Campbell Flakemore, l’altro volto del ciclismo professionistico

Campbell Flakemore, ovvero quando il ciclismo diventa un sacrificio insopportabile.

 

 

«La mangi la sera prima della gara? Ah, allora buona fortuna per domani». A porre quella che potrebbe sembrare una domanda innocente è stato un signore francese, membro dell’organizzazione del Tour de l’Avenir, una delle corse più importanti per gli Under 23. Chi sta per mangiare qualcosa, nello specifico una crêpe con gelato e tanto sciroppo d’acero, è Campbell Flakemore, ciclista tasmaniano che dovrebbe essere al via della gara il giorno dopo insieme ai suoi compagni di nazionale. Proprio perché una domanda è innocente di solito è anche incosciente, ovvero non si sforza di comprendere qual è lo stato d’animo del proprio interlocutore. Dov’è che mangiare una crêpe diventa una vergogna? Quand’è che un atleta può essere infastidito dai giudizi di perfetti sconosciuti circa ciò che mangia? Domande più o meno pertinenti, in fondo il professionismo comporta tutta una serie di rinunce, anche legate alla privacy, che fanno parte del pacchetto, ma che allo stesso tempo non c’è scritto da nessuna parte che debbano essere digerite allo stesso modo da tutti gli atleti e le atlete.

Quindi Campbell Flakemore, uno dei ciclisti più promettenti del panorama ciclistico australiano, si è ritirato a soli ventitré anni perché un signore francese una sera gli ha fatto dubitare del suo impegno nell’attività agonistica? Certo che no, ma aiuta a comprendere una di quelle verità che non fanno tanto bene al business: nessuno reagisce allo stesso modo, nessuno sopporta la vita da professionista allo stesso modo, non esiste un modello capace di uniformare i comportamenti di esseri umani che si massacrano di fatica dalla mattina alla sera per avere forse una o due chance all’anno di raggiungere i propri obiettivi, perché si tratta di una scelta che non fa stare bene. Quando la propria passione diventa un lavoro, delle cose cambiano per forza e non sempre in positivo.

©StanleyStSocial, Twitter

Campbell Flakemore quella crêpe la stava già mangiando consapevole che la corsa dell’indomani sarebbe potuta essere l’ultima della sua breve carriera. Il ragazzo nasce nell’agosto 1992 a Hobart, una graziosa città portuale australiana, capitale dello stato della Tasmania. Il padre di Flakemore è un cicloamatore. Il figlio le prova più o meno tutte tra basket, football australiano, cricket, squash e calcio, soprattutto calcio. Entra a far parte delle nazionali giovanili della Tasmania (che essendo uno stato dell’Australia non ha una nazionale senior, ma svariate rappresentative giovanili), arriva fino all’Under 15, poi la passione di suo padre per la bicicletta lo porta a dare una chance alle due ruote. A sedici anni Flakemore inizia a pedalare sul serio, a venti è già terzo nella prova a cronometro dei campionati nazionali australiani, alla fine della stessa stagione vince la Chrono Champenois, una corsa a cronometro di un giorno che fa parte del circuito Continental, mettendosi alle spalle il connazionale Damien Howson, oggi alla Mitchelton-Scott.

La nazionale australiana ha probabilmente i migliori ciclisti da portare alle prova a cronometro Under 23 dei Mondiali di Firenze del 2013, ma tra Howson e Flakemore è il secondo quello sul quale sembra più sensato puntare. Quella mattina in Toscana Flakemore si sente al 100%, ha lavorato duro per l’assalto alla medaglia d’oro, ma dalla linea di partenza in poi va tutto storto. Nessuna caduta, nessuna foratura, nessun guaio meccanico: va semplicemente tutto storto. Lo stesso ciclista australiano non ha ancora trovato una risposta a quella giornata, ma la massima potenza sprigionata durante il percorso era di settanta watt inferiore rispetto alla performance di una settimana prima in Francia. La nazionale australiana se ne fa una ragione, Howson vince l’oro, per Flakemore un quarto posto che lui stesso definisce un mezzo miracolo, dal momento che mentre pedalava pensava che sarebbe arrivato ultimo. Quel giorno Flakemore deve essersi sentito per la prima volta un professionista, deve aver sentito la delusione di una sconfitta e la voglia di riscatto che lo hanno portato a prendere il suo cellulare e scrivere una nota: remember this day, ricordati di questa giornata. Era il favorito e ha perso: è una cosa che non deve più succedere.

