Ricostruzione della memorabile litigata tra Basso e Simoni al Giro d’Italia 2006.

 

 

Scorrendo gli annali del Giro d’Italia alla ricerca di importanti distacchi tra il primo e il secondo classificato, si deve scavare a fondo, almeno fino al 2006. Quell’anno la corsa rosa, che partiva dal Belgio, fu infatti dominata da Ivan Basso, il quale lasciò rispettivamente dietro di sé lo spagnolo José Enrique Gutiérrez e il connazionale Gilberto Simoni. Il varesino decise di interpretare la corsa con una condotta che non lasciava spazio ad alcuna replica. Forte mentalmente e con la maglia rosa come obbiettivo, il capitano della CSC costruiva la vittoria come un amante di Lego: un mattoncino alla volta, infliggendo minuti pesanti a tutto il gruppo. Sul podio di Milano, il suo distacco nei confronti del secondo fu di 9’13”. Il terzo ne accumulò 11’59”.

©Rocco Pier Luigi, Wikipedia

Mentre Gutiérrez si rivelava una sorpresa – prima di allora, il suo miglior piazzamento in classifica generale era un venticinquesimo posto al Tour de France 2001 -, Simoni era un veterano ancora in forze. Vincitore della corsa rosa nel 2001 e nel 2003, Simoni era reduce da due annate da dimenticare in cui tornava a casa con le pive nel sacco. Prima il tradimento, se così si può chiamare, ad opera del suo giovanissimo compagno di squadra Cunego; poi la vittoria di Savoldelli, contro cui Simoni diede anima e corpo, specialmente nel giorno dell’inedita ascesa al Colle delle Finestre. Se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, probabilmente nei due anni precedenti la dea bendata aveva volto il suo sguardo altrove. Il corridore trentino si presentava così al via al prologo di Seraing con tanta voglia di conquistare il suo terzo Giro d’Italia, ma con una nuvola fantozziana che continuava a perseguitarlo.

Il percorso del Giro 2006 era stato disegnato da mano esperta, divertitasi a inserire frazioni dure e arcigne soprattutto durante l’ultima settimana di gara. L’autore dell’opera non poteva sapere che la corsa si sarebbe chiusa prima del tempo. Il capitano della CSC, infatti, forte di una squadra in cui militavano corridori del calibro di Sastre e Voigt, vestì la maglia rosa al termine del primo arrivo in salita – Passo Lanciano – e la portò fino a Milano. Giorno dopo giorno, scavò un distacco che ben presto sarebbe diventato incolmabile. Analogamente al suo modo di correre – procedere con costanza senza mai alzarsi sui pedali -, Basso guadagnava minuti e si accaparrava qualche tappa: Passo Lanciano, Pontedera – cronometro individuale vinta da Ullrich, squalificato poi per doping -, Monte Bondone e Aprica. Basso, scusate il gioco di parole, fece anche man bassa di vittorie.

©Giro Trentino Donne, Twitter

Dal canto suo Simoni voleva lasciare il segno, o almeno provarci. Consapevole di aver perso diverse occasioni utili per tentare di spezzare il solido dominio del rivale, rimaneva a sua disposizione solo il tappone di montagna. Tonale, Gavia – Cima Coppi di quell’edizione -, Mortirolo e Aprica: una frazione di duecentoundici chilometri pensata e tracciata per creare sorprese. La corsa, però, la fanno i corridori. Certo, il percorso aiuta, ed è per questo motivo che Simoni ci sperava: c’era ancora spazio per un successo di tappa. Alla vigilia il ritardo di Gutiérrez, secondo della classifica generale, era superiore ai sei minuti, mentre quello di Simoni, terzo, oltrepassava i dieci. Basso era inattaccabile, il Giro d’Italia era chiuso e forse nessuno aveva più le gambe per provare a riaprirlo.

Iniziata a ritmi molto blandi – di poco superiore ai ventisette chilometri l’oraria la media delle prime tre ore di corsa -, la prima parte di gara non offrì spettacolo. Sul Mortirolo, affrontato dal versante più difficile di Mazzo di Valtellina, Basso sparò le sue ultime cartucce e gli avversari caddero come birilli. L’unico a rimanere in piedi fu proprio Simoni. Si prospettava un finale al cardiopalma. L’epilogo, al contrario, fu abbastanza deludente. Simoni provò ad allungare in discesa. Basso non brillava certo per le sue doti da discesista: rigido in sella, affrontava i tornanti con timore. Poi, all’improvviso, Simoni rallentò per aspettare la maglia rosa e i due proseguirono insieme fino a circa tre chilometri dall’Aprica, dove Ivan diede il colpo di grazia al compagno di avventura. Arrivò al traguardo da solo mostrando la foto di suo figlio Santiago, nato il giorno prima.

