Adrien Costa, in un modo o nell’altro, si sente sempre realizzato.

 

 

Adrien Costa ha sempre avuto un debole per ciò che noi definiremmo impresa o avventura. In sella alla bicicletta, con un paio di sci ai piedi, sospeso in verticale su una parete rocciosa: per lui non ha mai fatto alcuna differenza.

Azzardo e rischio, Costa si è continuamente messo in gioco per sentirsi realizzato: days in the wild, li chiama lui. Gli piace differenziarsi, animo ribelle e sensibile come quello di un adolescente che troppo in fretta esce dal suo guscio. Il ciclismo è stato lo sfogo per quell’ardente condizione giovanile. A sedici anni già metteva in fila tutti i propri rivali, la maggior parte dei quali più grandi di lui svariati mesi – e si sa come a quell’età anche poche settimane possono fare la differenza.

©Pandana Headwera, Twitter

Quando partiva in progressione, spesso gli avversari dovevano aspettare il traguardo per rivederlo. Alcuni terminavano la loro corsa mentre lui era già sul podio a festeggiare o a farsi la doccia: è il caso del Tour du Pays du Vad del 2015, quando a inizio salita stacca tutti e vince la semitappa con arrivo a Champéry, di prepotenza e con un certo margine. In mattinata li aveva battuti a cronometro. Costa era di un’altra categoria e lo aveva dimostrato già l’anno precedente nelle prime schermaglie contro i coetanei di tutto il mondo.

Adrien Costa arriva dalla California. Nasce a Los Altos nel 1997 da genitori che lasciarono la Francia per andare a lavorare nella Silicon Valley. Piccolino, con enormi occhi blu che facevano impressione a fissarli, non c’era terreno che non gli fosse adatto; sulle pendenze più impegnative dava filo da torcere a tutti, scalatori compresi. La sensazione di trovarti di fronte a un futuro dominatore del ciclismo mondiale non cambiava quando lo vedevi buttarsi da solo in strada su una bicicletta da cronometro per fare quello che gli piaceva di più: faticare mentre il vento lo percuoteva e minacciava, frenandolo a furia di schiaffi in faccia; quando, invece, non lo stimolava soffiando da dietro.

Una sfida dove lui spesso ne usciva vittorioso, potente e aerodinamico. Due medaglie d’argento a cronometro in altrettanti mondiali juniores su strada, uno alle spalle di Appelt – corridore poi persosi per strada – ma davanti al connazionale, amico e rivale di tante battaglie McNulty, che oggi rappresenta l’avvenire del ciclismo americano.

©Bill Dickinson, Twitter

L’anno successivo, Costa arriva dietro Kämna – messosi in mostra al Tour 2019 – ma davanti a Ganna, uno che di certo non ha bisogno di presentazioni. Aveva tenuta e brillantezza nelle corse a tappe, così come il suo futuro pareva già scritto. Nel 2016, quando passa dagli junior agli Under 23, continua a progredire. Nonostante quel fisico minuto, quando saliva in bicicletta mutava pelle. Non era un semplice novizio: lo chiamavano ragazzo prodigio.

Destinato al successo

Corse di un giorno o corse a tappe, percorsi vallonati, di montagna o piatti, non c’era alcuna differenza per il suo motore che riusciva a scatenarsi e per la sua testa che provava a tenere tutto sotto controllo. All’inizio di quella stagione trionfa al Tour de Bretagne, corsa aperta ad élite e Under 23. In Francia, dopo quel successo, lo paragonano a Chris Froome per motore e caratteristiche. Più giovane al via e più giovane vincitore di sempre di quella corsa, impressiona persino Bernard Hinault. «A diciotto anni ha fatto un’impresa. Pensavo cedesse in salita, e invece: che corridore!», raccontò il cinque volte vincitore del Tour de France sulle pagine de “L’Équipe”.

Eppure quella leggerezza che lo contraddistingueva –  letting go, la definisce in un’intervista – e che esprimeva sui pedali era in eterno conflitto con i sentimenti che scavavano dentro di lui. Una sensibilità come un pesante fardello da portare appresso e che lo condusse, poco tempo dopo, verso scelte in controtendenza.

©Velo UK CYcling Mag, Twitter

E così Costa pedala come in un un lungo racconto intriso di romanticismo, o forse sembra più la strofa di una poesia maledetta. Non faceva altro, anche se ne sarebbe stato capace. Stare all’aria aperta era tutto per lui, così come riflettere in maniera spasmodica su quello che stava combinando. «La cosa che mi ha sempre affascinato correndo in bicicletta era poter spostare i miei limiti fisici attraverso il controllo mentale», sostiene con una punta di nostalgia, ma senza amarezza, mesi dopo aver chiuso la propria carriera.

