La Collina delle teste: mito e crudeltà del Koppenberg

È messo lì solo per il gusto cinico di farti del male

 

Poteva non esserci e restare dimenticato nell’umidore delle vallate fiamminghe, dormiente da secoli, spada confitta tra colline di larici. Poteva essere solo un vecchio tratturo per escursionisti, poteva. Il Giro delle Fiandre comunque si sarebbe fatto epopea, liturgia fiamminga rivolta al mondo, festa nazionale di popoli abituati al freddo, dove da oltre un secolo esiste una sola cosa che riempie di un qualche senso l’esistenza: pedalare.

Eppure e lì, serpe di sassi, incubo da vecchia trincea, di quelle che interruppero la corsa cent’anni fa, appena nata nel ‘13 eppure già destinata alla leggenda.
Un budello di strada, fiume di denti rotti bordato di sterpaglia e alberi che fa naufragare antichi e nuovi corridori già distrutti dalla fatica e che passano di lì, sembra, per solo compiere il calvario verso la flamme rouge che ti incorona eroe nella terra dei leoni. Da mezzo secolo fino a oggi, quando nessuna salita è più inviolabile nel ciclismo, ecco che il Koppenberg resta monolite, supplizio a sfiancarti. Sai che devi essere davanti, affrontarlo in testa per non cedere, fermarti, spingere la bici sul selciato, cadere; anche se non ce la fai, anche se le squadre sgomitano e il plotone si fa mandria lanciata folle al proprio destino; anche se non vi è rincorsa: una stretta di novanta gradi e poi appare la lunga coda di drago dalle scaglie di pavé. Gomito a gomito, le ossa che ballano e l’erta piano aumenta, aumenta, aumenta.

L’arrampicata è lì da sempre, già citata nelle mappe di Ferraris del 1770, due secoli prima di farsi totem del ciclismo mondiale.  1975 poi e un tratto di Belgio piccolo piccolo che si fece subito Moloch immenso nell’immaginario delle due ruote che si cibano ingorde di mitologia. La paternità dell’inserimento nella Ronde è dubbia, come del resto si conviene ad ogni figlio bastardo: Achiel Buysse, primo ad aver domato per tre volte la corsa ai tempi del ciclismo eroico sembra esservici passato in auto proponendone poi l’inserimento negli anni settanta.

Per altri fu Blame Hubert Hoffman, abitante della minuscola cittadina ai suoi piedi, ad informare gli organizzatori della ‘pista’ nascosta. Walter Goodefroot invece, il bulldog delle Fiandre, giura di averlo provato e riprovato in allenamento mentre affinava i propri successi. Per anni, tenendosi per sé il segreto: “Non volevo una salita simile in una corsa”.
Invece comparve al mondo e le poche case tra Rotelenberg e Melden divennero uno dei luoghi mitici dello “sport della terra”; come aver scoperto e violato l’antro che immette negli inferi, come raccontarsi una vecchia leggenda pagana che porta quel nome che mette paura. Per dieci anni fu nella corsa.
Solo seicento metri di ascesa e sessantaquattro di dislivello, appesi al manubrio i corridori, piedi a terra, tamponandosi in grovigli dannati, franando al suolo. “E’ il rimpianto di non aver scelto di starsene a casa”, disse Claude Criquelion, il solo vallone nel dopoguerra ad aver conquistato, assieme a Philippe Gilbert, il cuore petroso delle Fiandre.
Dieci anni dunque in cui il viottolo si fece mito: dieci anni di transito eroico eppure lontano dal traguardo, come fosse piantato lì per un dramma misterioso, una via obbligata di penitenza prima dei punti nevralgici dove si decide il Fiandre.

1987, il danese Jesper Skibby è in fuga, buon talento senza ambizioni degne degli animali da ciottoli. “Mi sentivo sicuro”, ricorderà trent’anni dopo. “Ero al primo anno da professionista, pieno di energia e la salita non appariva ripidissima; almeno all’inizio, ma poi…”. Poi le pietre si fanno palizzata e Jesper ondeggia, ubriaco di fatica, zigzagando. “Cercavo i punti in cui scavallare le pietre più aguzze, il pavé non ti perdona; il Koppenberg è una lunghissima agonia e se non lo prendi con ritmo e se non sei fortunato, ti disarciona“.
Skibby stesso si marmorizza piantandosi, accucciandosi al suolo. “Una caduta da niente, alla fine sarei riuscito anche a risalire, superata la cima, c’è discesa e pianura“. Ma l’auto del direttore di gara per sopravanzarlo gli passa sulla bici e la schiaccia devastando la ruota posteriore. Gara finita, Skibby si ritira.Tra tutte le salite, i muri, in tutte le corse della mia vita, il Koppenberg mi è rimasto dentro, come lo è una cima inviolabile. Ho quella sensazione quando ci ripenso“.

Ecco il pretesto buono per proibire il grande mostro, troppo ripido e pericoloso. Escluso dalla Ronde per quindici lunghi anni, come se le poche case di Melden in un attimo tornassero avvolte dalla nebbia e dal mistero, tra foreste colme di fiabe nordiche e spiritelli, gocce di pioggia che lavano i ciottoli nelle giornate d’autunno.
Ma il mito sobbolle, così gli animi degli amanti del ciclismo, e l’umidore sui rami spogli con l’acquiccia sui ciottoli bisbiglia al muschio appena emerso e diviene sussurro, eco, rimbombo che fa tornare nel 2002, previo restauro, il leggendario Koppenberg.

La fossa profonda tra valli e recinti, campi verdi e piccole foreste che se oltrepassate mostrano finalmente gli spicchi di cielo, mentre dietro arrancano come vecchi cavalieri arrugginiti gli ultimi, i dannati del plotone costretti nell’ingorgo, caduti, a piedi di corsa, strabuzzanti gli occhi per compiere l’erta finché non spiana. Polvere o pioggia prima di altre strade verso la gloria.

C’è ancora il Vecchio Kwaremont da affrontare, una lingua grigia e sconnessa di due chilometri, e il Paterberg come ultima rasoiata coi suoi trecento metri impossibili di pendenza. Ma non devi pensarci adesso, adesso che sei uscito indenne dal Koppenberg, il tiranno delle Fiandre.

In discesa a settanta all’ora con gli attaccanti verso la Mariaborrestraat, lo Steenbeekdries e chissà, ancora più avanti, volendo, dovendo scordare il dolore alle gambe che ti ha lasciato il Koppen-berg letteralmente la “collina delle teste”, i piccoli cubetti di porfido ghignanti che dal basso ti hanno visto arrivare e soffrire.

È messo lì solo per il gusto cinico di farti del male”, disse Walter Godefroot. E lo volevi superare, e lo hai fatto; ed era oggi, forse, il tempo di scrivere il tuo nome nella grande storia del Giro delle Fiandre.

Foto in evidenza: © Wikipedia, Ctankcycles [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]