Les Amis de Paris-Roubaix lavorano sulle crepe e sulle imperfezioni.

 

Vi sarà senza dubbio capitato, anche senza conoscerne il nome o le finalità terapeutiche, di imbattervi nell’arte giapponese del kintsugi. Letteralmente la traduzione che più si avvicina è “riparare con l’oro”, dal momento che la tecnica consiste nel prendere un oggetto rotto e tentare di trasformarlo in un oggetto diverso, meno canonico, con venature d’oro. Trattasi di una di quelle arti che riescono a catturare lo sguardo occidentale ma che, senza un’accurata immersione nel concetto di matrice giapponese, difficilmente plasmano la psiche del fruitore. Il kintsugi infatti nasce per lavorare sulla propria autostima, sul proprio essere “rotti”, materializzando il tutto con tazzine e piattini pieni di crepe ma non per questo meno belli.

Di certo l’arte del kintsugi non ha ispirato Les Amis de Paris-Roubaix; collegare delle tazzine giapponesi con le pietre sconnesse del nord della Francia è un esercizio piuttosto scivoloso e che, a prima vista, potrebbe lasciare il tempo che trova. Tuttavia, tenendo il fuoco su questa tendenza dell’uomo nel cercare costantemente di rimettere insieme i pezzi, si capisce come il modo di operare di questi benefattori del ciclismo sia in qualche modo “giapponese”. Le strade della Parigi-Roubaix non rispondono più a un’esigenza collettiva, bensì sono il teatro di un’Odissea su due ruote che ogni anno garantisce spettacolo per gli amanti del ciclismo e atroci sofferenze per i partecipanti (poi qualcuno vince, ma sono dettagli). Il compito, anzi la missione, degli Amici della Parigi-Roubaix è quella di lavorare sulle crepe, sulle imperfezioni, cercare di renderla qualcosa di nuovo, permettere alla corsa di essere più sicura per i ciclisti, ma facendo questo agiscono direttamente sull’oggetto della contesa. La Parigi-Roubaix ogni anno regala qualcosa di diverso, magari un dettaglio impercettibile, però mutando la natura dell’asfalto in qualche modo cambia anche la sostanza e questo rende, a tutti gli effetti, gli Amici della Parigi-Roubaix i veri artefici di una delle corse più elettrizzanti del panorama ciclistico mondiale.

Al lavoro nella foresta di Arenberg. (© https://twitter.com/A_ParisRoubaix)

Amore, non passione

Chi scrive ritiene di avere una serie di passioni, più o meno brucianti, tra le quali annovera anche il ciclismo. Ognuno può dare la definizione che preferisce del termine “passione”, così come ognuno può declinare come meglio crede il termine “amore”, trattandosi di concetti che pretendono una certa componente esperienziale e soggettiva e quindi non imbrigliabili in schemi universalmente validi.

Detto ciò, per quanto la passione possa essere inclusiva circa i comportamenti delle persone, a un certo punto questa categoria di pensiero sfocia nell’amore, ovvero quel sentimento che non ammette freni al suo espletamento. Jean-Claude Vallaeys era un parrucchiere francese, tempo imperfetto non perché è morto ma perché forbici e pettine non sono più la sua ragione di vita. Forse non lo sono mai stati, di certo la sua passione per Roubaix e per le sue pietre si è trasformata in un torrenziale amore che ancora oggi divampa nel sangue di quest’uomo. Nel 1966 fonda il Vélo-Club Roubaisien, poco più che una scuola di ciclismo per bambini, oggi diventata il cuore pulsante di tutto ciò che circonda la Parigi-Roubaix, compresa la corsa juniores (in calendario dal 2003) e una squadra Continental (la Roubaix Lille Métropole).

Albert Bouvet è nato nel 1930 a Mellé, un paesino che non arriva a settecento abitanti nel cuore della Bretagna. È morto nel maggio del 2017, in carriera ha fatto il ciclista, raccogliendo molti più successi su pista che su strada. Una volta sceso dal sellino è rimasto concentrato su quello che amava: non sulla sua passione, ma proprio sull’amore della sua vita. Non è chiaro e non è nemmeno rilevante se questo amore sia per ciclismo o per la Bretagna o per il Nord in generale, in ogni caso sarà proprio una sua frase a scoperchiare il vaso di Pandora. “Ben presto faremo la Parigi-Valenciennes”. Un commento laconico circa le tragiche condizioni in cui versavano i settori in pavé della Parigi-Roubaix. Apriti cielo.

In una vecchia intervista al giornale francese l’Humanité Jean-Claude Vallaeys è piuttosto lapidario su quello che rappresentano le pietre per lui e per la sua gente: “les pavés, c’est le Nord!”. Non ci sono gli Stark, non c’è la penna di George Martin, ma il tono della vicenda è lo stesso di Game of Thrones. Nel 1977, insieme ad Albert Bouvet, fonda Les Amis de Paris-Roubaix. Lo scopo dell’associazione è quello di salvaguardare il patrimonio storico di questo pezzo di mondo e allo stesso tempo promuovere eventi e manifestazioni che alimentino il mito delle pietre.

