Filippo Simeoni è stato uno sportivo coraggioso: per questo non va dimenticato.

 

Ringraziatelo, ringraziatelo”, urla in mondovisione Filippo Simeoni appena rientrato sulla fuga di giornata. Sta indicando qualcuno che pedala alle sue spalle. Flecha, Fofonov, Mercado, Joly, García Acosta e Lotz, i sei fuggitivi, si voltano nello stesso istante: quando vedono che dietro l’italiano c’è Lance Armstrong in maglia gialla, sbiancano.

Bravo Simeoni, bel numero”, sfotte Armstrong. Dopo aver catechizzato gli attaccanti, il texano ritorna al suo posto, in coda al gruppetto, ad un millimetro dalla ruota posteriore di Simeoni. García Acosta, il più anziano tra quelli al comando, spiega la situazione all’italiano.

Armstrong ha detto che se rinunci rinuncia anche lui. Finché voi due rimanete qui, la nostra fuga è condannata”.

Per chi ha ancora qualche stilla di energia e un po’ di sana incoscienza, la diciottesima tappa del Tour de France 2004 è perfetta per provarci. I tre giorni precedenti sono stati provanti: tre vittorie consecutive di Armstrong, che ha scherzato Klöden, Basso e Ullrich e spianato l’Alpe d’Huez in un’inedita cronoscalata. La cronometro di Besançon del giorno dopo è un ulteriore motivo per starsene in gruppo, ché tanto si fa fatica lo stesso.

Simeoni capisce la situazione e desiste. Il texano, viscido e ingombrante, ha ottenuto quello che voleva e fa lo stesso. Mentre il gruppo rinviene da dietro, la storia del Tour de France si arricchisce di un intermezzo irripetibile (e col tempo inquietante): la maglia gialla che parlotta con uno smilzo italiano della Domina Vacanze, la fuga che finalmente respira e il gruppo che, all’oscuro di tutto ma solo apparentemente, ritrova il suo tiranno nel bel mezzo della campagna francese.

Armstrong batte qualche volta la mano destra sulla schiena di Simeoni. Sembra il fratello maggiore col minore. “Dai, adesso basta, ci passo sopra ma non lo fare mai più”, sembra dirgli.

Ho soldi e avvocati, ti distruggo quando voglio”, gli dice invece senza possibilità di fraintendimenti.

La corsa è stata sfregiata nell’indifferenza generale. Armstrong, da attore consumato, mima a favore di telecamera il gesto della bocca cucita. Poi, sicuro e inavvicinabile, ride di gusto.

A Lons-le-Saunier vince Mercado su García Acosta: il gruppo arriva a undici minuti. In un’anonima giornata estiva, qualcosa si incrina nel totalitarismo di Lance Armstrong. Due giorni più tardi si lascia sfuggire una frase sincera ed eloquente con un giornalista mai specificato de “La Gazzetta dello Sport”: “Ho fatto una cazzata”, rivela preoccupato e arrabbiato con se stesso.

 

Il Tour de France 2004 fu un’edizione particolare. Terminò, ovviamente, con Lance Armstrong in maglia gialla, ma la corsa illuminò anche altri personaggi: Fabian Cancellara, che vinse il prologo; Tom Boonen e Filippo Pozzato, due tappe il primo e una il secondo; e Thomas Voeckler, dieci giorni in maglia gialla. ©Brian Townsley, Wikimedia Commons

 

Filippo Simeoni nasce nell’agosto del 1971 e la sua infanzia è neorealistica. Il padre, l’unico maschio di nove figli, ha lasciato il Lazio per la Lombardia, l’Eldorado per un muratore. Simeoni nasce a Desio ma, una volta compiuti dodici anni, si trasferisce con la famiglia a Sezze, da dove il padre era partito anni prima.

L’accento milanese e l’assenza di amici lo isolano. I bulli lo prendono di mira: a proteggerlo e svezzarlo c’è Fabrizio, un armadio, che dentro di sé cova la solitudine e la bontà d’animo di chi ha un padre a spaccarsi la schiena nelle miniere del Belgio. La bicicletta, intanto, porta Simeoni a crescere in fretta lontano da casa.

