peculiari, come quella con gli occhi a mandorla del giapponese Nishimura, ultimo in classifica e fuori tempo massimo a quasi cinque minuti da Roglič. Nel 2007, Katsuhiro Otomo, uno dei più famosi illustratori del suo paese, seguì il Giro dalla prima all’ultima tappa e dai suoi disegni fece due libri. Chissà oggi come avrebbe ritratto il suo connazionale, la grassa Bologna, la sua macchia rosa, Pentothal e Zanardi, l’aspro San Luca o l’incontrollabile agilità con cui Roglič, in pochi minuti, ha messo a ferro e fuoco la prima tappa del Giro d’Italia.

Foto in evidenza: ©Claudio Bergamaschi

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.