Fabio Casartelli era una scheggia dorata

Il racconto della vittoria di Fabio Casartelli alle Olimpiadi di Barcellona.

 

Quando ci si ritrova a parlare di ciclismo e, per sbaglio o volontà, si vira sull’argomento Giro di Lombardia, ciò che salta subito in mente è la salita del Ghisallo. Questo colle, sito nel comune di Magreglio, è divenuto famoso anche per il Museo del Ghisallo e per la piccola chiesetta posta lì, a fianco della strada, a vegliare su coloro che transitano dal valico. Il Santuario della Madonna del Ghisallo per il mondo del ciclismo è in realtà qualcosa in più di un semplice artefatto religioso posizionato in cima ad un monte. Proclamata patrona universale dei ciclisti da Papa Pio XII – correva l’anno 1949 -, la Madonna del Ghisallo si pone infatti come protettrice di coloro che fanno delle due ruote una ragione di vita. I ciclisti che nel loro peregrinare giungono in questo luogo mistico si fermano così, quasi fosse un rito obbligato, a rendere omaggio a Nostra Signora e alle anime dei campioni del passato qui eternamente custodite.

Passando attraverso le due statue di Coppi e Bartali, che osservano attentamente i movimenti dei turisti venuti fin qui, si arriva alla porta della chiesetta. Aprendola si rimane a bocca aperta: non è un semplice santuario, ma un sarcofago di cimeli e volti che hanno fatto la storia del ciclismo. Si respira aria carica non d’incenso, bensì di ricordi. Ci si accorge subito di aver profanato un luogo sacro, sia dal punto di vista religioso che sportivo. Le pareti sono nascoste da gagliardetti e quadri in cui sono custodite anche le maglie di campioni del mondo, tra cui figurano Bugno, Saronni, Binda, Baldini e tanti altri. Sulla sinistra campeggiano volti di ciclisti che, come indicato dalla lapide marmorea, “caddero sulla strada inseguendo un sogno di gloria che raggiunsero nella luce del sacrificio delle loro giovani esistenze”.

©Luca Zucconi, Twitter

Nella parte alta, biciclette di eroi del passato quali Merckx, Gimondi, Fondriest e Coppi torreggiano sul visitatore che osserva spaesato il piccolo santuario. Volgendo lo sguardo a sinistra, sulla colonna, spicca una maglia Domus ‘87 con i cinque cerchi olimpici: è la divisa di Fabio Casartelli. Laureatosi campione olimpico nel 1992 a Barcellona, il ragazzo di Albese con Cassano – paese ad un tiro di schioppo dal Ghisallo – è spesso ricordato solo per la tragica morte durante il Tour de France del 1995. A riportare a galla questo avvenimento ci pensa la sua bicicletta azzurra, posizionata lì sopra la sua maglia immacolata, da cui pende un cartello che si preferirebbe non vedere. “Bicicletta di Fabio Casartelli. 18 luglio 1995 – Col de Portet d’Aspet (Francia)”.

Fabio Casartelli è, nella memoria collettiva, il ciclista che morì durante il Tour de France del ’95, lasciando soli la moglie Annalisa e il figlio Marco, nato da poco. Impressa nelle menti, come la macchia di sangue che bagnava quella strada meschina, c’è infatti l’immagine di un corridore in maglia Motorola disteso a terra in posizione fetale. Fabio ha lasciato tutti così, senza spiegazione, alla vigilia di una tappa che aveva cerchiato con il bollino rosso – la frazione con arrivo a Limoges – e che il suo compagno di squadra Lance Armstrong fece di tutto per conquistare. «Era chiaro che avrei dovuto vincere una tappa per dedicargliela e così avvenne che a Limoges mi trovai a pedalare come non mi è mai più capitato. Le emozioni di quel giorno restano le più forti che abbia mai provato in bicicletta. Ero spinto da una forza mistica. Quel giorno Fabio pedalava con me», dichiarò in seguito il texano. Fabio effettivamente non se n’è mai andato completamente. Ricordato dalla Fondazione Casartelli – l’attuale presidente è Pierluigi Marzorati, un cestista che ha fatto la storia di Cantù -, promotrice di attività ludiche, educative e sportive, il giovane ciclista comasco continua a vivere nel ricordo di parenti, amici e conoscenti.

