L’ascesa di Joseba Beloki si fermò in un bollente 14 luglio.

 

Il sole che irradia il Tour de France scioglie l’asfalto riducendolo a catrame appiccicoso, brucia la pelle dei corridori e quella dei tantissimi tifosi lungo le strade. Sulla corsa francese da anni si abbatte l’Uragano Lance: una forza soffocante, che demolisce. All’inizio del suo dominio, alcune voci di una positività che lo coinvolgevano venivano prontamente messe a tacere; un decennio dopo, invece, fu travolto dal più grande scandalo doping della storia di questo sport.

I fatti che narriamo si infilano in mezzo alla sua egemonia e si riferiscono al 14 luglio del 2003 quando, si diceva, il sole picchiava come un martello e rendeva l’esercizio sulle due ruote ancora più complicato. Non cadeva una goccia di pioggia da giorni, oramai, e la tappa portava i corridori da Bourg d’Oisans a Gap. L’americano vestiva la maglia gialla da poche ore, dopo averla strappata a Richard Virenque al termine della tappa con arrivo sull’Alpe d’Huez. Alle sue spalle, per il quarto anno consecutivo, c’era un basco: Joseba Beloki.

Nato a Lazkao, nei Paesi Baschi, il corridore in maglia ONCE affrontò quel Tour attaccando tante volte quanto mai nelle Grande Boucle precedenti, tutte concluse per tre volte sul podio. Fu terzo nel 2000 e nel 2001 e secondo nel 2002, e quell’anno, a detta del suo team manager Manolo Saiz, sarebbe arrivato il momento di spezzare il dominio a stelle e strisce.

I corridori quel giorno affrontarono, nella prima parte di gara, Lautaret e Izoard, due salite storiche. In fuga, insieme al tedesco Jörg Jaksche – a lungo maglia gialla virtuale -, vi erano anche alcuni corridori italiani: Di Luca, Pellizotti e Peron. Danilo Di Luca si prese il lusso di passare per primo sul Lautaret, salvo poi andare in difficoltà nella seconda parte della tappa, dove vennero affrontate salite meno epiche ma dai nomi suggestivi e dalle pendenze che fecero parecchio male in gruppo: Côte de Saint Appolinaire e Côte de la Rochette.

Il caldo, nel frattempo, consumava litri di acqua e bruciava le speranze: sul Saint Appolinaire, mentre la sorte dei fuggitivi era ormai segnata, attaccava Beloki. Armstrong si acquattò alla ruota del rivale basco; sembrava, al suo solito, invulnerabile, con quella sua maschera inscalfibile e la bocca semi chiusa. Con lui, a comporre il trenino dei più forti di quel Tour, c’erano: Paco Mancebo – uno che sedici anni dopo è ancora in gruppo – Iban Mayo, vincitore poche ore prima sull’Alpe d’Huez, Ivan Basso, a detta di tutti l’erede in gruppo di Armstrong, Alexandre Vinokurov e Jan Ullrich – che a fine Tour accompagnarono l’americano sul podio -,  il regolarista Haimar Zubeldia e Tyler Hamilton, uno dei grandi accusatori del texano.

Mentre gli altri si leccavano ferite rese ancora più profonde da una temperatura alta in modo osceno, i migliori scollinavano, lanciandosi verso la discesa, prima del finale che prevedeva la Côte de la Rochette. Proprio su quest’ultima salita attaccava Vinokurov: come il giorno prima sull’Alpe d’Huez le pendenze più impegnative divennero muse ispiratrici per le gambe del biondo kazako, che correva per onorare la memoria dell’amico e connazionale Kivilëv, scomparso in corsa nel marzo di quell’anno.

Armstrong, “meno grigio del giorno prima” – avrebbe scritto Gianni Mura sulle pagine di Repubblica – lasciò fare: non temeva “Vino” e si preoccupava solo di Jan Ullrich e Joseba Beloki. La salita, aspra come un frutto fuori stagione, allappò le gambe dei corridori. Lance, in maglia gialla, scandì il ritmo e furono solo il basco e il tedesco a tenergli la ruota nell’ultimo chilometro di salita. I tre scollinarono mentre davanti Vinokurov si stava involando verso il successo di tappa. La discesa si fece a tutta. L’asfalto, rugoso e a macchie, si squagliava sotto il sole incandescente. Beloki era davanti nel gruppetto maglia gialla sul quale tentavano di rientrare alcuni dei migliori in classifica generale. Armstrong lo seguiva a ruota, breve rettilineo, curva a sinistra, altro breve rettilineo e Beloki rilanciò l’azione. La sua bici per un attimo si stufò di tenerlo in sella. L’attrezzo in mano a Beloki sbandò dopo essersi addentrato in una pozza di catrame fuso e lo disarcionò prima di una lunga semi curva verso destra. Armstrong, per evitarlo, si inventò un numero tagliando dentro un campo di grano giallo come la sua maglia di leader e uscendo evitò di un soffio persino un gendarme.

Beloki, andò a terra e restò accasciato per diversi minuti:”Manolo Saiz gli tiene la testa, in attesa dell’ambulanza, i gregari Azevedo e Jaksche sono inginocchiati davanti al capitano che piange per il dolore. All’ospedale si saprà che s’è rotto polso, gomito, e femore destri. È un quadro che sembra una deposizione della croce e mi ricorda la caduta di un altro spagnolo, Ocaña, nella discesa del Col de Menté, nel ’71“, scrisse sempre Gianni Mura quel giorno.

Il Tour 2003 di Lance Armstrong passò alla storia, oltre che per essere stato il quinto consecutivo vinto dall’americano, come il più difficile dei sette conquistati. Attaccato da baschi, kazaki e francesi e con la strenua resistenza di Jan Ullrich fino all’ultimo giorno – il tedesco chiuse a 1’01”, Armstrong in quel Tour evitò capitomboli, si rialzò da cadute, rischiò di cambiare colore davanti ai morsi dei suoi avversari.

Il bubbone doping esploso qualche anno dopo cancellò le corse vinte dall’inscalfibile corridore originario del Texas, ma quelle vittorie non furono mai riassegnate e per Beloki restarono tre podi, una serie di fratture che ne spezzarono i sogni e la fine della carriera dopo il coinvolgimento nel 2007 nell’Operación Puerto.

 

Foto in evidenza: Matt Knoth – CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.