Edo Maas e le ingiustizie della vita

Investito in corsa, Edo Maas immagina una vita diversa da quella sognata.

 

«Sono sempre stato un ciclista, adesso sono solo un ragazzo su una sedia a rotelle». La storia di Edo Maas si potrebbe racchiudere tutta in queste parole commoventi, che lasciano spazio ad un senso di impotenza di fronte all’accaduto, e alla vita in generale. Si potrebbe concludere tutto qui, senza indagare più a fondo, evitando così di pronunciare le solite frasi fatte che spesso hanno l’effetto di una lama a doppio taglio. Parole di sostegno, di compassione forse, che se da un lato mirano a portare conforto, dall’altro non servono, se non a gettare ancora più sconforto nell’animo del ferito.

Allo stesso tempo, però, nasce la voglia di raccontare la sua vicenda affinché un episodio simile non si ripeta più. Perché è ingiusto vedere un ragazzo di soli diciannove anni passare dal far girare le proprie gambe come le lame di un minipimer al rimanere paraplegico con gli arti inferiori bloccati, come i propri sogni (non meramente ciclistici) a cui sono stati tagliate le ali.

©Cycling Weekly, Twitter

Se è vero che Edo Maas viene purtroppo associato solamente al triste epilogo di una carriera in divenire, non si può certo dimenticare la strada fatta per arrivare a quel giorno. Nato in Olanda nel 2000, come spesso accade per tanti ragazzi di quelle zone si dedica al ciclismo e inizia a pedalare. Lo fa decisamente bene. Passista fatto e finito, non disdegna nemmeno le corse a cronometro, ma il suo terreno ideale è quello delle classiche del nord. Tra gli juniores, infatti, lo si trova sul gradino più alto del podio alla E3 Harelbeke del 2017, mentre un anno dopo nella stessa corsa sarà terzo.

Pur non raccogliendo nessun risultato sulle lisce strade della Kuurne-Bruxelles-Kuurne, dov’è costretto al ritiro, sullo sconnesso pavé della Parigi-Roubaix combatte con il coltello tra i denti. Non riesce a salire sul podio di un soffio: chiude quarto. Edo Maas, però, è abituato a entrare tra i primi tre, soprattutto vestendo il color verde speranza della formazione RWC AHOY e correndo sulle strade di casa o su quelle dei paesi limitrofi. Sempre da juniores, che sia Belgio o Olanda, sono poche le classiche minori e le brevi corse a tappe nelle quali non recita da primattore. Attento e guardingo, Edo Maas corre senza paura, in costante attesa dell’azione decisiva verso la vittoria, che spesso e volentieri arriva.

Il suo momento, quello che cambia la sua carriera, sopraggiunge però nel 2019: una chiamata del Development Team Sunweb, i cui tecnici non vogliono lasciarsi sfuggire dalle mani la giovane promessa olandese, che dal canto suo non può evidentemente rinunciare ad una simile occasione. L’anno di adattamento in un ambiente del tutto nuovo non porta con sé grandi risultati. Maas, infatti, non brilla nella prima parte di stagione e nelle corse di un giorno non ripete le imprese a cui si era abituato tra gli juniores.

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L’unica eccezione è il terzo posto nella classifica dei giovani alla Le Triptyque des Monts et Châteaux. Verso la fine dell’anno riesce, invece, a centrare il miglior piazzamento stagionale: un dodicesimo posto raccolto alla prima tappa del Giro di Slovacchia, davanti a lui si piazzano professioni di un certo calibro – Kristoff e Viviani, ad esempio, il primo e il terzo.

In meno di un amen

Archiviata la pratica Okolo Slovenska, Edo Maas è tra i partenti de Il Piccolo Lombardia. Ancora non sa che quella sarà l’ultima gara della sua vita. Quella vita che in alcuni giorni ti eleva fino a sentirti invincibile, mentre in altri ti scarica addosso un gancio ben assestato al volto. Se ti va male, aggiunge una buona raffica di cazzotti dritti nello stomaco. Nella peggiore delle ipotesi si traveste invece da Mike Tyson, ti prende a morsi un orecchio e ti porta via una parte di te. Il destino di Maas è questo, beffardo e bastardo. Decide di lasciargli una cicatrice indelebile e di prendersi qualcosa di prezioso. Lo colpisce facendogli perdere i sensi e mandandolo a tappeto.