Senza “Gli Amici della Parigi-Rouabix” probabilmente non esisterebbe più questa corsa perché il progresso non concepisce un investimento in tempo e denaro per garantire la sopravvivenza di un tratto stradale anacronistico, lontano dalle esigenze contemporanee. Tuttavia, per quanto ai piani alti della catena decisionale si possa trascurare il problema, quest’ultimo diventa di attualità quando più persone si impegnano spontaneamente per risolverlo. L’amore cambia le regole del gioco, non si tratta di semplice retorica, bensì di una mobilitazione volontaria inspiegabile con altri termini del vocabolario italiano o di altre lingue parlate dall’uomo. Dal 2002 vengono coinvolte alcune scuole professionali di orticultura dove i ragazzi, invece che fare pratica in un parco, si mettono in gioco tra le pietre di Roubaix dando una grossa mano a tutti i volontari che ogni anno accorrono su queste storiche pietre per estendere la vita della corsa. Si lavora nei mesi caldi, si lavora nei mesi freddi, ma freddi per davvero, le temperature non sono amiche a queste latitudini; poi quando piove diventa tutta una fanghiglia, è difficile fare il chirurgo in queste condizioni, ma tant’è, amor vincit omnia.

Lo scorso anno il primo grande nome del ciclismo mondiale si è unito alla causa. John Degenkolb, vincitore della corsa nel 2015, è diventato ambasciatore dell’associazione. Quest’anno ha salvato la Parigi-Roubaix juniores. Gli sponsor erano arrivati fino a un certo punto, ma le aziende vogliono fare profitti, non beneficenza. Mancavano soldi, che nel giro di un paio di giorni hanno toccato i quindicimila euro, denaro sufficiente per permettere il regolare svolgimento della corsa. L’amore per le pietre, l’amore per la bicicletta, l’amore per la corsa, comunque la passione arriverebbe fino a un certo punto, decisamente inferiore rispetto all’impegno di cui stiamo parlando.

John Degenkolb ha vinto una Parigi-Roubaix e anche la tappa al Tour del 2018 che si concludeva a Roubaix. ( © flickr -https://www.flickr.com/photos/pelotonographer/)

Eredità e nostalgia

Hanno provato a utilizzarle come possibile spazio per ampliare la linea del TGV, i trattori e i mezzi agricoli spadroneggiano senza possibilità di accordo, i più sfrenati avventori requisiscono un pezzo di storia (s minuscola, è pur sempre ciclismo) manco fossimo a Berlino nel 1989 quando la Storia (adesso sì che è maiuscola) necessitava di cimeli. Sono circa settanta chilometri di pavé, percorsi magari non sempre, magari non tutti, ma parte integrante della gara dal 1896, anno della prima edizione.

La Parigi-Roubaix non è una corsa nostalgica, è una rappresentazione di qualcosa senza tempo, la parte più poetica di un’eredità del nord della Francia alla quale nessuno da quelle parti vuole rinunciare. Jean-Claude Vallaeys e Albert Bouvet, insieme a tutti coloro che ogni anno immettono fatica e sudore nel preservare questa corsa, non sono mossi dalla nostalgia. La nostalgia è quel sentimento che porta l’essere umano ad aggrapparsi a periodi della vita in cui, nella sua percezione, i momenti felici o anche solo sopportabili erano maggiori rispetto a quelli tristi e sconfortanti. Fa parte del gioco, ma per lo più è un sentimento che non porta da nessuna parte, non produce risultati concreti. Se il sentimento prevalente intorno alla Parigi-Roubaix fosse stata la nostalgia oggi la corsa non esisterebbe più.

Les Amis de Paris-Roubaix sono i custodi di un patrimonio che accende i cuori delle persone oggi come un secolo fa. Certo, quelle strade sono il portato di un tempo che (grazie al cielo) non c’è più, ma allo stesso tempo sono l’architrave sul quale si regge lo spirito del ciclismo duro e puro, perché per quanto il progresso tecnologico possa rendere questo sport meno logorante si tratta comunque di spingere un attrezzo con la sola forza delle gambe e dei polmoni per oltre duecento chilometri. Jean-Claude Vallaeys ha le idee chiare circa il significato di quelle pietre: “Il pavé è la testimonianza del coraggio. Il coraggio dei Nordisti”. Eredità, testimonianza, sono le parole chiave di una corsa che ha sfidato il tempo e ha vinto, non solo grazie alla sua unicità e perversa brutalità, ma per l’impegno nel modificare affinché la vera essenza rimanga intatta. Non è nostalgia, è presa di coscienza. La Parigi-Roubaix non può rimanere la stessa per decenni, la sua sopravvivenza è strettamente collegata al suo cambiamento nella forma. La sostanza, d’altro canto, è sempre quella, perfettamente immutata, legato di un’epoca che non esiste nel tempo ma alberga nelle testimonianze di chi la corsa l’ha disputata, l’ha vinta, l’ha osservata, l’ha studiata e ovviamente l’ha cambiata.

Ricordate il kintsugi? Ecco, la Parigi-Roubaix è qualcosa di rotto per definizione, qualcosa di diverso per necessità, qualcosa di bellissimo per vocazione. Les Amis de Paris-Roubaix lavorano sulle crepe, sulle imperfezioni, e per la gioia di chi scrive e di chi legge, continueranno a farlo, mantenendo gli occhi degli appassionati di ciclismo (e non solo) su quel lembo di terra sbagliato e allo stesso tempo così poetico.

Immagine in evidenza: Un tratto della Foresta di Arenberg, rifatto per il 2019 (© https://twitter.com/A_ParisRoubaix)