Un anno dopo è con i suoi compagni al Tour de l’Avenir, il signore della creperia lo ha visto vincere la cronometro di apertura con la crêpe ancora sullo stomaco, la forma di Flakemore è di nuovo da titolo iridato.

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Questa volta siamo in Spagna, a Ponferrada, e questa è davvero la fine. Flakemore ha vissuto per due anni in Italia, la sua carriera ciclistica lo ha portato lontano dalla Tasmania, dove nel frattempo i suoi amici hanno iniziato l’università, hanno festeggiato i ventuno anni, stanno in qualche modo vivendo l’esperienza post-liceale che appartiene alla maggior parte delle persone che non scelgono di perseguire una carriera professionistica da teenager. Flakemore guarda tutto da lontano, pensava davvero che il ciclismo sarebbe stata la sua strada, ma le rinunce alle quali è chiamato non fanno parte del suo essere. Lui ama il ciclismo, ma gli mancano i suoi amici, la sua città, l’Australia; ha fatto vedere a quel signore francese che anche mangiando una crêpe può vincere una cronometro, ma che senso ha? Comunque dovrà rinunciare a tantissime crêpe, se continuasse per questa strada. Non ha senso, non sta bene. La nazionale australiana questa volta ha puntato tutte le fiches su di lui, ancora una volta nella prova a cronometro Under 23 si ritrova con i gradi di favorito e non concedersi un altro tentativo sarebbe un insulto a sé stesso e al duro lavoro portato avanti nell’ultimo biennio. A Ponferrada è pronto a dare tutto quello che gli resta, poi si può anche mollare il colpo.

Mancano tre giorni al Mondiale. Flakemore è nella sua camera d’albergo, il suo manager lo chiama al telefono e gli dice che la BMC ha pronto un biennale per lui: nel caso volesse firmare per una squadra del World Tour, ecco, potrebbe anche farlo. Nell’albergo a Ponferrada c’è anche Alex Clements, connazionale di Flakemore, che disputerà la prova in linea tra gli Under 23. Clements non ha il talento di Flakemore, ma aspetta una chiamata del genere da quando ha iniziato a pedalare. Un altro anno, il prossimo, un altro anno. Sembra paradossale, ma per quanto lavoro, dedizione e spirito di sacrificio ci sia dietro alla rincorsa di un risultato, alla fine si tratta sempre e comunque di speranza: di vincere una corsa, di firmare con una squadra professionistica, di diventare un ciclista. Per Clements quella chiamata tanto agognata non arriverà mai, e Flakemore sa che di Clements, in giro per il mondo, ce ne sono centinaia di migliaia; ma lui no, lui può realizzare quello che comunemente viene definito “un sogno”. Che poi lo sia o meno poco importa, ma nella cultura competitiva nella quale è cresciuto un ragazzo come lui non firmare un contratto con una delle squadre più forti del circuito equivale a sputare in faccia a quelle persone che invece non ce l’hanno fatta. A Flakemore basta una frazione di secondo per capire che avrebbe firmato: ancora una volta il suo è un pensiero da professionista che guarda già al prossimo obiettivo.

Con quell’energia scende sulle strade di Ponferrada, batte Ryan Mullen per una questione di centesimi, diventa campione del mondo tra gli Under 23 e cancella quella nota sul cellulare. Probabilmente il giorno più bello vissuto dal tasmaniano in sella a una bicicletta, un giorno che sarebbe benissimo potuto essere l’ultimo, perché Flakemore sapeva a cosa stava andando incontro. Forse non aveva la piena comprensione di quanto poco gli interessasse diventare un professionista, ma sapeva che correre in bicicletta non sarebbe mai stato abbastanza gratificante da ignorare tutta una serie di cose che contraddistinguono la carriera di un ciclista (o di uno sportivo in generale). Il trasferimento in Europa, tanto per cominciare. Così come non si può fare l’ingegnere della NASA da Isernia, non si può nemmeno fare il ciclista da Hobart, Australia. Flakemore si stabilisce nel sud della Francia perché ci sono degli altri ciclisti australiani di base da quelle parti. Come per ogni fuori sede ci mette poco a capire che, per quanto si cerchi di inserirsi in un contesto comunitario, specialmente all’inizio bisogna fare i conti con la solitudine, perché il tempo che si passa con i propri pensieri e le proprie paure diventa incredibilmente più grande.