Sono proprio loro i primi a non voler ricordare Fabio esclusivamente per la tanto prematura quanto tragica scomparsa. Casartelli è stato prima di tutto il campione olimpico della prova in linea di ciclismo di Barcellona ’92 e questo fatto passa, forse involontariamente, in secondo piano quando si fa il suo nome. Parliamo della manifestazione a cinque cerchi il cui inno fu composto e cantato da Freddy Mercury, voce storica dei Queen che morì però l’anno antecedente all’evento. Fu una Olimpiade che vantò atleti di grosso calibro: è impossibile non ricordare la doppia vittoria nel salto in lungo e nella staffetta 4×100 del Figlio del Vento Carl Lewis – detentore del record di quattro ori ai giochi di Los Angeles ’84 – oppure il dominante Dream Team degli Stati Uniti in cui Micheal Jordan, Larry Bird e Magic Johnson vestivano gli stessi colori. Così, tra queste stelle di fama mondiale, si inserì un ragazzo sorridente e pacato venuto dal Lago di Como. Anche lui riuscì a salire sul gradino più alto del podio, coronando il sogno di una vita e ricevendo una splendida medaglia d’oro. Fu il premio finale di quella che papà Sergio tuttora definisce la stagione perfetta, culminata con una gara olimpica all’altezza delle aspettative.

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“Casartelli, la via dell’oro” è il titolo in grassetto, sottolineato e a doppia pagina, che compare su “La Gazzetta dello Sport” lunedì 3 agosto 1992. È il giorno successivo all’impresa olimpica di Fabio. Tre foto del nuovo campione a cinque cerchi dal volto sorridente campeggiano su fogli di giornale che si presentano con colori ormai sbiaditi dal tempo, ma ancora carichi di ricordi ed emozioni. Uno splendido successo per l’Italia che si va a sommare ad altri quattro, altrettanto prestigiosi, collezionati durante le precedenti competizioni olimpiche da Pavesi (Los Angeles ’32), Baldini (Melbourne ’56), Zanin (Tokyo ’64) e Vianelli (Città del Messico ’68). Un nuovo eroe per il paesino di Albese con Cassano che, dopo 50 anni dall’oro di Paolo Pedretti conquistato nell’inseguimento a squadre nella città degli angeli, trovava in Fabio un astro nascente del ciclismo.

«Fabio era una persona umile, un po’ timida, ma che non sapeva mai dire di no. Era sempre disponibile e cercava di accontentare tutti. Amava così tanto il ciclismo che la sua bici la portava in camera». Le parole di Rosa, la madre, si ritrovano nei ritratti di amici e compagni di Fabio. Lo descrivono tutti come un ragazzo sereno, ma con una notevole forza interiore, qualità indubbiamente necessaria per intraprendere una carriera ciclistica. Animo puro e cuore d’acciaio: le caratteristiche del comasco erano perfette per lottare a denti stretti stando seduti su di una sella. Gianni Bugno, idolo di Fabio insieme a Moser nonché compagno di pedalate, lo ricorda come «un ragazzo solare, simpatico e tranquillo» che «aveva i numeri per fare bene, ma come professionista doveva ancora crescere e maturare». Dal punto di vista ciclistico tanti la pensavano come Bugno, che in mountain bike con Fabio saliva spesso al Bollettone, una montagna della zona utilizzata perlopiù per allenamenti invernali.

«Se stava bene era difficile staccarlo anche in salita. Era un corridore completo che avrebbe potuto ben dire la sua nelle classiche di un giorno». Etichettato così da Franco Ballerini, vincitore in carriera di due Parigi-Roubaix, Casartelli aveva nel suo DNA le qualità di finisseur o passista veloce. «Avrebbe potuto vincere la Milano-Sanremo»: un biglietto da visita estremamente interessante che Giosuè Zenoni, il commissario tecnico di Barcellona, aveva girato e rigirato più volte tra le sue mani prima di convocarlo. Il suo nome non figurava infatti nemmeno nei primi quindici P.O. (Probabile Olimpionico) all’inizio del 1992. Tra essi, una scrematura ad opera del tecnico della nazionale Zenoni avrebbe portato a eleggere i tre nomi ufficiali per la gara in linea di Barcellona. «Le direttrici di massima sono ben chiare a tutti. Sino alla fine di marzo io seguirò le gare di maggiore interesse per rendermi conto dell’efficienza dei P.O. e degli altri in vista della prima distribuzione delle maglie azzurre», così dichiarava il cittì a Bicisport. Lasciava però aperto uno spiraglio a probabili outsider. «È opportuno tenere presente che le porte non sono chiuse ermeticamente. I P.O. sanno, e gliel’ho fatto ben capire, che non c’è nessuno, neppure Rebellin, che oggi abbia la certezza di correre a Barcellona».

