Tyler Farrar è stato uno dei più apprezzati corridori degli anni duemila.

 

Il destino si realizza tramite episodi che di volta in volta condizionano il cammino di ogni essere vivente. La vita, quel baleno che passa, o come direbbe Merry Levov quel «breve periodo di tempo nel quale siamo vivi», ha bisogno di una catena di eventi che segnino la strada: solo così si potrà dire di averla davvero vissuta. Vicende o spesso incidenti di percorso che divampano come incendi e che diventano poi immagini da tramandare ai posteri; istantanee impresse su carta o tramite tasti di un computer che rimbalzano su un display e scritte da umili penne come le nostre, appassionati di ciclismo con il lusso e il privilegio di cantare l’èpos dei corridori e di tutte quelle storie che gli girano intorno come un’orbita.

La carriera, o forse sarebbe meglio dire la vita, di Tyler Farrar da Washington, o forse sarebbe più preciso dire da Wenatchee, è un susseguirsi di episodi, di incidenti da raccontare e incendi da appiccare e poi da spegnere, storie da tramandare, pianeti che girano; racconti di un microcosmo che rappresentano le molteplici universalità dell’individuo, come fossero vite vissute e interpretate da una maschera della commedia dell’arte. Il particolare per raccontare il generale.

Tyler Farrar, non per forza il protagonista assoluto di questa storia ma di sicuro il filo conduttore, nasce a Wenatchee il 2 giugno del 1984 e in carriera ha vinto trentuno corse: meno di un velocista di buon livello, nonostante il talento, ma molte di più che se fosse stato sempre un uomo-squadra come diventò da un certo punto in avanti.

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Arriva da una di quelle famiglie borghesi così tipicamente americane e dove valori importanti come studio, sport e rispetto per gli altri e per l’ambiente ne hanno condizionato il contesto. Sua madre lo ha incitato ad andare in bicicletta sin da ragazzo; vivevano in una splendida casa in cima a una collina da dove potevi vedere tutta la suggestiva vallata e ammirare il letto del fiume Columbia, considerato una delle sette meraviglie dello stato di Washington – anche se molti sostengono che sia più incantevole osservare il suo lento operato, il suo erodere, il suo trasportare una parte di storia dell’America quando ci si trova nell’Oregon.

Tyler Farrar ha pedalato giù per quella discesa andando a scuola e su per quella salita tornando a casa. Un chilometro circa per arrivare in vetta: una pendenza media del dodici per cento che secondo quanto raccontato da ESPN “Tyler Farrar ha percorso tutti i giorni fino alla laurea: ecco com’è diventato un corridore capace un giorno di correre il Tour de France“. E di vincere, nel 2011, una tappa. Un giorno impresso nella storia del ciclismo americano – primo corridore del suo paese a vincere al Tour il 4 luglio -, una vittoria che gli permetterà di liberarsi, in parte, di quei pensieri cattivi che gli hanno tenuto – e gli terranno – compagnia, dalla morte del suo fraterno amico Wouter Weylandt avvenuta poco tempo prima.

Un padre

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Il padre di Tyler Farrar, Ed, rappresenta quella generazione di americani che ha fatto fortuna senza sperperare talento e denaro: non ha dovuto scavare per trovare il petrolio o cucire abiti per l’alta moda, come se la sua vita fosse una sceneggiatura scritta da Paul Thomas Anderson. Le mani, Ed Farrar, le usava per salvare la vita degli altri. Stimato chirurgo spinale, ha trasmesso ai suoi figli e alla moglie la passione per lo sport: ciclismo, rafting, arrampicata, tutte attività da svolgere all’aria aperta e possibilmente a stretto contatto con la natura e con la giusta dose di consapevolezza del pericolo incombente.

