Il passato viene rivisitato e riattualizzato: un decennio dopo ritorna l’Euskaltel-Euskadi.

 

Sarebbe interessante conoscere la distribuzione della popolazione di origine basca sul suolo europeo. La ikurrina sventola altezzosa e fiera da almeno un paio di decenni sulle salite di tutta Europa. Le due croci, quella verde e quella bianca, ricordano la durezza della terra; lo sfondo rosso rimarca gli intenti.

Che i baschi amino il ciclismo è risaputo: questa constatazione da sola però non basta a giustificare la loro massiccia presenza dovunque si incrocino una salita e un gruppo di ciclisti. I casi sono due: o la ikurrina fa parte della flora e della fauna del luogo oppure sottostimiamo pesantemente il numero di baschi.

La Euskaltel-Euskadi ha dato un colore e una forma alle più intime aspirazioni e pulsioni basche. Fu Miguel Madariaga, ex tassista invasato di ciclismo e presidente della Fundación Euskadi, a sancire l’ingresso dei baschi nel mondo del pedale. Poi, in un primo momento di crisi sul finire degli anni novanta, subentrò Euskaltel, compagnia telefonica: la telefonia e il ciclismo storicamente vanno d’accordo.

La traiettoria della Euskaltel-Euskadi è nervosa e imprevedibile. Procede per sbalzi e singhiozzi, impennate e frenate. Una combustione il cui momento più intenso dura una decina d’anni.

I successi sono equamente divisi tra prima e seconda fase. A portare in alto la ikurrina ci pensano Mayo e Laiseka, mantenerla lassù invece spetta a Igor Antón, Samu Sánchez, Mikel Nieve, Ion Izagirre. I momenti di tensione, però, finiscono per annullare quelli felici.

La carriera di Samuel Sánchez, il miglior prodotto dell’Euskaltel, sarà bruscamente interrotta da una positività all’ormone della crescita. Quando nell’agosto del 2008 conquistò la medaglia d’oro olimpica, i suoi compatrioti si stizzirono: bravo, gli dissero, peccato che tu abbia vinto una gara così importante con la loro maglia, quella spagnola, quella sbagliata.

La squadra, intanto, conoscere il baratro dell’insolvenza. Vengono ingaggiati corridori nati anche al di fuori dei Paesi Baschi, violando la regola madre, ma servono per garantire punti: il patriottismo torna utile soltanto per fare le rivoluzioni. Dopo aver venduto i mezzi della squadra, si presenta Alonso con diversi quattrini in mano: la sua idea di ciclismo, però, non comprende lo staff e allora può tornarsene da dov’è venuto, che qui o tutti o nessuno.

Il canto del cigno fa accapponare la pelle: lo firma Igor Antón, andando a vincere la diciannovesima tappa della Vuelta a España 2011. Il traguardo è posto a Bilbao, il cuore dei paesi baschi. Igor Antón è il condottiero che marcia tra i suoi uomini in festa facendosi portatore del verbo della libertà. Una libertà illusoria, purtroppo.

Óscar Rodríguez, rispetto alla Euskaltel, è di un anno più giovane. Da ragazzo pedalava nel Villavés e aveva un compagno speciale: Miguel Indurain, figlio che ha la (s)fortuna di chiamarsi come il padre. A volte pedalavano tutti e tre insieme. Miguel e Óscar sono nati nel 1995, l’anno in cui l’altro, il terzo del trio, vinceva il suo quinto Tour de France.

Su Óscar Rodríguez mette gli occhi il Lizarte, che può vantare stretti contatti con la Movistar. Gli spagnoli, però, non hanno nessun problema quando la strada sale. E così Rodríguez ripiega su una squadra di seconda fascia: la Euskadi Basque Country.

L’arancione è stato soppiantato dal verde e dal nero, l’anima non è così pura e incorruttibile come l’originale. Ma intanto qualcosa di basco si riaffaccia nel ciclismo che conta.

Sulla salita de La Camperona, Óscar Rodríguez avrebbe dovuto arrampicarcisi nel 2017 durante la Vuelta a Castilla y León. Cadde troppo presto, però: scollinò l’ascesa precedente per poi rovinare a terra in discesa. Venne portato via in elicottero e in lui rimase una certa curiosità. Quando l’ultima Vuelta a España è tornata su quelle rampe (e quando la Euskadi è tornata alla Vuelta), Óscar Rodríguez era nella fuga che si sarebbe giocata la vittoria di tappa.

In un ipotetico gruppo di fuggitivi, in pochi potrebbero raccontare di aver resistito ad un attacco di Majka: che non sarà un fenomeno, ma nemmeno uno sprovveduto. Teuns stira ogni fibra del suo corpo e si riaggancia, Óscar Rodríguez insegue a qualche metro di distanza quasi del tutto arreso. All’ultimo chilometro, invece, nello spazio di dieci pedalate colma il distacco e parte in contropiede.

La strada spiana per poi impennarsi definitivamente ai meno cinquecento metri: quando lo fa, a causa della brusca contropendenza, a Rodríguez scivola l’auricolare. È furbo, però: si è accorto che se rimane sui quattrocento watt non lo riprendono più. È l’uomo del futuro: piega la tecnologia ai suoi bisogni, mette da parte la fantasia dopo averla già sfruttata a pieno: perché la fantasia serve per crearsi l’opportunità ma poi ci vuole la freddezza del calcolo per concretizzare.

Quando taglia il traguardo, Óscar Rodríguez alza le mani al cielo: quando vinse la sua prima corsa in assoluto, era un bambino, non le alzò perché non gli sembrava il caso. Nelle sue parole una strana sensazione di déjà-vu: Per me è nata una nuova Euskaltel-Euskadi, ha azzardato. “Una squadra di prim’ordine che darà battaglia in ogni corsa alla quale parteciperà”, ha puntualizzato come se ne sentisse il bisogno.

 

 

Foto in evidenza: Óscar Rodríguez, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.