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Già, perché il tanto eterno quanto vincente Davide Rebellin vantava già all’epoca un curriculum di tutto rispetto: nel 1991 aveva conquistato il Giro delle Regioni e la medaglia d’argento ai campionati del mondo di Stoccarda. Il suo volto e quello di Mirko Gualdi, oro mondiale a Utsunomiya ’90, erano sotto i riflettori. La loro convocazione per Barcellona era abbastanza scontata, tanto che i due avevano rinunciato al passaggio al professionismo proprio per partecipare a questo evento. Sì, perché è bene ricordarlo, le Olimpiadi del ’92 furono le ultime aperte solo ai dilettanti, tre per la precisione. A partire da Atlanta, quattro anni più tardi, furono i professionisti a dominare la scena. Era quindi una ghiotta occasione importante per entrambi per mettersi in mostra prima di chiudere la carriera dilettantistica.

In questo quadro, per certi versi abbastanza definito, si inserì abbastanza sorprendentemente Fabio Casartelli. Il comasco aveva iniziato a pedalare partecipando alla sua prima gara a nove anni – «era arrivato quattordicesimo», ricorda ancora papà Sergio, anche lui con un passato dedicato al ciclismo – e aveva ottenuto la prima vittoria nel 1980. Aveva vissuto poi anni felici e allo stesso tempo travagliati. Nel 1990, a causa di un incidente piuttosto grave, si ritrovò in un fossato con una vertebra rotta, fatto che avrebbe potuto costargli la paralisi. Poi la mononucleosi nel 1991, una malattia infettiva debilitante che incise nettamente sulle sue prestazioni.

Nonostante mille peripezie, nel 1992 Casartelli tornò in sella e partì con il piede giusto. Ottenne risultati d’assoluto rilievo in svariate corse e tutto l’ambiente ciclistico iniziò a guardarlo con occhio diverso. «Nella circostanza ho deciso di inserire Casartelli nella squadra che avrebbe disputato la Settimana Bergamasca, dove ha poi incontrato atleti del calibro di Julich e Armstrong», dichiarava Zenoni, il quale aveva consigliato a tutti i P.O. un “avvio alla camomilla” per preservarli in vista dell’evento olimpico. Fabio, che non faceva parte della lista, ci aveva dato dentro e aveva fatto il diavolo a quattro nella prima parte di stagione. Ciò portò il tecnico a decidere celermente i futuri azzurri. «Abbastanza presto, comunque, nell’arco della stagione ho finito di individuare i tre che avrebbero gareggiato alle Olimpiadi: Rebellin, Gualdi e Casartelli come titolari e Peron come riserva».

Papà Sergio ricorda ancora bene le parole pronunciate più volte da Zenoni alla partenza delle gare preolimpiche. «Non mi interessa che Fabio vinca, l’importante è che arrivi davanti a Bartoli». Con il sorriso sulle labbra ripercorre questi attimi passati. «Fabio puntualmente si piazzava davanti a Michele». Ma la parte più divertente, quella che fa illuminare gli occhi a entrambi i genitori, è il ricordo della convocazione. «Mentre ero in bagno a farmi la barba suonò il telefono, così rispose mia moglie Rosa. Era Zenoni. Alla notizia “Fabio va alle Olimpiadi” scesi di corsa al bar a dirlo a tutti e a festeggiare». La convocazione, poi il ritiro in quota, al Maloja in Val Bregaglia. Mamma Rosa ride raccontando di quando in un altro ritiro Fabio e i compagni di squadra nascondevano dolci e coca cola nei cassettoni delle tapparelle perché il regime alimentare imposto era troppo restrittivo; i preziosi beni venivano puntualmente ritrovati e sequestrati. A seguire ci furono alcune gare di preparazione. Al termine di una di queste, una tappa del Giro dell’Umbria, papà Sergio si rivolse al figlio Fabio profetizzando: «Tu vinci a Barcellona».

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Anche il sindaco della città Gianluigi Luisetti, dopo aver saputo della convocazione, incontrò Casartelli e si vestì da oracolo: «Oggi sei fra i primi tre d’Italia, chissà fra un mese…». Questo lasso di tempo passò molto in fretta e si arrivò così in pieno clima olimpico. Il giovane albesino, trapiantato nella città della Sagrada Familia di Gaudì per qualche giorno, si trovò a fronteggiare una situazione in cui non si era mai trovato prima. Zenoni, infatti, aveva messo a punto un piano basato sulla combinazione allenamento e alimentazione. La dieta dissociata a base proteica e non glucidica, mirata ad ottenere una sorta di “effetto rebound”, unitamente al duro lavoro in bicicletta, misero in crisi il fisico di Fabio, più abituato a scorpacciate di polenta taragna di fine stagione alla baita di famiglia in compagnia dell’amico Gian Matteo Fagnini. Così, al termine della intensa sessione del giovedì, Andrea Peron – la riserva del terzetto azzurro – lo dovette letteralmente rimorchiare in camera. Un altro compagno di squadra e la sua famiglia vennero in aiuto quando le forze mentali iniziarono a vacillare. «Fabio era andato in crisi e si sentiva anche demoralizzato». Mirko Gualdi, che aveva già sperimentato tutto questo due anni prima a Utsonomya, lo rincuorò raccontandogli la propria esperienza. Anche mamma Rosa e papà Sergio cercarono di tenere alto il morale del figlio, anche se a separarli c’erano oltre mille chilometri.