Da ragazzo è stato un linebacker di spicco con la maglia dei Georgia Tech Yellow Jackets e appena ha potuto si è dedicato alla montagna scalando le vette dell’Himalaya e arrivando persino in cima al Cho Oyu; ha portato i figli sul Galibier in bicicletta e con la moglie ha affrontato le montagne della Nuova Zelanda e della costa americana del Pacifico. La sua passione è stata percepita in maniera intensa dai figli: Tyler è diventato ciclista professionista sognando il Galibier, cimentandosi negli sprint e finendo a vivere in Belgio per imparare tutto da quei luoghi e poi trasmetterlo ai compagni di squadra, mentre suo fratello Fletcher ha scelto di scalare le montagne a tutta velocità.

La vita di Ed, però, subì un brusca inversione di tendenza, il destino di cui sopra che si pone davanti alla strada come un albero spezzato da una tempesta. La mattina del 22 ottobre del 2008 stava pedalando, come ogni giorno, lungo la Skyline Drive di Wenatchee per andare in ospedale a eseguire un delicato intervento chirurgico; stava attraversando quelle strade che conosce a memoria, le stesse salite, le medesime discese, le curve di ogni giorno, lasciandosi trasportare dalle sensazioni che quel panorama suscitava su di lui. Un percorso tracciato a memoria nel suo personale GPS mentale.

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A un certo punto il cambio di registro: una macchina invade la sua corsia, lo centra in pieno schiacciandogli il petto e, proseguendo la sua marcia, lo investe completamente. Gli rompe collo, costole e spina dorsale, i polmoni ne escono perforati. Jim Caple, su ESPN, scrisse a proposito di quell’incidente: “L’area di Wenatchee ha una popolazione di circa trentamila abitanti. C’erano solo due chirurghi del midollo spinale con le competenze per gestire un paziente con lesioni così estese, e uno di loro era incosciente, schiacciato sotto la macchina e in pericolo di morte per dissanguamento. L’altro era Hank Vejvoda, che Ed aveva reclutato per unirsi alla sua clinica cinque anni prima. Anche Vejvoda è un ciclista e quella mattina stava andando a lavorare lungo la stessa strada. Pertanto, l’unico medico della zona che avrebbe potuto salvare Ed fu la prima persona ad arrivare sulla scena due minuti dopo l’incidente. Se Vejvoda non fosse stato disponibile «Mi avrebbero portato in aereo a Seattle e sarei morto lungo il tragitto», raccontò Ed Farrar“.

L’episodio cambiò la vita di Ed, quella di Cindy – sua moglie – e dei figli. «Il mio corpo era come se fosse stato strappato a metà», raccontava poco dopo l’incidente che lo aveva paralizzato su una sedia a rotelle. Da lì Ed smise di praticare la sua professione, ma non di andare in bicicletta, iniziandosi a interessare di sicurezza stradale e apprezzando ancora di più, giorno dopo giorno, quello che la vita gli stava offrendo nuovamente.

Dopo mesi di convalescenza si fece costruire una handbike con la quale ancora oggi va in giro nonostante l’apprensione continua di sua moglie. «Ogni volta che Ed esce sono in ansia», rivela lei. «Ma come potrei farne a meno?», aggiunge Ed. «Ho sempre vissuto la mia vita così, facendo sport all’aria aperta, e ora mi trovo paraplegico a cinquant’anni: come fai a dimenticare come hai vissuto fino a poco tempo prima? Uscire in bicicletta è la chiave per non impazzire». Tutte le volte in cui Tyler correva in bici, sua madre viveva le medesime situazioni, pregando persino; si è rotto la clavicola in così tante occasioni che «non so quante volte lo abbiamo raccolto da terra; abbiamo persino pagato un’assicurazione supplementare perché in caso di incidente grave possa essere possibile trasportarlo dall’Europa fino in America».