Passa tre anni a Jesi ma nell’ultimo di questi si rende conto che, quasi improvvisamente, le gerarchie e l’aria intorno a lui sono cambiate. Corridori che fino a poco tempo prima gli finivano dietro adesso lo anticipano sempre. Capisce l’antifona. Va da Santuccione, in Abruzzo, e si informa su come funziona l’Epo. Resiste alla tentazione e intanto passa professionista con la Carrera di Pantani e Chiappucci. L’uomo, però, non è fatto per resistere alle tentazioni: vanno evitate in partenza altrimenti si finisce per cedervi.

Al termine del 1996, Simeoni è nello studio di Michele Ferrari. In gruppo è un santone: un mito, esattamente il soprannome col quale è conosciuto nell’ambiente. Ferrari, come tutti i diavoli, è intelligente e affabulatore. Competente, soprattutto. Dopo alcuni test, chiede a Simeoni dove vuole arrivare. “Un buon Trentino e un bel Giro d’Italia”, risponde il diretto interessato. Ferrari gli predice che, dopo un primo ciclo di cure, finirà il Giro del Trentino tra i primi cinque. Simeoni finisce quinto. Al Giro d’Italia è costretto a ritirarsi per una tendinite: nonostante non fosse un uomo da grandi corse a tappe, quando abbandona è al diciassettesimo posto della classifica generale.

Nel 1999, una perquisizione a casa del dottore rischia di far saltare tutto. Sulle cartelle cliniche ci sono scritti nomi e cognomi di chi si è rivolto a lui. Partono ulteriori approfondimenti. Le case di Bortolami, Chiappucci e Cipollini vengono messe a soqquadro. Alle sei di una mattina come tante altre, bussano alla porta di quella di Simeoni. Apre la madre, che assiste impotente e stordita a quel devastante rituale che è la perquisizione. La casa è sventrata. Vengono trovati dei taccuini con appunti chiarissimi. “Filippo”, riesce a malapena ad articolare la donna, “cos’hai combinato?”.

Simeoni, davanti all’apparenza, decide di rompere il muro dell’omertà. Trova finalmente quel coraggio che gli mancò (o che ebbe, a seconda dei punti di vista) quando fu il momento di scegliere quale strada prendere. Rivela tutto e fa il nome di Ferrari, che non può difendersi querelando Simeoni in quanto carta canta. L’italiano becca nove mesi, poi ridotti a quattro.

Armstrong non perde tempo: pur senza essere mai stato nominato, dà del bugiardo a Simeoni. La stampa italiana e Le Monde annotano il tutto. Ma non è finita: nei giorni successivi, l’italiano querela il texano che, di conseguenza, lo controquerela. Prima di quel fatidico faccia a faccia al Tour de France 2004, Simeoni vince due tappe alla Vuelta: una nel 2001, l’altra nel 2003.

 

Una delle rare foto di Filippo Simeoni col tricolore.

 

L’umiliazione subita non terminò con le parole e i comportamenti di Armstrong. Una volta tornati in gruppo, dopo che il texano ha già recitato da mafioso davanti alle telecamere di tutto il mondo, un drappello di italiani avvicina Simeoni. L’offesa più garbata è “stronzo“, l’accusa peggiore è “sputi nel piatto in cui mangi”. Sono Guerini, Nardello e Pozzato: come rivelato dallo stesso Simeoni a “Il Fatto Quotidiano”, i primi due si scusarono (coi loro tempi, ma lo fecero), mentre il terzo non lo ha mai fatto.

La paura, la solitudine e la sensazione d’aver fatto la cosa giusta donano all’italiano energie insospettabili. Nell’ultima tappa, quella che arriva sui Campi Elisi, attaccherà ancora. Prima quando Armstrong e i suoi stanno bevendo lo champagne e posando per le foto di rito; poi, per innervosire ulteriormente Ekimov che al termine del primo inseguimento gli ha fatto il gesto delle corna, Simeoni ci riprova addirittura sui Campi Elisi. Nulla da fare, ovviamente, e nonostante questo qualcosa è stato fatto. Una goccia nel mare, un pelo tra i peli, un urlo in mezzo alla confusione: ma sono dettagli significativi. I dettagli non contano mai finché non si sommano e non fanno una differenza abissale: quella che c’è tra chi può girare a testa alta e chi, invece, si muove cercando l’odore della convenienza.

