Di Bauke Mollema e della foglia d’autunno

Bauke Mollema, elogio alla costanza, svetta su tutti al Giro di Lombardia.

 

Il grande ramo del plotone va appesantendosi, chilometro dopo chilometro, i corridori come fogliame d’autunno paiono guardarsi, tremare, attendere. Fra tutti c’è Bauke Mollema, spessa foglia di castagno, tinta arancio scuro come l’Olanda che ha sottopelle. Il traguardo è lontano quando decide di provarci.

Seneca ci spiegava che la fortuna è soltanto “il talento che incontra l’occasione“. Il momento dunque, la scelta supportata dall’attitudine; e la sua risiede tutta nelle sue gambe d’acciaio per rapporti impossibili da tirare. Lo vedi che ondeggia, come quel tronco stanco d’ottobre, come la grande foglia, più che una danza una caduta grave sui grandi viali dell’ultracentenario Giro di Lombardia.

Pencola Bauke, ma continua. Lo sforzo al limite, il timore è che possa fermarsi tanta è la durezza di quel suo macinare la terra; uomo e corridore paradossale, poiché talmente sgraziato da divenire bello a vedersi, quantomeno affascinante. Come un’avanguardia pittorica che in principio non capisci, lasciata da parte l’estetica, ma che avverti pregna di colore e forza, e sai contenere un messaggio importante.

Quello di Bauke è un messaggio di dedizione e metodismo, di un ragazzo passato relativamente tardi al ciclismo: diciotto anni. Andava a scuola con una bici a tre velocità, dodici chilometri all’andata e altrettanti nel rientro a casa dopo le lezioni. Con gli amici decise addirittura di montare anche le estensioni sul manubrio. Paradossale, dicevamo, ma è da lì che nasce il corridore capace di fendere il vento e sprigionare una potenza inaudita sul passo. Può apparirci strano che quella terra altimetricamente nulla, possa sfornare generazioni di ciclisti, ma Mollema ha sempre detto che i neerlandesi si spostano così. “Ti mettono in bici a tre anni. E’ un fatto culturale, è nei nostri geni. Ci sono piste ciclabili e tutti sono abituati a condividere la strada coi ciclisti“.

Dovendo abbandonare i suoi fruttuosi e versatili studi – dall’antica Roma, alle lingue, all’Economia – causa il passaggio al professionismo, eccolo alla Rabobank. Mollema si mette in luce da subito; è promettente ma senza troppi guizzi, un esemplare uniformità di prestazione. Ardenne, grandi e piccole corse a tappe: te lo trovi lì, un eccellente piazzato al quale, si inizia a vociferare, mancherà sempre il grande acuto.

Ma Bauke è la grande foglia di castagno, dicevamo: cade lenta ma sa che toccherà terra prima o poi. Certo, quel suo divorare l’asfalto in poderose falcate prive di acuti, deve cambiare. O meglio, va studiata una tattica d’assalto ad hoc. Ed è lì che Mollema, pur non sapendo incoccare frecce alla maniera degli scattisti, ne ruba il mestiere facendosi finisseur.

È il 2016 e dopo una caduta nella terza settimana al Tour che lo vedeva secondo nella generale fino ad allora, è nei Paesi Baschi che rompe la maledizione del piazzato: sulla discesa del mitico Jaizkibel, Bauke caducifoglia si invola: tre, quattro, dieci secondi. Passa il triangolo rosso delle terre basche avendo fatto il vuoto. La Clásica San Sebastián è sua. Grande gioia e un corridore che matura lentamente.

Gli ultimi anni fino a oggi sono un susseguirsi di conferme. Sempre lì, ansante su ogni rampa, attaccato ai migliori con le unghie e coi denti sulle vette alpine, corpo peso e pendulo sul manubrio, bocca aperta, naso aquilino che sembra aggiustarglisi addosso quando fende il vento sul passo. Cadenza solita di piombo che pare l’antitesi del moto; eppure c’è sempre e stantuffa, batte la terra spremendola come fa un’immensa pompa petrolifera. E anche se pochi ormai credono in un grande exploit, relegandolo nel breve tratto che intercorre fra l’ottimo corridore e il campione, la foglia d’autunno, impossibile ad arrestarsi, continua a cadere, regolare come Bauke.

E’ un pomeriggio di sole debole sul Civiglio; gli sguardi dei favoriti della vigilia, l’uno sull’altro. Ed è in quell’attimo di esitazione che Bauke deve aver pensato a uno dei personaggi che si trovano negli infiniti romanzi letti, lui che è un divoratore di libri; un romanzo dove il protagonista decide di cambiare quella storia che prevedibili autori hanno già scritto per lui e la sua regolare, apprezzabile, ma nient’affatto eccelsa epopea. Ma la Storia di un grande sport si sta scrivendo in quegli attimi che decidono il vincitore di una Monumento. Mollema si invola, senza voltarsi, percependo che l’esitazione e lo studio degli altri può essere la sua fortuna, pardon, il momento in cui il suo talento ha incontrato l’occasione. Fra siepi di folla nel pomeriggio d’ottobre Mollema scollina il Civiglio alla sua maniera; forza, forza e solo forza. La stessa che gli permette di resistere nelle vallate comasche; le gambe simili ai mulini a vento della sua terra girano lentamente ma smuovono inesorabilmente la macina e i chilometri di strada. Adesso la vittoria è la, quindici, dieci, cinque chilometri. Sul San Fermo gli alberi hanno i colori poetici di fine stagione.

Ecco il traguardo, la fine della storia, l’inizio del nuovo Bauke che adesso con la prima grande Classica (“finalmente!“, dirà dopo il traguardo) scrive una nuova piccola pagina dentro la grande leggenda del ciclismo. Lontano dai colori abbaglianti della primavera, dai corridori che guizzano, pollini marzolini, sulle rampe del Poggio. Il ciclismo accompagna le stagioni ed è accompagnato da esse; spazio dunque alla poesia tenue, largo all’uomo chino sulla bici, emblema delle fatiche autunnali, gambe di piombo e forza mostruosa.

La grande foglia caduta si è posata sulla strada di fine stagione. Bauke si è fatto campione.

 

 

Foto in evidenza: ©Bauke Mollema, Twitter