Vittorie

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Pochi mesi dopo l’incidente che coinvolge suo padre, e mentre lo stesso Ed stava cercando di ripercorrere una nuova vita («Immagina, all’improvviso, che le cose che puoi fare sono nettamente diverse da come erano. O le accetti o perdi il controllo. Ecco perché l’incidenza di depressione, alcolismo e suicidio è così alta nei pazienti con lesioni al midollo spinale, perché devi vivere con un corpo completamente nuovo. È come se fossi nato in un corpo completamente nuovo. Una delle cose che mi ha aiutato è stata quando qualcuno mi ha detto: sei di nuovo come un bambino, devi imparare tutto da capo. È difficile. Sei tornato in una situazione normale, ma il tuo il corpo non è più normale e devi negoziare con lui per fare le cose più elementari. Quello con cui lotto, quello che voglio e devo realizzare, è ciò che tutti danno per scontato. Devi accettarlo ed è la cosa più difficile da fare»), Tyler Farrar faceva sgorgare il suo talento in volata: il biennio 2009-2010 si potrebbe riassumere con l’uso di un superlativo.

Diciannove successi, tra i quali una tappa alla Tirreno-Adriatico, due volte la Vattenfall Cyclassic, tre tappe alla Vuelta, due al Giro, lo Scheldeprijs, una tappa alla Tre Giorni di La Panne. Tyler Farrar spegne quell’incendio nato in casa realizzandosi come ciclista e trasferendosi in Belgio. «Mi hanno adottato da subito, adoro quelle corse, quelle zone, quel tifo. Ho imparato il fiammingo e quando tornavo a casa, beh, mi rendevo conto che la mia casa era proprio il Belgio». E vivendo lì, Farrar resta a contatto con quello che lui ritiene «il mondo del ciclismo. Lì ci sono le mie corse preferite, le zone più belle da attraversare in bici, che ormai conosco a memoria. Prima di una grande classica esco, prendo appunti e poi cerco di aiutare i miei compagni più giovani secondo quello che imparato in quelle ricognizioni».

La sua evoluzione è stata quella della sua squadra. «I ricordi più belli che ho di questo sport sono la prima volta sui Campi Elisi nel 2009 e l’aver vissuto anno dopo anno la crescita con la Splistream: da team minore a potenza nel World Tour col marchio Garmin». E poco alla volta, per gradi, Farrar si affermava come uno dei velocisti più temibili del gruppo ma a suo agio anche nelle corse del Nord, forte della passione per il ciclocross – dopo il trasferimento in Belgio passerà gli inverni a correre sul fango –  che ne miglioravano stabilità, guida, colpo d’occhio, brillantezza e propensione ai terreni sconnessi. «Il mio problema è stato quello di non avere lo scatto bruciante di corridori come Boonen, Gilbert o Cancellara, e quindi potevo dire la mia solo in caso di volata; ma almeno la mia esperienza l’ho potuta trasmettere ai compagni più giovani», ricorda in un’intervista rilasciata a Peloton Magazine subito dopo aver annunciato il suo ritiro dalle corse nel 2016.

Amicizie

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La sua parabola non si potrebbe definire un’involuzione, semmai una presa di coscienza dei propri mezzi e dei rischi che si corrono; un mestiere infame, pericoloso. Più di altri? Sì, per certi versi. La morte di Wouter Weylandt, amico fraterno, compagno di allenamenti, lo segna, lo strugge e rischia di distruggerlo; arrivata poco dopo l’incidente del padre, porta con sé una marea di detriti, un oceano di sofferenza.

Negli anni Farrar non riesce a parlare dell’episodio o del rapporto che aveano i due, ma non per mancanza di rispetto o dimenticanza: lo fa perché quel dolore è suo e se lo tiene ben stretto, non ci sono maschere da indossare né sorrisi o banali frasi di circostanza. Ha continuato a stare vicino alla famiglia di Weylandt, ma il dolore è talmente grande che a fatica riuscirà a lasciarlo trapelare. «Sono una persona che non parla facilmente di queste cose. Non parlo con nessuno di questi pensieri e dei miei sentimenti. Non penso che sia necessario rispondere ad ogni richiesta», racconta a un giornale olandese che gli chiedeva qualcosa sulla tragica fatalità che uccise il corridore belga.