Si arrivò così al giorno della gara in linea. Era domenica 2 agosto, una settimana esatta dopo l’inizio delle manifestazioni ciclistiche, che regalarono un oro nella corsa a punti a Giovanni Lombardi e un argento nell’inseguimento a squadre (la nostra era composta da Peron, Anastasia, Colombo e Contri). Il tracciato di 194 chilometri era molto adatto alle caratteristiche del ciclista comasco: tredici giri di un percorso impegnativo con un rettilineo d’arrivo ampio e in leggera pendenza. Tutti si sarebbero aspettati Rebellin o Gualdi, corridori quotati e temuti dalle altre nazionali. Ma, parole di Zenoni, «potendo schierare solo tre atleti non c’era molto spazio per manovre tattiche». Tralasciata ogni strategia era quindi il cuore a dover prevalere, e i tifosi di Casartelli, giunti in pullman da Albese, ci credevano più di tutti: aspettavano il loro pupillo sul traguardo con delle magliette bianche con il suo ritratto e la scritta “Fabio fans”. Lui non poteva deluderli.

Chi ha visto in diretta la corsa olimpica di Barcellona ’92 ricorderà sicuramente la voce di De Zan – in sottofondo ci sono le urla di gioia di Andrea Peron invitato in telecronaca dalla Rai – che ripete più e più volte il nome dell’azzurro: «Casartelli è in testa! Casartelli è in testa! Casartelli medaglia d’oro!». Le immagini dell’arrivo sono decisamente più eloquenti: tre atleti in fila uno dietro l’altro come i paletti di uno slalom speciale che, al contrario di questi, non stanno immobili ma esultano gioiosi con le braccia al cielo. Maglie differenti, ma medesima felicità, chi per la vittoria, chi per il piazzamento. Il secondo e il terzo rispondevano al nome di Erik Dekker, olandese, e Dainis Ozols, lettone. Il terzetto aveva centrato il momento decisivo per affondare l’attacco ed era arrivato indisturbato sul traguardo. Scorrendo l’ordine di arrivo non si può certo dire che sia papà Sergio che il sindaco Luisetti abbiano sbagliato: primo Fabio Casartelli – media della corsa: 42,360 km/h. Dietro ai tre audaci, la volata del gruppo fu regolata da Zabel. Sì, proprio quell’Erik capace di vincere in carriera sei maglie verdi al Tour de France. Ma la gara fu tutt’altro che semplice, complice la canicola estiva.

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I tre moschettieri della nazionale azzurra si mossero fin dal mattino al grido di “tutti per uno, uno per tutti”. Anche se a vincere fu Fabio Casartelli, la squadra intera partecipò attivamente al successo. I primi tre fuggitivi di giornata – il belga Thijs, il francese Hervé e l’austriaco Totschnig – furono tenuti a bagnomaria per diversi giri prima del ricongiungimento, al termine del quale nove uomini tra cui Gualdi e Dekker si lanciarono all’attacco. Era il nono giro. Le formazioni avversarie si aspettavano l’azione di Davide Rebellin – forse parecchio amareggiato per la medaglia mancata -, che fece da esca per i pesci grossi, prendendoli così all’amo. In questo limbo attendista, Casartelli sfruttò l’occasione. Si agganciò alla ruota di Ozols e i due rientrarono sul gruppetto in avanscoperta, grazie anche al contributo di Gualdi che, affiancandolo, con un cenno di capo gli indicò: «Stai pronto!». Giusto il tempo di rifiatare e via: Casartelli a circa un chilometro dall’ultimo giro – per la precisione a 17,2 chilometri dal traguardo – decise di partire in contropiede. A tenergli testa furono di nuovo Ozols e Dekker, anch’essi scatenati. Il finale già lo conosciamo, ma alcuni episodi curiosi fecero da cornice a quel giorno magico.

