Per Dunbar il significato di una corsa ciclistica si racchiude nella fuga.

 

Si chiama Edward Dunbar ed Eddy Merckx stravede per lui. Arriva dall’Irlanda, la patria di Sean Kelly e della Guinness, di Stephen Roche e di Daniel Martin. Da ragazzino sognava il Tour de France, ma è in Italia che fa il suo esordio in un grande giro. Quando il Cannibale lo vide correre per la prima volta, a La Côte Picarde del 2015, rimase colpito. Edward, detto Eddie, aveva ancora diciotto anni quando restò in fuga per centoquaranta chilometri su centottanta totali; fu ripreso nel finale, non riuscì a buttarsi nello sprint e arrivò quarantaduesimo: uno dei più giovani in partenza, secondo più giovane all’arrivo. Merckx salì sul podio, ignorò il vincitore – Simone Consonni – e si complimentò con Dunbar, che portò a casa la classifica dei Gran Premi della Montagna e il premio di più combattivo. Lo consigliò a suo figlio Axel, direttore generale della Axeon-Hagens Berman che gli rispose: “Eddie? Lo conosco già, l’anno prossimo correrà con noi“.

La sua storia prende il via in sella a una Mercian del ’79 e parte da Kanturk, ovvero “testa di cinghiale”, piccolo centro vicino Cork, in Irlanda. Per la precisione, tutto inizia da una bancarella di frutta dove il padre lo portò a conoscere il proprietario. Quell’uomo era Danny Curtin, fondatore di un club di ciclismo e successivamente allenatore e mentore del ciclista.

A quattordici anni Dunbar perde il padre finito in ospedale per un’insufficienza renale; da lì non ne uscì mai: morì mentre Eddie stava affrontando una breve corsa a tappe. Da quel momento, Danny Curtin diventa una figura fondamentale nella sua vita.

Un giovane Dunbar con la maglia della NFTO. (©Sean Rowe – Flickr  2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0))

A quindici anni Dunbar, prima giocatore di hurling e poi promessa del rugby, è già una piccola celebrità dalle sue parti. A sedici anni ha il fuoco che gli brucia dentro; nella sua seconda gara, a Minnane Bridge, va tutto solo all’attacco, resta allo scoperto per un centinaio di chilometri e vince. Ha un gran motore, è vero, ma è soprattutto temerario: intervistato da Rouleur, afferma che non smetterà di correre fino a quando non avrà vinto il Tour de France o una grande classica.

Per Dunbar, pelle bianca come il latte nonostante migliaia di chilometri passati in bicicletta, quel mezzo a due ruote è evasione, pedalare come un dannato è il modo per superare il trauma. Il gruppo gli sta stretto anche perché di lui dicono che è davvero forte, ma che non sa correre, non sa limare, non è il migliore a guidare il mezzo.

Danny Curtin lo segue, gli insegna l’educazione e come ci si muove in corsa, gli spiega come mangia un vero atleta e come si rispetta una madre rimasta sola troppo giovane: lo aiuta a maturare come uomo e corridore.

Eddie Dunbar per un periodo soffre di attacchi di panico, forse è il cuore oppure una sorta di trauma dopo la morte del padre, ma si pensa possano essere anche gli allenamenti a cui si sottopone. Danny Curtin lo massacra in quelle ore di bicicletta su e giù nelle tortuose strade vicino Cork: “Tutti avevano paura di lui“, dice Dunbar in una lunga intervista a Tom Daly.

Dunbar prova a resistere al forcing di Damien Shaw che andrà a conquistare la sua unica vittoria in carriera: è il campionato nazionale irlandese 2015. (©Sean Rowe – Flickr Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0))

Danny Curtin sa che di fronte ha ragazzini orgogliosi e temerari che mai e poi mai gli mostrerebbero un minimo di cedimento. “Ora guardo a quel periodo come un divertimento, ma eravamo terrorizzati dal fatto che se avessimo mollato, il giorno dopo Danny ci avrebbe fatto correre ancora di più“, racconta Dunbar.

Quando viene selezionato per il Junior Tour of Ireland, i suoi compagni di nazionale lo guardano dall’alto in basso perché lui è orfano di padre e ha un’estrazione proletaria. Parte per essere gregario, ma invece mette tutti in fila, compagni e avversari. Attacca, attacca e attacca ancora: quando sale su una bicicletta conosce solo quella parola. Vince, anzi stravince da “primo anno” e nel 2013 riporta in Irlanda, dopo un lustro, quella prestigiosa corsa: di Sam Bennett nel 2008 l’ultima vittoria targata irish.

La stagione successiva prova a segnare la doppietta; ha in casa l’avversario più ostico – Michael O’Loughlin – che lo mette dietro nella cronometro d’apertura e va a conquistare la maglia gialla. Dal giorno dopo, però, Dunbar va sempre all’attacco: i direttori sportivi pensano sia uno scellerato, ma lui ha fatto i suoi calcoli, conosce quelle strade come nessun altro e mentre resta al vento da solo per decine di chilometri, i suoi avversari dietro saltano per aria nel tentativo di ricucire. Sarà il primo corridore della storia a vincere quella corsa per due anni di fila.

