Schiacciato tra LeMond e Armstrong, van Garderen riparte dalla Education First.

 

Dopo le prime tappe del Tour de France 2015, Chris Froome non ha difficoltà nell’individuare il corridore che, almeno fino a quel momento, sembra in grado di insediarlo più di chiunque altro: Tejay van Garderen. Più di Quintana, più di Contador, più di Nibali, il campione uscente. Scorrendo gli ordini d’arrivo delle ultime settimane, si capisce che le preoccupazioni di Froome sono fondate: van Garderen pare aver trovato quella solidità che distingue i buoni corridori dai campioni.

In primavera, ad esempio, ha conquistato la quarta tappa della Volta a Catalunya; sull’arrivo in salita de La Molina, si era lasciato alle spalle Porte, Contador e gran parte dei migliori scalatori al mondo, tra cui Dan Martin, Valverde e Aru. Se è vero che il Delfinato è la cartina al tornasole del Tour de France, allora van Garderen è davvero sulla strada giusta: chiude secondo, Froome lo ha anticipato di dieci secondi appena.

La prima metà della Grande Boucle è positiva; van Garderen è tirato a lucido, lui dice di pesare un chilo in meno rispetto al Delfinato. I risultati non tardano ad arrivare: sesto sul muro di Huy, decimo sul Mûr-de-Bretagne, primo insieme ai compagni di squadra della BMC nella cronometro a squadre di Plumelec. Il giorno dopo, però, il primo traguardo in quota a La Pierre Saint-Martin ribadisce la superiorità di Froome, che sbaraglia letteralmente la concorrenza: il secondo, il fido Porte, accusa cinquantuno secondi di ritardo; Quintana, il terzo, è ad oltre un minuto; Contador ne incassa quasi tre, il distacco di Nibali sfiora i quattro minuti e mezzo. Van Garderen termina al decimo posto, due minuti e mezzo dopo Froome. Il Tour de France non scapperà più dalle gambe di Chris Froome, ma salire sul podio di Parigi – l’obiettivo che van Garderen stesso aveva dichiarato alla vigilia – è ancora possibile.

Alla partenza della diciassettesima tappa, tuttavia, van Garderen non ha una bella cera: è spento, pallido. Prima dell’arrivo in salita di Pra-Loup, c’è una giornata calda e difficile da affrontare. A settanta chilometri dall’arrivo, van Garderen è irrimediabilmente staccato dal gruppo dei più forti. Pedala a rallentatore, le sue gambe fanno una fatica immane nel girare i pedali; assomiglia ad un gregario che ha appena finito il suo lavoro in testa al plotone, invece è un capitano alla deriva. Si è ammalato dopo la tappa di Rodez, la tredicesima. Pensava di stare meglio, sperava di poter arrivare sulle Alpi e difendere il terzo posto provvisorio.

L’ammiraglia della BMC lo supera e lo attende cento metri più avanti, sfruttando uno spiazzo sulla destra. Escono un paio di membri dello staff e Maximilian Sciandri. Gli fanno un cenno con la mano: fermati, lascia perdere. Lo abbracciano, gli sussurrano qualcosa, gli mettono un asciugamano sul collo per tergere il sudore. Van Garderen sembra incollato alla bicicletta, incapace di scendere vuoi per la fatica, vuoi per la delusione. Dovrà dare delle spiegazioni alla squadra, ai compagni, alla moglie: dovrà spiegare loro che il Tour de France che avrebbe dovuto consacrarlo è finito in un anonimo tratto di salita, quando la fuga ha ancora qualche possibilità di farcela e le analisi lasciano il posto allo scoramento.

Una somma di buoni risultati

Tejay van Garderen è un corridore che ha sempre lottato per la classifica generale delle grandi corse a tappe: ciò per cui è naturalmente portato, il pungolo che lo stimola ad allenarsi e a continuare a pedalare. Questo non gli ha impedito né di centrare qualche vittoria parziale, né tantomeno di eccellere anche nelle brevi corse a tappe. Quando, al Giro d’Italia 2017, conquistò la diciottesima tappa davanti a Mikel Landa, i commentatori televisivi salutarono il successo come l’inizio della seconda parte della carriera di van Garderen: non più un atleta interessato all’alta classifica, ossessione che gli ha dato più dolori che gioie; bensì, un cacciatore di tappe, con un occhio alla maglia di miglior scalatore.

Van Garderen fu categorico: Non sono minimamente propenso a cambiare i miei obiettivi, spiegò a Velonews;

partecipo ad ogni corsa con l’intento di lottare per la classifica generale: se gli eventi mi faranno uscire dai primi posti, allora a quel punto le mie aspettative muteranno: non prima, però. Non sono il tipo disposto a fare gruppetto per dieci o dodici tappe, pregando poi di entrare nella fuga delle restanti: basta trovare un rivale più in giornata di te e va tutto a monte”.