Quando nel 2011 vince, finalmente, la sua tappa al Tour de France dopo quattro secondi e tre terzi posti ottenuti nelle due stagioni precedenti battuto quasi sempre da Mark Cavendish, vive una sorta di momento catartico. Il successo arriva a pochi mesi da quella giornata al Giro in cui si spezzò la vita di Weylandt e sul traguardo la mano di Farrar è protesa in alto a segnare una W in memoria dell’amico perduto.

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Lo definiscono amabile, pieno di energia, a tratti rivoluzionario: andò a vivere in Belgio quando tutti i suoi colleghi si trasferivano tra Montecarlo e Granada; quasi anticonformista, fugge dai social network in pieno boom per colpa di uno stalker e si trasforma in uomo-squadra per un discorso tanto banale quanto illuminante. «Esistono due tipi di velocisti: quelli dotati da madre natura che vincono grazie alle loro qualità e quelli che per essere davanti devono prendere tanti rischi».

Farrar sentiva di appartenere a quella seconda categoria e i rischi non valevano più il gioco a cui stava giocando: troppe cadute e incidenti. «Sono finito così tante volte a terra che ho cominciato a farmi dominare dai cattivi pensieri: “questa volta non so se ce la faccio a rialzarmi“, riflettevo». Tante, troppe cadute. Al Tour de France, ma anche nelle corse in linea; oppure quella volta al Tour Down Under, quando dopo essere finito a terra arriva al traguardo con la bici di un tifoso neozelandese, che accortosi che Farrar non riusciva a cambiare mezzo gli prestò il suo dandogli persino gli scarpini. A fine tappa la giuria non squalificò l’americano, insanguinato dalla testa ai piedi, e per il tifoso in questione ci fu un giro sulla giostra della celebrità con tanto di servizi dedicati per conoscere la sua storia.

Pompiere

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«Decisi da un certo punto in avanti di dedicarmi agli altri», racconta Farrar a fine carriera. E quella sua confidenza nei confronti del prossimo, descritto anche in un articolo apparso su un blog americano con il titolo “Sette motivi per amare Tyler Farrar“, lo porta ad aiutare i compagni di squadra e a insegnarli ogni trucco per muoversi in volata oppure tra le stradine di quel Belgio che lo aveva adottato come un figliol prodigo. Poi, la decisione di smettere con un anno di anticipo rispetto al suo contratto. «Ho detto basta e non me ne pento», racconta sempre nel 2016. «Continuerò con il corso per diventare paramedico e poi in futuro voglio realizzare un desiderio che avevo sin da bambino: diventare pompiere».

Schivo quasi ai limiti del patologico («Se potessi, farei a meno anche dell’indirizzo e-mail»), Farrar racconta che a lui non è mai interessato essere celebre, ma solo prepararsi d’inverno per andare forte in bicicletta. «Il ciclismo è un mondo piccolo rispetto ad altri sport e quindi è sempre stato strano scoprire che tante persone conoscessero diverse cose sul mio conto e sulla mia vita».

La storia volge al termine: fuochi che si accendono, fuochi che si spengono, carrellata su Seattle, poi su Washington, un lungo primo piano sulla vivace chioma rossa tirata all’indietro da una spazzola; eccolo, Tyler Farrar da Wenatchee, con un sorriso rivolto al mondo funzionale a non soccombere alle avversità dell’esistenza. «Correre in bici è stato un sogno e ora sono passato a un altro sogno». E così è: prima è diventato EMT, poi pompiere. Non svegliatelo, a meno che non abbiate bisogno di aiuto, oppure di spegnere un incendio.

 

 

Foto in evidenza: ©https://www.parool.nl/

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.