Apoteosi verde! Con la maglia della sua nazionale, Dunbar conquista una tappa all’ An Post Rás. (©https://www.rte.ie)

Quando diventa grande per lui cambia tutto, non ha mai corso con ciclocomputercardiofrequenzimetri, va in difficoltà, non riesce nemmeno ad accendere il suo Garmin. Ma Dunbar è una spugna, assimila, è un geko, si adatta e diventa un corridore sempre più forte e temibile. Solo una cosa non cambia mai: l’indole da attaccante.

Leggero come uno scalatore, ma dal grande motore anche sul passo, nel 2015, nonostante abbia da poco compiuto la maggiore età, arriva secondo nei campionati nazionali élite sia in linea che a cronometro. Nella prova contro il tempo finisce dietro Mullen, corridore più anziano di due anni e molto più pesante. È l’anno in cui Eddy Merckx si innamora di lui, è l’anno in cui ha firmato per la squadra di Axel Merckx.

L’Axeon-Hagens Berman  all’inizio del 2017. In squadra con Dunbar diversi talenti di livello mondiale come i gemelli portoghesi Ivo e Rui Oliveira, ora alla UAE, oppure l’americano Powless, che in quella stagione fu tra i grandi protagonisti del calendario Under 23. In quella squadra militavano anche Narvaez e Lawless, ora suoi compagni in Ineos, e Chad Young e Adrien Costa, corridori che hanno visto la loro vite segnate dalla tragedia. (©https://www.flickr.com/photos/130938524@N08/)

Nel 2016 e 2017 corre con la Axeon-Hagens Berman, passaggio importante dal dilettantismo al semi-professionismo. Vince poco, anzi pochissimo, un po’ per qualche incidente che gli ritarda la condizione o lo mette fuori gioco nei momenti clou – su tutti un bruttissimo incidente al Giro Under 23, dove rimedia una commozione cerebrale -, un po’ perché allo sprint trova sempre chi è più veloce.

Paradossalmente vince la sua prima corsa in una volata ristretta, al termine di una corsa su un tracciato duro come piace a lui. Batte Hindley, Fankhauser e Lucas Hamilton: è la penultima tappa dell’ An Post Rás, la più importante corsa a tappe irlandese. Per conquistare l’anno dopo il Fiandre Under 23 si deve inventare uno dei suoi numeri da lontano: vincerà con quasi un minuto sul gruppetto all’inseguimento regolato da Philipsen e con all’interno nomi di spessore come Müller, Geniets, Hirschi, Powless e Sivakov.

Ancora una volta lo accusano di sprecare energie inutilmente, ma lui spiega che c’è un metodo nella sua condotta di gara arrembante, a volte giudicata folle:

Era tutto calcolato, uso la testa nei miei attacchi e poi quelli dietro hanno sprecato tanto quanto ho sprecato io davanti. Ero in una grande giornata: ho chiesto quanto mancasse per l’Oude Kwaremont, mi hanno detto che lo avevo già percorso qualche chilometro prima“.

Dunbar Giro d'Italia
Eddie Dunbar al Giro d’Italia 2019. (©Emanuela Sartorio)

Nell’estate del 2018 arriva il passaggio in Team Sky dopo un’esperienza tutt’altro che fortunata nell’Aqua Blue Sport, il suo primo vero approccio completo con il mondo del professionismo. La squadra irlandese chiude i battenti dopo mille difficoltà, ma lui non rimane a piedi; mesi di corteggiamento lo indirizzano alla corte di Brailsford che non avviene con la nuova stagione, ma subito, a metà settembre. Fa il suo esordio con la livrea biancoazzurra alla Coppa Agostoni, dove è uomo fondamentale nello scremare il gruppo prima dell’azione decisiva di Moscon che vincerà la corsa. È un’estate italiana di sensazioni positive: quindicesimo al Giro di Toscana e ottavo al Memorial Pantani, sempre nel vivo nella corsa.

A fine stagione arriva un mondiale duro, adatto alle sue caratteristiche. È tra i favoriti principali per conquistare l’iride nella categoria Under 23, subito in seconda fila dietro Sosa e Lambrecht: “Ho in testa solo la vittoria“, dirà pochi giorni prima della gara, ispirandosi al protagonista dei suoi film preferiti: Rocky Balboa. Ma sono gli altri a suonargliene di santa ragione: finirà ventesimo, lontanissimo dalla zona medaglie.

Il 2019 è il suo primo anno a tempo pieno in maglia prima Sky e poi Ineos, e fa il suo esordio sia sulle Ardenne che al Giro d’Italia. Se tra Belgio e Olanda le cose non vanno per il meglio, lungo la penisola riprende quel discorso interrotto pochi mesi prima. Dunbar va spesso all’attacco, all’inseguimento di un successo nell’unico modo che conosce: l’evasione dal gruppo. Ci prova a inizio Giro, a metà e poi alla fine, tappe dure o miste non fa differenza, gli basta essere lontano da tutti con il vento in faccia, a mostrare quelle braccia bianche come il latte che a volte ti chiedi, guardandolo, come sia possibile.

 

 

Foto in evidenza: ©Emanuela Sartorio

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.