Tejay van Garderen insieme a Cadel Evans sulle rampe de La Toussuire, in cima alla quale era posto l’arrivo della undicesima tappa del Tour de France 2012. ©Georges Ménager, Flickr

Per quanto altalenanti possano essere le sue prestazioni, è difficile dargli torto. Ha chiuso due edizioni del Tour de France al quinto posto, risultando il miglior giovane nell’edizione del 2012. Ancora nel 2012, fu quarto nella cronometro mondiale del Limburgo, giù dal podio per appena quattro secondi e mezzo. Nel 2017 fu decimo alla Vuelta a España, senza dimenticare le vittorie di tappa seminate qua e là: due alla Volta a Catalunya, una al Giro di Svizzera, vagone fondamentale del treno della BMC che ha annichilito più volte la concorrenza nelle varie cronometro a squadre, come ai mondiali di Ponferrada del 2014, quando van Garderen si laureò campione del mondo coi compagni di squadra.

Le vittorie ottenute sul suolo americano non valgono quanto le omonime europee, ma una menzione la meritano: due edizioni della USA Pro Cycling Challenge con quattro successi totali, due tappe al Tour of Utah, altrettante al Tour of California alle quali va aggiunta la classifica generale portata a casa nel 2013. Il resto è una serie impressionante di piazzamenti: terzo al Delfinato del 2010, quinto alla Parigi-Nizza del 2012 – e quarto un anno più tardi -, secondo sull’Alpe d’Huez al Tour de France 2013; e ancora, terzo alla Volta a Catalunya del 2014, sesto ai Paesi Baschi dello stesso anno, sesto al Giro di Svizzera del 2016, ancora sesto al Romandia del 2017 dopo aver chiuso la Volta a Catalunya al quinto posto. La carriera di van Garderen è questo: una somma di buoni risultati.

“A volte mi chiedo se sono ancora un corridore da grandi corse a tappe”, rifletteva nel corso di un’intervista rilasciata a Velonews durante il Giro d’Italia 2017.

“I dubbi durano poco: sono ancora quel corridore. Dico a me stesso: tu hai già combattuto ad armi pari con i vari Froome, Quintana, Nibali”. E se van Garderen fosse vittima di un imperdonabile fraintendimento? Aspettarsi l’impossibile da un buon atleta non è soltanto inutile, ma deleterio. Parlando con Cyclingtips, ha una delucidazione anche su questo:

“Ho sempre racimolato qualche vittoria o qualche piazzamento. Non ci sono state pessime stagioni, ma soltanto pessime corse”.

All’inizio della sua parabola, van Garderen tentava di smorzare l’attenzione della stampa americana affermando che per vincere il Tour de France, la corsa dei suoi sogni, aveva ancora un decennio a disposizione. Perché, diverse estati più tardi, di tutti quei buoni propositi non è rimasto che un cumulo di cenere portato via dal vento? Colpa della sfortuna, talvolta: cadute, infortuni e incidenti nei momenti sbagliati; un pregiudizio negativo nei confronti di van Garderen, etichettato troppo spesso come mollaccione e arrendevole: al Tour de France 2014 lottò con le cadute e una bronchite chiudendo quinto e resistendo agli attacchi di Bardet, sesto, con appena due secondi di ritardo; infine, questa si che è la causa principale, una pressione mediatica esagerata che Tejay van Garderen non ha saputo sopportare.

La cronometro è uno degli esercizi preferiti da Tejay van Garderen. ©Onno Kluyt, Flickr

Tra LeMond e Armstrong

Sei mesi furono più che sufficienti per iniziare a parlare di van Garderen come di un atleta dal sicuro avvenire. Passato professionista nel 2010, nel mese di giugno arrivò il primo, grande risultato: dopo aver chiuso il prologo del Delfinato al secondo posto, sconfitto dal solo Contador per due secondi, resse per tutta la settimana risultando il terzo della classifica generale. La corsa la vinse Janez Brajkovič, che stava attraversando il miglior periodo della sua carriera, mentre Contador, secondo, di lì a un mese avrebbe conquistato il suo terzo Tour de France.

Gli amanti delle statistiche ne pescarono una piuttosto ingombrante: anche Greg LeMond chiuse al terzo posto il Delfinato durante la sua prima stagione da professionista. E, a voler essere precisi, anche LeMond si sposò giovanissimo, proprio come van Garderen. Il ruolo di quest’ultimo era ormai chiaro: completare la triade di campioni americani, replicando i successi di LeMond e Armstrong e facendo dimenticare, allo stesso tempo, le malefatte del texano.

