Nonostante la recente introduzione, l’Angliru è già uno dei santuari ciclistici.

 

 

Il ciclismo convive con la paura: paura della fatica, dei limiti. Il ciclismo, sport “di masochisti visto da sadici”, ha detto qualcuno. Ironico ma c’è del vero, poiché se i corridori appaiono docili quando durante il ristoro a valle si fermano nei pressi di casa, allegri alla punzonatura scherzando col pubblico, rilassati nelle tappe di trasferimento, ecco che laddove la strada sale il vecchio cavallo di carbonio diventa altro, nave in preda ai marosi che traghetta i dannati nel folto della tempesta montuosa. Forse più che masochismo, quando la strada si muta in edera rappresa alle nuvole, ecco l’istinto umano in uno slancio parrossistico al proprio limite. Necessità di osare, di sondare terreni inesplorati. E la montagna, principessa di imprese, nel ciclismo diviene totem: si fa, appunto, luogo di sfida e terrore.

L’ultimo Angliru di Alberto Contador. ©Álvaro Campo

Angliru: ecco il nostro nome da romanzo gotico, suono duro e gutturale che lancia la fantasia in immaginifiche praterie del mito. Angliru inesplorato, Angliru giovane – vent’anni nel ciclismo sono niente -, eppure il picco iberico è già roba epica. Forse è con l’idea di competere con gli altri giri dal blasone coronato che vent’anni fa Enrique Franco sognò di introdurre nel percorso per la roja qualcosa di infernale. Qualcosa da far tremare le gambe alla stregua delle rocce alpine. “L’Angliru”, scrisse Miguel Prieto in una lettera per convincere gli organizzatori della corsa, “se si dovesse realizzarne l’introduzione, potrebbe senza esagerare essere equiparata e persino superare il Mortirolo italiano”.

1999, dunque. All’inizio chiamata La Gamonal, ben presto prese il nome terribile che conosciamo e da subito nei pressi di Oviedo, da dove si innalza la cima, si cominciò a costruirne il mito. Sì, perché se lo Stelvio, il Mont Ventoux e altre vette portavano sulla schiena decenni di imprese e drammi, qui il gioiello era nuovo di zecca, come un talismano nascosto in un vecchio baule. Dopo la storica doppietta del 1998, gli organizzatori della Vuelta non nascondevano di voler vedere un grande duello per l’anno di introduzione: Marco Pantani contro El Chava Jiménez. Ma quel duello rimase miraggio, come la nebbia di Madonna di Campiglio, come le nebbie disvelate sulla nuova terribile salita a doppia cifra. Vinse chi doveva e proprio El Chava dedicò quella vittoria a Marco e “al suo brutto momento”. Brutti momenti che poi continueranno per entrambi, stelle cadenti non più in grado di brillare nel firmamento dei pedali.

©pegatina1, Flickr

Vent’anni, dicevamo, che sono corsi rapidi. Vent’anni di asfalto ripido. Altri scalatori, altre vittorie illustri lungo la terra di Spagna: Simoni (“è una salita per mountain bike”, dirà in seguito) ed Heras, ad esempio, fino al grande Contador, capace di vincere due volte in cima al gigante di nebbia.
“Qui inizia l’inferno”. Ecco la scritta dalle tinte fosche vergata prima di imboccare il mostro asturiano, da sempre immerso in un cielo di piombo. Uno scimmiottamento letterario del più colto “lasciate ogni speranza” al principio dello Zoncolan: quasi una gara, un vanto, affinché ci si possa fregiare di possedere la strada più dura d’Europa ove si sfidino i campioni.
Orgoglio nazionale di fatica a parte, in fin dei conti poco importa stabilire quando il monte si fa inferno, e la cima saetta fra i volti allucinati dei corridori spossati (emblematica l’immagine di Horner sulla cima, conscio d’aver vinto la roja dopo aver superato l’Angliru). Ciò che conta è che il mostro di nebbia ha reso il ciclismo ancor più epico, nuovo tassello nel maestoso puzzle di montagne dove si fa la storia.

 

 

Foto in evidenza: ©Cyclist