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Poi ci sono gli imprevisti. Dopo due buone corse ai campionati nazionali australiani, Flakemore partecipa al Tour Down Under; dopo la seconda tappa è stremato, scende in bicicletta verso l’hotel, ma si sfracella ai cinquanta orari senza nemmeno capire cosa sia successo. Una caduta che può capitare, dopo una corsa dura; un imprevisto che però gli costa la rottura della clavicola e la sensazione che forse era già tutto chiaro qualche mese prima. Forse lui non c’entra veramente nulla con il ciclismo professionistico. Il ciclismo non è un lavoro per il quale vai in ufficio, vedi ogni mattina i tuoi colleghi, socializzi dopo l’orario di lavoro: il ciclismo è quella cosa per cui quando sei a casa non ci sono gli altri e viceversa. Ogni viaggio per Flakemore diventa un’ansia, ogni corsa una tortura. Prendere pioggia, vento, freddo e botte in un paesino sperduto del Belgio lo fa sentire incapace di reagire, gli fa dubitare della sua cittadinanza a certi livelli. Alla fine della Dwars door Vlaanderen (che nemmeno finisce) alza lo sguardo e nella sua testa c’è un unico pensiero: «Che cosa ci faccio qui?».

Dopo la corsa torna in Francia, a mezzanotte raggiunge il primo McDonald sulla strada, ordina un Big Mac e una porzione da venti nuggets con salsa barbecue, come ogni persona sana di mente farebbe quando il suo morale è a terra. Il comfort food funziona, Flakemore si sente felice per la prima volta dopo tanto tempo davanti a un panino e delle pepite di pollo fritto. Questa volta non c’è nessuno che gli chiede se ha intenzione di mangiare quella roba o meno. Questa volta non c’è una gara, non c’è un piano, non c’è un progetto: c’è solo un ragazzo che ha bisogno di stare bene. A qualcuno magari serve una bicicletta, ad altri una porzione da venti nuggets.

Le sue giornate in Francia comprendono soprattutto un sacco di sessioni di FIFA, che comunque preferisce a quando deve correre il Romandia sempre in coda, sempre stanco. Ormai non c’è nemmeno più l’illusione di perseguire una carriera professionistica. Quando torna dal Romandia passa quattro giorni a mangiare patatine e giocare a FIFA, senza pedalare nemmeno un minuto. Quando parte per il Tour of California si pone come obiettivo di vedere Los Angeles. Quando parte per il Giro del Belgio resiste per un paio di giorni, poi alla terza tappa sale sul bus, avvicina il direttore sportivo Allan Peiper e gli dice, per la prima volta, che non vuole fare il ciclista. Peiper lo convince ad aspettare un altro paio di mesi, Flakemore torna in Australia, capisce che quello è l’unico posto dove vuole vivere. Guarda il Tour de France di notte, gli viene voglia di mettersi in bici per un paio di giorni, poi basta, giusto uno sfizio, niente di serio.

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La sua ultima corsa è la Vattenfall Cyclassics. Arrivato al traguardo è finalmente soddisfatto perché questo supplizio non sarà più parte della sua quotidianità. Lo comunica a Peiper, torna in Australia, passa i mesi successivi a viaggiare, di solito con i suoi amici, Caleb Ewan e Alex Clements. Con Clements i punti in contatto sono numerosi, la loro è la stessa storia letta attraverso dei punti di svolta differenti, ma il tema che li accomuna rimane lo stesso: cosa sono disposto a sacrificare per fare il ciclista? Si tratta di una domanda più che legittima, che spesso nello sport non viene esaminata a sufficienza da quelle persone che inseguono il sogno di una vita senza riuscire a capire quando si trasforma in un incubo. Flakemore e Clements amano lo sport, amano il ciclismo, e vogliono assolutamente dedicarsi a quello nella vita, ma non possono fare gli sportivi di mestiere, è impossibile, si sentono fisicamente e mentalmente male. I due australiani hanno fondato, nella periferia di Melbourne, un sito internet e contenitore di podcast chiamato Stanley St. Social, dove insieme ad altre persone parlano di ciclismo in modo rilassato e colloquiale.

Flakemore non ha rimpianti circa la sua brevissima carriera ciclista, gli dispiace solo di non aver mai avuto l’opportunità di ricevere una chiamata dalla dirigenza della BMC. L’unica differenza tra Flakemore e Clements è stata quella chiamata ricevuta da uno e non dall’altro, ma il finale è lo stesso, ed è un gran bel finale. La prossima volta che saranno in Francia non ci sarà nessun signore baldanzoso che si arrogherà il diritto di decidere cosa un ragazzo può o non può mangiare.

 

Foto in evidenza: ©CyclingTips, Twitter