Sono bastate un paio di stagioni per freddare i bollenti spiriti: van Garderen non è né LeMond né Armstrong. Tuttavia, qualcosa in comune con quest’ultimo c’è. Nel settembre del 2014, Armstrong si è offerto di aiutare van Garderen con alcune sessioni di dietro moto; i due si sono incontrati diverse volte ad Aspen, ovviamente in quei periodi in cui i figli del primo non sono impegnati con la scuola ad Austin e il secondo non sta correndo in Europa. La notizia – che non dice niente, ma ha una forte componente virale e scandalistica – salta fuori quasi un anno più tardi, costringendo van Garderen a spiegare la situazione; lui, stupito dalla malizia di molti, non si tira indietro: il suo “pilota” abituale era fuori città e così, sapendo che nello stesso paese risiede un ex corridore come Armstrong, gli sembrava maleducato evitarlo.

Si è creata l’occasione, tutto qui. “Se penso d’aver fatto passare un messaggio sbagliato? Nemmeno per sogno”, chiarì van Garderen a Business Insider.

“Vinokurov e Vaughters gestiscono delle squadre del World Tour, Hincapie fa lo stesso con alcuni giovani e ha una sua gran fondo: il fatto che Armstrong abbia vinto più di tutti gli altri non significa che si è comportato in maniera peggiore e diversa rispetto, ad esempio, ai nomi che ho elencato poco fa”.

Un discorso condivisibile, peccato che gran parte degli appassionati e degli addetti ai lavori ragioni più di pancia che di testa. Insomma, anche quando non corre, van Garderen trova il modo per far parlare – e dubitare – di sé.

Van Garderen che pedala, Armstrong che lo assiste. ©Jakob K. Sørensen, Twitter

Come se le pressioni e il chiacchiericcio intorno alla sua persona non fossero già abbastanza difficili da gestire, anche l’aspetto prettamente tecnico gli rema contro. A volte la colpa è sua: nel 2016, per dirne una, porta a termine il Tour de France senza essersi mai messo in mostra, per poi andare alla Vuelta e ritirarsi nella terza settimana; dopo la Grande Boucle non riusciva a trovare gli stimoli necessari e così partecipò alla corsa a tappe spagnola più per dovere che per altro. In altre occasioni, invece, era la BMC a brancolare nel buio. Accortisi del pessimo stato di forma di van Garderen, i vertici della squadra decisero che il capitano per la Vuelta a España 2016 sarebbe stato Samuel Sánchez, con l’americano pronto ad assisterlo come gregario di lusso.

Prima di ritirarsi nella ventesima tappa, Samuel Sánchez ebbe parole d’incoraggiamento per il compagno, dicendo alla stampa che un’esperienza del genere lo avrebbe sicuramente aiutato. Se non che, durante quella stessa stagione, Maximilian Sciandri aveva precisato più volte che, finché sarebbe rimasto nella BMC, van Garderen sarebbe stato un capitano: aveva i mezzi per eccellere e veniva pagato profumatamente per quello. Smentendo in continuazione quanto detto precedentemente, la BMC credeva così tanto in van Garderen che, a partire dal 2016, ingaggia Porte per tentare l’assalto al Tour de France. Ironia della sorte, il capitano per il quale van Garderen dovrebbe lavorare è il corridore che più di ogni altro gli assomiglia: per capacità, per discontinuità, per un errare furibondo che non porta a niente.

Tejay van Garderen ha impiegato qualche anno di troppo per capire che la BMC non era la realtà più adatta per la sua persona. Quando si classificò quinto al Tour de France 2012 e a quello del 2014, aveva rispettivamente ventitré e venticinque anni. Essere il capitano di una delle squadre più forti, e per giunta nell’evento ciclistico più stressante, importante ed esigente della stagione, significa dover assumersi delle responsabilità gigantesche: garantire il risultato, mantenere la coesione, ispirare fiducia nei compagni di squadra, persino avere un ruolo nella scelta degli stessi.

In quelle due annate, l’organico della BMC era di assoluta qualità: Ballan, Evans, Gilbert, Hincapie, Hushovd, Pinotti, Quinziato, Samuel Sánchez, Van Avermaet. Se le ambizioni di alcuni di questi cozzavano con quelle di van Garderen e della squadra, c’era la possibilità di venire esclusi dalla Grande Boucle; allo stesso tempo, tuttavia, l’esclusione di due o tre elementi di prima fascia obbligava van Garderen a raggiungere l’obiettivo stabilito, l’unico risultato che potesse giustificare una decisione tanto forte. L’atmosfera alla Education First, al contrario, è più rilassata: soprattutto per questo van Garderen l’ha scelta per ripartire.