Nel suo primo anno da Under 23 vinse con una facilità disarmante diverse corse. Mise in fila persino corridori del World Tour quando si trattò di pedalare nella sua America – che non è una metafora, ma il Tour of Utah. Arrivò secondo in classifica generale attirando l’interesse della Quick Step, che lo tesserò come stagista a fine stagione. Diverse squadre francesi, intanto, mandavano emissari per metterlo sotto contratto il prima possibile.

Un futuro già scritto, ma non quello che ci saremmo immaginati. Adrien Costa chiude quella stagione con diversi successi di prestigio e un podio al Tour de l’Avenir, dietro a Gaudu ma davanti a Bernal, Geoghegan Hart e Sivakov, quest’ultimo battuto nettamente anche al Tour de Bretagne. In tutta la stagione si scontra con ragazzi che oggi non solo rappresentano il futuro, ma hanno iniziato a picchiare forte anche sul presente.

©Hagens Berman Axeon, Twitter

Il 2017 doveva essere l’anno della svolta, quello che gli avrebbe indicato definitivamente la strada per arrivare ai massimi livelli. Ma qualcosa si rompe: a metà aprile, mentre i suoi compagni di squadra si esaltano nelle dure classiche del calendario italiano Under 23, lui racimola un quinto posto al Giro del Belvedere, un ritiro al Palio del Recioto e una non partenza a San Vendemiano. Riflettendo su quei giorni, chi avrebbe mai immaginato che sarebbero state le ultime notizie sulla sua carriera da ciclista?

Ci vollero mesi per sapere che fine aveva fatto quel ragazzo dagli enormi occhi blu e i capelli biondi a spazzola. Ci pensa la sua squadra, l’Axeon Hagens Berman diretta da Axel Merckx, a diffondere qualche notizia. A luglio annunciano il suo ritiro temporaneo dall’attività agonistica, mentre lui rilascia una dichiarazione che non ammette replica: «Ho bisogno di riflessione e di riprendere a fare le cose con calma. Prenderò questo periodo per pensare a me stesso, studiare, viaggiare in Europa. Questo è il momento migliore per farlo. Voglio vincere tanto nel ciclismo, ma ho bisogno di una pausa».

Americani

Ma c’è chi, cinico e lungimirante, capisce che si tratta di una decisione che non vedrà marcia indietro: Adrien Costa con il ciclismo ha chiuso. Succede sempre più spesso, soprattutto fra i corridori americani. Tanto precoci in età giovanile quanto lesti nel bruciare il legnetto con cui avevano appiccato la fiamma della loro carriera. L’attività li spreme, a volte crescono troppo velocemente anche dal punto di vista fisico; le attese creano ansia e difficoltà, ci sono sponsor e addetti ai lavori che mettono una pressione inimmaginabile. Tutti alla ricerca del nuovo grande corridore statunitense – per la stampa specializzata Adrien Costa era considerato “The Next LeMond”, per altro anche lui di origini francesi – oppure del nuovo Armstrong – ma il suo nome facciamolo a bassa voce, dei suoi Tour ormai non vi è più traccia.

©Jakob K. Sørensen, Twitter

Un movimento ciclistico, quello a stelle e strisce, che negli anni ha raccolto poco in proporzione a quanto ha investito e che è stato travolto dalla bufera intorno al texano. Oggi la passione si è affievolita: chiudono le corse, resistono due squadre nel movimento professionistico ad alto livello; a livello giovanile emerge la Axeon Hagens Berman, che prova a lanciare talenti di buona caratura i quali, spesso e volentieri, sembrano già consumati non appena lasciano la squadra. E si ritirano senza nemmeno aver assaggiato il professionismo. Come Adrien Costa, che nel febbraio del 2018 annuncia che con il ciclismo ha davvero chiuso, mettendo in mostra ancora una volta la sua migliore dote: la sensibilità.

La squadra aveva deciso di rispettare la sua scelta e di aspettarlo, tant’è che era stato lasciato uno spazio vacante proprio per lui. Ma nei primi giorni di febbraio arriva la notizia.

«Ho voglia di fare altro. Ho chiuso con il ciclismo. In questo periodo ho scoperto che ci sono tante altre cose che mi piacciono della mia vita. Amo questo sport e proprio per rispetto nei suoi confronti lo abbandono. So che se volessi continuare a fare questa vita dovrei dedicare tutto me stesso alla bicicletta in maniera maniacale come ho sempre fatto. Ma so che non ci sarei più riuscito. So che se mi sveglio la mattina non posso dare tutto negli allenamenti, perché la concentrazione non è più al 100%. E non mi sento degno di prendere uno stipendio per una versione a metà di me stesso. Non mi sento degno di rubare lo spazio che invece potrebbe essere occupato da qualcun altro, né penso sia giusto sentirmi coccolato dalla squadra». Una doccia fredda; ma, come detto, un passaggio annunciato dopo quello stop temporaneo soltanto in apparenza.