Accade tutto lungo la discesa del Ghisallo – luogo dove, neanche a farlo apposta, è presente un santuario dedicato alla Madonna patrona dei ciclisti. Il sunto lo lasciamo alle parole di Edouard Bonnefoix, anch’esso nel gruppetto di Maas. «Stavamo inseguendo il gruppo in discesa quando un’auto ci ha attraversato la strada da destra. È stato un incidente terribile, a circa settanta chilometri all’ora». Avviene tutto in meno di un amen. Un attimo che mette la parola “fine” alla carriera e ai sogni di Maas, lasciando il suo corpo martoriato da lesioni multiple al collo, al viso e soprattutto alla colonna vertebrale.

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Il midollo spinale è danneggiato: Edo Maas non potrà più camminare. «All’inizio non avevo capito cosa stesse succedendo. Non mi rendevo conto della gravità della situazione. A un certo punto, però, ho chiesto al chirurgo cosa mi fosse veramente accaduto e mi rispose che avevo una lesione del midollo spinale T6 e T7. Studio fisioterapia, quindi sapevo cosa significasse», raccontava a de Volkskrant, aggiungendo inoltre quanto la rabbia per quello schianto sia difficile da cancellare. «So che un giorno parlerò con la ragazza che guidava quell’auto, ma ora non sono ancora pronto. Lei può ancora camminare e io no, non è giusto».

Dal giorno del trasporto all’ospedale Niguarda di Milano – il 6 ottobre 2019 -, dov’è stato sottoposto a diversi interventi chirurgici per curare fratture e lesioni, Edo Maas ha avuto del tempo per elaborare l’accaduto e capire che la funzionalità delle sue gambe non tornerà mai più e vivrà per sempre su una sedia a rotelle. Nonostante tutto, l’ex ciclista olandese non cede di una virgola. Mantiene ancora il suo sorriso innocente e la sua solarità, continuando ad affrontare il futuro a testa alta.

I suoi sogni sono mutati radicalmente, ma rimane comunque restio ad un cambio drastico. La bicicletta sarà sempre parte della sua esistenza. «Io e la mia ragazza abbiamo concordato che saremmo andati comunque a prendere un caffè insieme: lei su una bici normale, io su una handbike. Vorrei condurre una vita simile a quella anteriore all’incidente, forse migliore. Come atleta non ho mai avuto l’opportunità di assaporare il vero gusto della vita studentesca, quindi vorrei provare».

Nonostante la difficoltà di accettare la nuova condizione, un boccone davvero molto amaro da digerire, Edo Maas non vuole assolutamente che il suo episodio venga dimenticato. Vuole invece che serva da monito per il futuro, ricordando a tutti che purtroppo «negli ultimi anni si sono verificati molti incidenti mortali o episodi molto brutti. Nel mio caso la colpa era di un’auto presente sul percorso di gara. Bjorg Lambrecht, invece, si è schiantato contro un tubo d’acciaio, mentre Wout van Aert si è agganciato alle transenne del Tour de France». Scarica la sua rabbia anche sull’UCI, colpevole perché troppo occupata a misurare la lunghezza dei calzini «ma non a garantire la sicurezza in gara». Lo si legge tra le righe di un’intervista rilasciata a Sporza, dove ci tiene ad aggiungere un desiderio personale. «Il mio incidente non deve svanire, altrimenti arriverà il turno di qualcun altro».

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E così, tra un po’ di legittima polemica e un po’ di sana fisioterapia, Edo Maas trova il tempo anche per cimentarsi in nuove e divertenti attività per, prendendo in prestito le sue parole, «vivere una vita normale». Lo si trova così a sciare sulle piste del Kaunertaler Gletscher, seduto su una slitta montata su monosci e con due stabilizzatori in mano. Oppure a stampare i suoi disegni da artista-fumettista su diversi vestiti del proprio brand, “Eddie Mosa”.

Ma soprattutto, come un raggio di sole in mezzo ad un cielo carico di nubi, si intravede sul suo volto una speranza. Le sue gambe tornano a muoversi, il merito è di un esoscheletro. L’euforia è tale da fargli caricare il video su Instagram taggando nientemeno che Usain Bolt, l’uomo più veloce del pianeta. Non è un caso, tutt’altro. Il campione jamaicano una volta disse: «Kill them with success and bury them with a smile», «uccidili col successo e seppelliscili con un sorriso». Per Edo Maas questa frase calza a pennello.

 

 

Foto in evidenza: ©Edo Maas, Twitter