Vincere la Vuelta a España 2019

La vittoria di Roglič, l’epifania di Pogačar, fughe e tanto altro.

 

 

Si è conclusa ai primi sentori del tramonto di domenica 15 settembre la settantaquattresima edizione 2019 della Vuelta a España, con i suoi 3290,7 chilometri. Sul podio finale, nella città di Madrid, sono saliti Primož Roglič, vincitore in maglia rossa, Alejandro Valverde, secondo classificato a 2’33”, Tadej Pogačar, terzo classificato a 2’55”.

Questione di classifica

©Pack del Toro

Suonano ancora fresche alla memoria le dichiarazioni dello sloveno Roglič quando, a Salinas de Torrevieja, durante la conferenza stampa inaugurale de “La Vuelta” qualche giornalista gli ha fatto notare che sarebbe stato il favorito numero uno.

 “So che molti mi considerano il favorito, in realtà non so se lo sono davvero. Una cosa è certa: arrivo qui bene e non guardo ai rivali. Penso solo a me stesso e ho una grande squadra, io conto su di loro e sono sicuro che non mi deluderanno dando il massimo. […] spero solo di essere al mio miglior livello in questo momento per la Vuelta. La strada me lo dirà presto”.

Una risposta lucida, distaccata. Nessun entusiasmo di particolare rilievo. Roglič è un classe 1989, a ottobre compirà trenta anni ed è nel pieno della maturità atletica. Non facciamoci ingannare: è il ciclismo d’oggi che ha iniziato a usare termini iperbolici per giovani ragazzini caricandoli solo di aspettative spesso nocive per il futuro.

Tornando indietro negli anni e consultando gli annali risulta di tutta evidenza come molti campioni siano esplosi proprio tra i ventotto e i trent’anni. Un punto di inizio, insomma. Condotta di gara brillante: mostro a cronometro e per nulla cedevole in salita. Alejandro Valverde, invece, il discorso età lo accantona in partenza. Sulla breccia sin da giovanissimo ha vinto quasi tutto, l’anno scorso la perla del mondiale. In questa Vuelta è stato un fantasista per vocazione e dovere: Nairo Quintana, quarto a Madrid, ha adottato la solita condotta di gara sorniona, aspettando gli errori degli altri e inventando i colpi migliori in tappe a lui non adatte. Non è possibile correre così in particolare con le carenze che il colombiano ha da sempre. Parliamo di quelle contro il tempo: se a cronometro accusi tre minuti dal tuo principale rivale non puoi aspettare le sue mosse, devi anticiparle.

La Movistar piazza inoltre Marc Soler nei primi dieci: non crediamo di errare dicendo che, per quello che si è visto, un Marc Soler senza ordini di scuderia da rispettare avrebbe potuto fare molto meglio. Il suo modo di arrampicarsi in salita resta l’enigma dello scalatore puro.

Tadej Pogačar è l’ideale prosecuzione di ciò che di buono sta facendo Roglič. Ma è anche un avvertimento. È vero che è giunto terzo sul podio di Madrid, è un dato assodato che è stato miglior giovane, è realtà anche che ha vinto tre tappe a neanche ventuno anni e non succedeva dal 1978 di Saronni al Giro d’Italia. Ma è prima di tutto reale la sua carta di identità: 1998. L’anno di nascita. Se vogliamo custodire il suo talento e lasciare che possa essere motivo di diletto e passione ciclistica per molti altri pomeriggi estivi dobbiamo eliminare ogni esasperazione. Lasciarlo crescere in tranquillità, essendo pronti a comprendere gli aspetti umani prima che ciclistici che una personalità in sviluppo propone.

Miguel Ángel López chiude quinto non senza rimpianti. La corsa nella prima settimana era saldamente nelle sue mani: giusto lasciare la roja e con essa il compito di manovrare il plotone ad altri atleti ma bisogna essere ben consapevoli di come recuperarla. L’Astana ci ha provato. Non ha sonnecchiato. Ma invano. Non c’è stato un solo momento in cui la leadership di Roglič è sembrata vacillare. Per meriti dello sloveno e per demeriti altrui: del resto se è vero che il corridore della Jumbo Visma è migliorato in salita è altrettanto vero che non sarà mai López, Valverde o Quintana. Anche al Giro d’Italia Roglič aveva mostrato ottimi segnali ma Carapaz lo aveva abilmente infilato nella sua rete. Non è solo questione di provare, quello è un dovere. È questione di provare nei modi e nei tempi giusti: quattro minuti di ritardo non si possono di certo recuperare con un’imboscata nelle ultime frazioni.