Il più divertente rimane quello legato a papà Sergio, che seguiva Fabio ovunque, figuriamoci se poteva mancare l’appuntamento olimpico. A Casartelli senior piaceva seguire la gara lungo il percorso, muovendosi e dando consigli a Fabio quando lo vedeva passare. Camminando non si accorse però di sbagliare il conteggio dei giri mancanti e così si ritrovò a spruzzare acqua dalla borraccia in faccia a suo figlio, un gesto abituale ma non pertinente quando di metri al traguardo ne mancano meno di ottocento. Convinto che ci fosse ancora un giro da percorrere, rimase in strada quando tutti corsero al bar per vedere la volata finale. Quando capì l’errore commesso corse nel primo locale, ma Fabio era già diventato campione olimpico. Rosa, che lo aspettava sul traguardo insieme agli altri fan, ricorda ancora la scena e le parole del figlio: «Ma papà dov’è? Dov’è papà?». «Forse si sarà preso un infarto per la vittoria», fu la risposta. Fortunatamente Sergio era ancora vivo: al settimo cielo, stava festeggiando al bar.

Al traguardo lo attendeva anche la fidanzata e futura sposa Annalisa, giunta da Forlì in macchina fino ad Albese e poi in pullman fino a Barcellona. Conosciuta al mare, quello di Marina Romea, e conquistata al cinema, dove Fabio pagava i biglietti e lei provvedeva a pop-corn e liquirizia, la giovane Annalisa lo abbracciò entusiasta per la medaglia conquistata. Fu un istante fugace perché, poco dopo, venne separata dal neo campione olimpico da Mirko Gualdi. L’azzurro prese in disparte Casartelli mettendogli un braccio attorno al collo: «Se puoi resta. È il tuo momento. Oggi sei il numero uno al mondo. Tutti ti cercano. Devi stare qui». Fabio avrebbe voluto tornare subito ad Albese, ma rispose con la sua disarmante semplicità: «D’accordo, resto».

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Fu lo stesso Gualdi a prestare la maglia a Casartelli per salire sul podio. Dopo la vittoria infatti i tifosi di Fabio lo avevano letteralmente assalito strappandogli, come lupi famelici, la divisa. Mirko tolse il numero dalla sua e la prestò a Fabio per la premiazione: «Metaforicamente sono salito anch’io sul podio». La medaglia olimpica ovviamente fu celebrata anche al suo paese. I concittadini di Casartelli si riversarono nelle strade a festeggiare e riempirono la piazza, dove il sindaco Luisetti aveva fatto allestire un maxischermo per seguire la gara. Il ricordo è ancora vivo in lui: «Ero vicino a sua cugina quando Fabio scattò seguito da Ozols e Dekker. Lì capimmo che Fabio avrebbe potuto vincere».

Tra parenti e amici furono in molti ad intuire che Fabio avrebbe vinto la medaglia d’oro. Lui stesso sapeva di andare forte: «In gara avevamo una gamba che potevamo fare qualsiasi cosa». Nell’intervista rilasciata a Bicisport, Casartelli ammetteva che Zenoni aveva già previsto le possibili situazioni di gara e che i tre azzurri erano preparati ad ogni evenienza. «Per noi la corsa non poteva riservare sorprese». La stagione di Fabio fu notevole, ricca di successi e piazzamenti. L’oro olimpico fu la ciliegina sulla torta. «Avevo parlato con Locatelli, il mio direttore sportivo alla Domus, ci tenevo a fare una bella stagione. Ero molto determinato. Non posso dire di avere finalizzato la mia preparazione per le Olimpiadi, diciamo però che volevo fare una stagione d’altissimo livello». Le sue parole pacate rivelavano quanto fosse importante per lui concludere al meglio l’ultima stagione da dilettante.

La vittoria del 1992 a Barcellona fu sicuramente la più bella della sua carriera. La gioia più grande della sua vita fu invece il figlio Marco, che non ha avuto la fortuna di crescere con un padre a fianco. La vita di Fabio venne stroncata nel fiore dell’età negando al ciclista comasco ulteriori anni di gioia e felicità sia professionali che familiari. Se ne andò nel 1995 “cadendo sulla strada inseguendo un sogno di gloria”, come cita l’effige sulla lapide all’interno del Santuario della Madonna del Ghisallo. Di lui rimangono però la sua bici, la sua maglia con i cinque cerchi e il ricordo più bello: il ritratto di Barcellona con la medaglia d’oro al collo, il sorriso splendente stampato sul viso e la folta chioma di capelli neri baciata dal sole. Fabio va ricordato così.

 

Foto in evidenza: ©Rai Sport