L’organizzazione del Giro d’Italia, ad esempio, non farà una bella figura quando, nel 2009, preferisce invitare la Xacobeo Galicia al posto della Ceramica Flaminia. Nella squadra italiana c’è Filippo Simeoni che, nell’estate precedente, ha conquistato il tricolore con una stoccata da finisseur dettata più dalla voglia di rivalsa che da quella di vincere. Terzo, deluso e nervoso, quel giorno fu Pozzato. Sembra che dietro al mancato invito della Ceramica Flaminia al Giro d’Italia 2009 ci sia ancora Armstrong, che torna sulla scena internazionale proprio in quella edizione della corsa rosa. Simeoni decide in fretta: dopo aver scritto a Berlusconi senza ricevere risposta e dopo che Zomegnan gli ha detto che non merita spiegazioni, restituisce la maglia di campione italiano (gesto che gli vale tre mesi di squalifica) e si ritira definitivamente dal ciclismo pedalato.

 

Preferire la Xacobeo Galicia ad una squadra italiana dove corre il campione italiano rende l’idea dello sgarbo fatto a Simeoni. Il team spagnolo è stato una meteora. I risultati più interessanti li raccolse alla Vuelta 2010: Mosquera concluse secondo nella generale alle spalle di Vincenzo Nibali, portando a casa la tappa che arrivava sulla Bola del Mundo; David García Dapena, invece, la sua tappa la vinse nel 2008 ma nell’edizione 2010 concluse undicesimo. Nei giorni immediatamente successivi al termine della corsa, sarà resa nota la loro positività a un coprente. ©Euskal Bizikleta, Wikimedia Commons

 

In un’intervista raccolta da Gianni Mura nel 2015, Filippo Simeoni fa un bilancio della sua vita. Dice che non ha nessun rimorso, che tutti o quasi prendevano l’Epo e che, una volta entrati nel meccanismo, non ci si sente traditori o delinquenti. Nel 2017 viene eletto vice presidente del comitato regionale del Lazio della Federazione Ciclistica Italiana. Pochi giorni dopo essersi insediato, però, Simeoni rimane pietrificato sotto un getto d’acqua gelata: il suo passato pesa come un macigno, la squalifica per doping lo taglia fuori.

Poteva essergli comunicato prima? Senza dubbio. È una decisione sensata? Difficile dirlo. È vero che chi non sbaglia ha sempre ragione; ma, a dirla tutta, chi non ha mai sbagliato non ha mai saputo. Vale di più l’immacolatezza o la catarsi?

Simeoni, nella tranquillità di Sezze, gestisce un bar. Ha due figli, Simone e Antonio: il primo corre nella squadra che Simeoni segue da vicino. I suoi corridori sono i Pirati, in onore di Pantani, secondo Simeoni “il più bravo e quello che ha pagato per tutti”. Riscatta il suo presente grazie al futuro dei suoi ragazzi. Nonostante Sezze non sia il centro esatto dell’universo, l’italiano ha comunque seguito le vicende che hanno travolto e distrutto Lance Armstrong.

Il ciclismo, dopo le sue ammissioni a Oprah Winfrey, ha ufficialmente voltato pagina. Simeoni è convinto e felice di questo cambiamento ma le rivelazioni di Armstrong non lo toccano più di tanto. Del passato non vuole parlare: chi doveva sapere, sapeva tutto già quindici anni fa. Da questa vicenda escono tutti sconfitti: nessun vincitore, come in una guerra. Come al termine di un giallo, nemmeno la risoluzione del caso può cancellare il delitto irrimediabilmente avvenuto.

 

Foto in evidenza: @sportspoetssociety

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.