Non è la fine

L’attenzione si sposta a cinque mesi dopo il suo addio. Lo sfondo è la contea di Mono in California, per la precisione il Monte Conness. Non è il sogno di quando era bambino: il ciclismo su strada, quei Campi Elisi dove proprio quel giorno si sta concludendo il Tour de France e dove lui, che spesso andava in giro con una maglietta gialla con scritto US Postal, si sarebbe immaginato sul podio.

Costa, in questi mesi, ha continuato a fare quello che più gli piace: studia psicologia all’Università dell’Oregon, scia e soprattutto si arrampica. Il più delle volte lo fa da solo, come quando sfidava gli altri in bicicletta. Scala pareti rocciose con la stessa qualità e abnegazione che gettava nel ciclismo. Quel 29 luglio sale fino a quasi 3500 metri d’altitudine ai piedi del ghiacciaio del Monte Connes.

È alta montagna, ma non quella con le pendenze arcigne da scalare in bicicletta grazie all’agilità di polpacci e caviglie, ma pareti su cui arrampicarsi con la forza delle braccia e i geni di un ragno. Costa cade, ma non c’è asfalto ruvido su cui scivolare, bensì un guardrail pericoloso e poi il fosso. O magari, come succede il più delle volte a chi pedala, si finisce in mezzo ai rovi, ci si rialza e si riprende la bici e poi di nuovo in sella per sentire il vento in faccia, con solo un traguardo da tagliare e l’abbraccio caloroso di un massaggiatore ad aspettarti, mentre i tifosi urlano il tuo nome. No, Costa è solo e cade nel nulla, venendo inghiottito da un incubo. Una grossa pietra di oltre due tonnellate si stacca e lo travolge, schiacciandogli la gamba destra. Rimane diverse ore a chiedere aiuto.

©Cycling Tips, Twitter

Racconta di aver pianto e di aver pensato di essere all’interno di un videogioco con davanti solo la scritta game over. Un gruppo di escursionisti lo vede e segnala la sua posizione allo sceriffo della contea. Ci sono però difficoltà nel recuperarlo e prestargli le prime cure: in quella zona della California gli incendi sono all’ordine del giorno e il fumo rende il volo degli elicotteri complicato. Ed è proprio un elicottero in servizio da quelle parti che riesce a trovarlo e a soccorrerlo. Le condizioni sono gravi e in ospedale non riescono a salvargli la gamba, amputandogliela sopra il ginocchio. Un mese dopo Costa è già in palestra a lavorare. «Combatte allo stesso modo in cui lo faceva in bicicletta», racconta Axel Merckx, che ha aperto una raccolta fondi per aiutare il corridore e la sua famiglia. Costa rinforza i muscoli e prende nuovamente confidenza con quello che è «il mio mondo verticale», come ama chiamarlo.

«È un esempio, un uomo libero, una delle scoperte più incredibili che lo sport mi abbia mai fatto vivere» , dice Bardet dopo averlo incontrato. «Ha 19 anni, ma ha una personalità prodigiosa».

Se oggi guardi il suo profilo Instagram lo ritrovi appeso a una parete, oppure in bicicletta. Sorridente, quasi un po’ scanzonato e guascone, anche se viene facile leggere dietro i suoi enormi occhi un velo di malinconia. «Più che togliermi, l’incidente mi ha dato. Responsabilità e tempo per leggere, ad esempio. Mi fa tenere le orecchie sempre dritte».

©Luis Jimenez, Twitter

Viaggia, studia, pratica sport all’aria aperta, cercando di fare come se nulla fosse accaduto e sempre con un filo rosso: quello della serenità. «Quando ero su quella montagna con la gamba schiacciata, quello che mi ha mantenuto in vita è stata la tranquillità».

Oggi Adrien Costa appare come un ragazzo felice che fa della normalità e della spensieratezza il suo ferro del mestiere. Un esempio per molti ragazzi che lo seguono sui social e lo ringraziano per la forza che trasmette. È convinto che quello che gli è successo sia stato l’inizio di una nuova vita che lui vive con orgoglio e al massimo, tutti i giorni. Continua il suo rapporto d’amore con la natura («la cosa più bella è svegliarmi al mattino e vedere il sole sorgere sul mare») e insiste ad andare in bicicletta, a volte da solo per riflettere o per sentire la brezza che gli accarezza la faccia come quando sfidava i suoi coetanei sulle strade di tutto il mondo e molto spesso li batteva. In un modo o nell’altro, il futuro di Adrien Costa è sempre quello di un vincente.

 

 

Immagine in evidenza: ©Hagens Berman Axeon, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.