Il paradiso artificiale è pur sempre il paradiso. Parola di Floyd Landis.

 

“Dall’Inferno al paradiso”, così la Gazzetta intitolò l’impresa di quel 20 luglio del 2006. L’inferno prese forma ventiquattrore ore prima lungo la salita che portava il gruppo a La Toussuire; davanti a tutti “il pollo” Rasmussen schiantava la concorrenza e la maglia gialla di Floyd Landis visse un calvario difficilmente descrivibile, ma che il giorno dopo plasmò a suo piacimento riducendolo in un pezzo di personale paradiso.

Non aveva ancora nemmeno attaccato il numero di gara alla sua maglia bianco-gialla-verde della Phonak, quando l’istinto gli sussurrò di attaccare. Le sue ore in testa alla corsa furono registrate come una delle più grandi imprese del ciclismo moderno.
Il millennio era iniziato da poco, Armstrong aveva appena posto fine alla sua egemonia in giallo e un altro americano, dopo tre anni alla sua corte, provava ad emularlo.
Floyd Landis è diverso dal texano”  blaterava il gruppo, proveniva dalla Pennsylvania e visse parte della sua vita seguendo la dottrina mennonita imposta dai suoi genitori. Lontano da agi e riflettori, di Lance Armstrong non possedeva né lo stesso talento che scorre dentro il sangue, né una storia da tramandare.

Spese i primi anni in maglia  US Postal, ma poi preferì mettere su bottega in Svizzera. Il periodo a fianco Armstrong per lui fu fondamentale per prendere coscienza dei propri mezzi: tra gregariato fatto di vento in faccia in pianura, esplosioni di watt in salita e borracce sotto la maglietta, fino a quelle pratiche a cui Lance lo iniziò (“Fu lui a spiegarmi come si fa“) e che lui a sua volta diede in eredità ad altri connazionali e compagni di squadra.

Landis passò quel 20 luglio in fuga da tutto e tutti, tanto lo sapeva: “I controlli antidoping sono una pagliacciata“. Annichilì ogni avversario vincendo la tappa con quasi 6′ di vantaggio. Aumentò il distacco in pianura e fu capace di difenderlo nella salita finale mentre dal gruppo tiravano i migliori corridori presenti in quello che viene ricordato come uno dei Tour più pazzi di tutti i tempi.
Vinse la classifica finale della corsa, ma non fece in tempo a sentire in bocca il gusto rinfrescante del successo che nel giro di pochi giorni le porte dell’inferno si spalancarono nuovamente sotto i suoi piedi.

La trama è lineare, non troviamo chissà quale colpo di scena: positivo alle analisi del sangue e poi alle controanalisi, Landis perse a tavolino quel Tour de France. Dapprima provò anche a negare, poi vide la realtà arrivargli in faccia dura come la pendenza di una di quelle rampe di garage su cui si allenava per trovare smalto e brillantezza.

Qualche anno dopo anche il sistema Armstrong franò, forse qualcuno gli voltò le spalle dai piani alti, e dopo anni di sospetti l’inscalfibile corridore nativo del Texas venne smascherato .
Landis, come fanno in tanti, si scagliò contro il suo ex capitano rovesciando su di lui le colpe per aver cercato la fama dopo anni di privazioni.

Alla fine del suo cammino da corridore, forse baro, di sicuro vittima e carnefice, profanatore di sogni, macinatore di chilometri o semplicemente uomo con i suoi errori e le sue debolezze, Floyd Landis si reinventa trovando nella produzione di olio di cannabis il suo nuovo paradiso. Dal 2014 in Colorado chiunque abbia superato i 21 anni di età può coltivare, produrre e consumare una piccola quantità di marijuana. Lui sale al volo su quel treno.

“Quello che mi piace di questo posto è che nessuno sembra sprecare le proprie energie nel cercare di far credere ad altri di essere quello che non è”.
Le sue parole al meeting dei produttori di marijuana per presentare il progetto marchiato “Floyd’s of Leadville“, suonano come rottura verso il passato, rimbrotto contro il mondo che gli era appartenuto e che lui aveva sgretolato tra Joux Plane e Morzine.

Floyd Landis quando era un ragazzo pedalava sognando la maglia gialla del Tour France. Ora è un uomo soddisfatto, lontano dalla dottrina mennonita e da quella dello show business sportivo che impone la vittoria a tutti i costi, e dopo aver scalato gli inferi e attraversato il purgatorio, si sente salvo. Mentre tocca con mano il suo pezzo – è proprio il caso di dirlo – di paradiso.

(immagine copertina colinedwards99 [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons)

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.