La nostra idea la sapete: il risultato conta ma non è tutto. Per questo giudichiamo impalpabili le prove di Rafal Majka, Wilco Kelderman e Mikel Nieve. Ci hanno abituato a ben altro nei loro momenti migliori e il centrare una top ten a “La Vuelta” non può essere una buona scusa per non rischiare l’attacco. Se non si rischia è perché mancano le gambe, ma questo è un altro discorso. È invece buona la prova di Carl Fredrik Hagen, ex talento dello sci di fondo norvegese, che al suo primo Grande Giro, se la gioca con i migliori: è un piacere vederlo. Sulla stessa linea di crescita si inserisce anche il giovane Sergio Higuita che pur non centrando  la sperata piazza nei primi dieci ha conquistato una frazione a Becerril de la Sierra e ha coniugato in modo equilibrato la volontà di dare spettacolo con quella di puntare a un buon piazzamento finale. Forse la giovane età lo ha ingannato in alcuni frangenti ma ci sarà modo di rifarsi. Indubbiamente miglior elemento della Education First Drapac: team sfortunato e profondamente condizionato dall’incidente di Urán nella prima settimana di corsa.

 

La caratterizzazione della fuga e la prevedibilità della volata

©Bisikletta, Twitter

Partiamo dai dati: ventuno tappe, di cui due a cronometro. Le fughe che hanno centrato il colpo grosso sono state ben dieci. C’è voglia di provarci e possibilità di riuscirci. La fuga è sperimentazione e speranza di ritrovarsi. Lo sa bene Ángel Madrazo che in fuga ha trascorso gran parte della sua corsa. Per provare a vincere una tappa, ci è riuscito all’Observatorio Astrofísico de Javalambre, e per detenere e portare a Madrid la maglia a pois. In quest’ultimo caso è stato superato dal collega francese Geoffrey Bouchard: nessuna frazione conquistata ma una tenacia e una resistenza davvero ammirevoli. Basti pensare che nonostante i chilometri di fuga sia molti per entrambi, Bouchard ha rifilato più di trenta punti di distacco a Madrazo nella classifica finale degli scalatori.

Attraverso la fuga hanno sorpreso anche Sepp Kuss, ventiseienne statunitense di belle speranze, un ritrovato Jakob Fuglsang dopo la sfortuna degli ultimi tempi, Mikel Iturria, basco nella terra dei baschi, il francese Remí Cavagna e Jesús Herrada. Non possiamo certamente parlare di sorpresa, o almeno non in questo senso, per Philippe Gilbert ma anche lui è stato attore protagonista nelle fughe di questa Vuelta. La sua sorpresa è declinabile nella meraviglia. Due frazioni vinte per distacco. Ma anche qui conta il modo: Gilbert in questo assomiglia a Valverde. Non si accontenta di vincere, anche se col suo palmarès potrebbe farlo, ma prova a stupire, a sorprendere. Gli spettatori e gli avversari che talvolta si guardano sorpresi e increduli. L’ultima volta a Guadalajara.

 

La volata è invece l’elemento della velocità. Dovrebbe essere sorpresa costante, l’attesa stracciata da un soffio di vento e da uno sferragliare di ruote e qualche grido. Il fenomeno è lo stesso, del resto volata è volata, ma la percezione cambia. Gli attori non sono molti. Per questo forse l’adrenalina, almeno del pubblico e dei commentatori, non è la stessa. Sono invece agevolati coloro che danno quote per scommettere. Se non c’è fuga dal rimescolarsi del gruppo o esce Sam Bennet o Fabio Jakobsen. Un’equa ripartizione tra Olanda e Irlanda dei chilometri orari più incontrollati e incontrollabili: quelli dei watt, quelli dello sprint.