Van Garderen deve cedere, per soli dieci secondi, la maglia di leader del Delfinato 2015 a Chris Froome, che ha vinto l’ultima tappa e la corsa: uno scatto che riassume la carriera dell’americano. ©Ramiro, Twitter

Sentirsi a proprio agio

Jonathan Vaughters, il general manager della Education First, ha accolto Tejay van Garderen come il figlio prediletto che, bastonato dalla vita, torna a casa per rimanerci. Vaughters ha sottolineato l’inclemenza dei media, che hanno fatto rimbalzare il corridore da un estremo all’altro, e il talento di cui van Garderen dispone ancora.

“La nostra squadra ha dimostrato di saper valorizzare il potenziale di molti trentenni arrivati da noi avendone espresso soltanto la metà: penso a Hesjedal, Vande Velde, Urán”.

Speranze e ambizioni condivise dallo stesso van Garderen, vicino ai trentuno anni ma convinto di avere ancora molto da dire e da dare. Alla presentazione della squadra, ha evidenziato le differenze tra la BMC e la Education First: troppo focalizzata sui punteggi la prima, più scanzonata la seconda; schiava dell’organizzazione la BMC, fluida e attenta allo svolgimento della gara la Education First; europea la prima, estremamente americana la seconda.

Van Garderen ha ritrovato molti connazionali: Bennett, Brown, Craddock, Dombrowski, Howes, Owen, lo stesso Vaughters e soprattutto Phinney, uno dei migliori amici di van Garderen anche al di fuori delle corse. Per il momento, van Garderen non si è posto nessun particolare obiettivo: “Voglio solo tornare a correre provando le giuste sensazioni. E non baratterei con niente la maglia bianca che conquistati al Tour de France 2012, anche se mi ha portato in dote troppe attenzioni, troppi giudizi, troppe pressioni”.

Evidentemente incapace di restare indifferente all’opinione pubblica, Tejay van Garderen si è trovato protagonista di una situazione alquanto discutibile. Nelle battute finali della quarta tappa del recente Tour of California, van Garderen ha dovuto affrontare un problema dietro l’altro: prima un incidente meccanico a dieci chilometri dall’arrivo, poi una caduta a circa tre chilometri e mezzo dal traguardo che non lo ha visto coinvolto, ma che lo ha comunque rallentato. Sommate anche un errore nell’imboccare la strada prevista e avrete un quadro piuttosto chiaro di cos’è successo. Niente di irreparabile, se van Garderen non fosse stato il leader della corsa.

©EF Education First Pro Cycling, Twitter

Un’ora dopo la vittoria di Jakobsen, la giuria prende una decisione che fa infuriare l’ambiente: a van Garderen viene assegnato lo stesso tempo del vincitore. Patrick Lefevere ha usato parole durissime, accusando la giuria di non conoscere le regole o di farle rispettare a piacimento: la caduta è avvenuta ben prima del cartello che indicava i tre chilometri all’arrivo, quindi chi ne è rimasto coinvolto o attardato non ha diritto alla neutralizzazione che scatta all’interno dei tre chilometri. “Un precedente davvero preoccupante”, ha tuonato Lefevere. “Adesso sono i commissari del VAR che decidono chi ha vinto la corsa”.

Van Garderen, consapevole d’aver tratto vantaggio dalla questione, è rimasto in silenzio. La strada, tuttavia, ha decretato che non aveva le gambe per trionfare: avrebbe perso la maglia di leader e chiuso al nono posto, un risultato comunque rispettabile. Dopo aver disputato un ottimo Delfinato, la squadra ha ufficializzato la sua presenza al Tour de France, che rimane il suo sogno nonostante tutto. Ci si aspettava molto da van Garderen anche perché, a differenza di molti coetanei, ha attirato l’attenzione su di sé quando aveva poco più che vent’anni.

Nel 2014, al termine della Grande Boucle, lui stesso scommetteva sull’avvenire di Bardet: “È un bel corridore”, asseriva, “e proprio per questo sentiremo ancora parlare di lui”. Sono passate cinque estati: Bardet ha raccolto meno di quanto era lecito immaginare, van Garderen ha raccolto la metà della metà rispetto a Bardet. Eppure il suo sogno – praticamente irrealizzabile –  continua a essere il Tour de France: Tejay van Garderen ci ricorda che si può sognare in grande, non soltanto in piccolo; e che viviamo per lasciare un segno, il più profondo e magnifico possibile.

 

 

Foto in evidenza: ©EF Education First Pro Cycling

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.