La tappa di Aprica non finì quando i due oltrepassarono la linea del traguardo. Non furono né i corridori né il percorso a fare la corsa, ma le polemiche. Simoni, sguardo austero e stizzito, commentò ironicamente l’azione di Basso con due semplici parole: «Bel gesto». A La Gazzetta dello Sport dichiarò che durante la discesa del Mortirolo i due avevano parlato. «Prima mi ha chiesto di non staccarlo. L’ho aspettato, non veniva giù. ‘Non staccarmi, non staccarmi’, mi ha detto». È un fiume in piena, Simoni. «Se avessi a che fare con degli uomini, sarebbe diverso. Quando mi ha visto in difficoltà, ha aumentato. Signori non ce ne sono più, in giro».

La maglia rosa, pacata e mite, provò a difendersi. «In discesa gli ho detto che era inutile prendersi dei rischi. In due nella valle si andava molto più forte che non da soli e lui poteva ancora arrivare secondo in classifica, se Gutiérrez avesse avuto un cedimento. Comunque credo di aver fatto la mia parte negli ultimi trenta chilometri». Analizzando meglio gli sviluppi della corsa, Simoni avrebbe effettivamente potuto scalzare Gutiérrez dal gradino intermedio del podio. Tuttavia, la sensazione che avesse potuto lasciare sul posto Basso rimane. Come Ponzio Pilato, Basso se ne lavò le mani. «Ho la coscienza a posto. Mi spiace, ma non volevo essere scorretto nei confronti di Simoni».

I commenti a caldo, è risaputo, non sono lucidi e ragionati. Al cervello serve del tempo per elaborare la situazione. Il tempo sistema le cose, ma un giorno, o meglio una notte, non bastano. Così, il 28 maggio 2006, giorno successivo alla tappa incriminata, Simoni rincarò la dose. «Mi ha chiesto soldi per farmi vincere». La dichiarazione fu fatta davanti alle telecamere poco prima della partenza, proprio a fianco di Basso. «Perché dici cose che non sono vere?». Simoni chiuse subito la faccenda. «Vuoi che diciamo la cifra?». Il tutto si tinse di un colore molto distante dal rosa del Giro d’Italia, tanto che la procura federale della FCI aprì un’inchiesta.

Lo stesso giorno, durante un’intervista con Alessandra De Stefano, Simoni mostrava un volto sereno, ma la sua faccia e i suoi sorrisi lasciavano trasparire amarezza. «Non è che nella mia vita ho bisogno di Basso. Non mi ha regalato niente, quindi non so perché dovrei giustificarmi o scusarmi o andare d’accordo con lui». La rabbia nelle sue parole era palpabile. «Io le sue scuse non le accetto. È come dire che uno ti viene addosso in macchina, ti manda un mese in ospedale e dopo ti chiede scusa. Le scuse dopo non servono».

Il Giro d’Italia si concluse così tra polemiche e insinuazioni che non fecero altro che macchiare il prestigio della maglia rosa, ma soprattutto del ciclismo italiano. Nessuno, comunque, riuscì a rovinare la giornata di festa di Basso, che salì sul podio col sorriso stampato in volto. A conti fatti, è strano pensare alla maglia rosa che chiede soldi per far vincere un avversario. Le famose “regole non scritte” del ciclismo dicono che chi indossa la maglia di leader lascia la tappa agli altri, ma non sempre accade ciò. Sono regole non scritte, appunto. Su questo argomento, Simoni precisò il proprio punto di vista. «Non ho mai chiesto la carità, non ho mai chiesto di vincere per favore. E chiedere soldi per lasciar vincere qualcuno non è nel mio stile, non l’ho mai fatto quando ero io ad avere la maglia. In quel momento mi è caduta tutta la motivazione».

Insomma, la vittoria bisogna sudarla e meritarla: non deciderla a tavolino. Che i due confabularono durante la discesa è ormai assodato, ma il dubbio su cosa accadde quel giorno è ancora vivo. Un anno più tardi, Simoni appariva ancora alquanto risentito. Intervistato da Luigi Perna de La Gazzetta dello Sport durante il Giro d’Italia 2007, ribadiva: «Fino a quel momento avevo rispetto per Basso. Per me Basso ama solo i soldi che provengono da questo sport».

La riappacificazione tra i due non avvenne mai, nemmeno in un secondo momento. Si è dovuto aspettare il 2019 per vedere una stretta di mano tra Basso e Simoni: ma non tra Ivan e Gilberto, bensì tra Santiago e Enrico, i figli. Entrambi tredicenni, si ritrovano a fronteggiarsi alla Coppa di Sera a Borgo Valsugana; e, spensierati, compiono quel gesto. Non placherà sicuramente la rivalità tra Ivan e Gilberto, ma è un segnale inequivocabile: almeno per un giorno si possono dimenticare le polemiche del passato.

 

 

Foto in evidenza: ©Eurosport