 

Parlando di azzurri: un omaggio alla coerenza

©Fabio Aru, Twitter

In teoria nessuno dovrebbe essere sorpreso. Non siamo partiti con grandi aspettative a questa Vuelta e ne usciamo a mani vuote. Succede, è già successo e probabilmente succederà ancora. Invece no. Invece i mancati risultati azzurri hanno rubato titoli e pagine di giornale anche alla bellezza di gesti atletici come quello di Pogačar a Cortals d’Encamp. Ora: le cose che non vanno sono da segnalare e chi racconta un fatto giornalisticamente ha questo preciso dovere. Altro discorso è che bisognerebbe farlo sempre e per tutti e non a macchia di leopardo per assecondare le golosità dei lettori.

Fabio Aru non ha fatto bene, purtroppo, e va detto. Ma non ci si dimentichi di ciò che si era detto prima, altrimenti a trionfare è l’incoerenza che con la cronaca non ha nulla a che vedere. Aru ha subito un delicato intervento all’arteria iliaca dopo gravi problematiche lo scorso anno: di natura atletica ma anche e, forse, sopratutto psicologica. È tornato. Alcuni dicono abbia forzato i tempi. Può darsi, vedremo. Ha offerto buone prestazioni a Tour de France e Tour de Suisse. È andato male a “La Vuelta”. Si è ritirato. Voci dicono ci fosse anche un virus a influenzare le sue prestazioni.

Perché dopo mesi in cui tutti ci siamo affrettati a ribadire che serve calma nelle parole e nei giudizi, che con Aru si era esagerato prima in un verso e poi nell’altro, basta una prestazione negativa per rigettarlo dalle stelle alle stalle? È inutile interessarsi a un corridore quando è in crisi, predicare attenzione e poi agire così. Sono chiari sintomi di incoerenza, scarsa attenzione all’uomo dietro l’atleta e grande attenzione alla curiosità e golosità della gente che dalle storie negative è da sempre attratta. Agli uomini queste cose fanno male. E Aru è un uomo.

 

Il percorso e il pubblico

©Cycling Weekly, Twitter

La Vuelta vuole essere spettacolare. Questo lo abbiamo ribadito più volte e non serve ricamarci sopra. Un appunto però sì, serve farlo. La spettacolarità da chi è data? È solo un elemento a comporla? La risposta è negativa. Crediamo anche gli organizzatori de “La Vuelta” lo sappiano ma a giornate alterne se lo dimentichino. Il disegno della corsa spagnola mette in risalto questa linea di pensiero: si crede di esasperare lo spettacolo esasperando il percorso. Tre, quatto, cinque gpm con pendenze rigide in una sola frazione. Fino al nonsense delle tappe durissime con arrivo in pianura o in leggera pendenza. Scuola Tour? L’impennarsi della linea delle pendenze sulla planimetria non coincide sempre e per forza con l’esplosione dello spettacolo. Anzi. Sfinire gli atleti sin dai primi chilometri può voler dire l’esatto contrario. Questo ha ribadito ancora una volta la strada. Sarebbe il caso di ricordarselo.

In Spagna la passione ciclistica non manca e la capacità della terra ispanica di trasmettere entusiasmo è davvero rara. Tuttavia il pubblico sulle strade è stato disomogeneo: in alcune frazione persino l’arrivo visto dall’alto sembrava quasi svuotato. È un elemento strane che stride fortemente con l’ambiente. Forse influisce il periodo dell’anno in cui si corre la Vuelta: tra agosto e settembre. In parte in mezzo alle ferie estive e in parte agli albori della ripresa lavorativa. Anche vero, però, che il Tour de France cade a Luglio che per i francesi è mese di festa eppure le strade sono affollate. Il Giro cade a Maggio, mese lavorativo, ma i tornanti sono sempre assiepati. Forse è questione di affezione a una corsa. Di più: è questione del modo in cui una corsa si sforza, cambiandosi e rinnovandosi, di tenere viva l’attenzione sul proprio svolgimento. A voi le conclusioni, ovvie.

Foto in evidenza: ©Grischa Niermann, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/