Ian Stannard sa, da sempre, muoversi benissimo durante la prima battaglia stagionale.

 

Hiroo Onoda è un tenente giapponese di ventidue anni quando, nel 1944, viene spedito sull’isola filippina di Lubang. Ha pochi compagni sui quali contare e un compito importante: infiltrarsi al di là delle linee nemiche per compiere operazioni di ricognizione e sabotaggio. L’ordine del maggiore Taniguchi è stato chiarissimo: meglio pagare con la vita, piuttosto che arrendersi. La Seconda Guerra Mondiale terminò un anno più tardi, nel 1945, ma Onoda, ligio al dovere, rimase sull’isola fino al nove marzo 1974.

Dormiva con un occhio chiuso e l’altro aperto, il fucile rigorosamente in mano. Pensava che gli abitanti dell’isola fossero suoi nemici e che la guerra non fosse davvero finita: i volantini che cadevano dal cielo e i familiari mandati dal Giappone a Lubang servono soltanto ad ingannarmi, asseriva lui. Per convincerlo, rispolverarono Taniguchi. “Contrordine”, gli disse. “La guerra è finita sul serio: non hai più nessuna responsabilità, qui”.

Del campo di battaglia, la Omloop Het Nieuwsblad ha l’atmosfera e il territorio. Ian Stannard, invece, del soldato ha la stazza e il valore. Servais Knaven, il suo Taniguchi nell’edizione 2015, lo catechizza con insistenza: il nemico è la Quick-Step e tu devi fare quello che puoi per impedire che l’esito sia quello più scontato. Per assisterlo gli viene affiancato un soldato scelto: Bradley Wiggins.

Un conflitto simile il britannico lo ha già risolto un anno prima. Rimase solo con Greg Van Avermaet, faccia da trincea, uno di quelli a cui piace far saltare le corse come fossero ponti. Stannard, scaltro e potente, sparò il suo colpo a trecento metri dall’arrivo, proprio quando Van Avermaet si voltava all’indietro per controllare la situazione.

Stannard non è Onoda: se il giapponese si nascondeva e si muoveva con circospezione, il britannico affronta i nemici a viso aperto. Se Onoda rimase a Lubang per quasi trent’anni, Stannard va in fuga appena può. Determinato e guardingo nei momenti precedenti all’ultimo scontro, il corazziere si ritrova improvvisamente appesantito.

 

Sul pavé di Haaghoek, Boonen fa sfoggio del suo acume tattico: manda avanti Vandenbergh, granatiere di assoluto valore; dopodiché, fa fuoco in prima persona permettendo al sottotenente Terpstra di seguire l’avanzata senza esporsi in prima persona. Boonen ha portato a termine la prima parte della missione: far valere la propria superiorità e isolare il nemico.

In un momento del genere, un soldato con un po’ di sale in zucca avrebbe fatto due conti. Stannard, invece, stringe i denti e resiste all’urto. Non perde la calma nemmeno quando Vanmarcke, il solo disposto a giocare al suo stesso gioco, rimane appiedato. È sfortunato, Vanmarcke: se fosse un militare sarebbe quello a cui si inceppa il fucile quando c’è da sparare.

Nessuno sa con certezza come finisce una guerra: se con un patto, con una strage o magari col silenzio. Ecco, la guerra finisce con un grande silenzio: vasto, concreto, impressionante. Quando nell’aria non c’è più il rimbombo di un proiettile, allora la vita cambia. Ma fino a quel momento, chi ha un’arma in mano deve sparare.

Il plotone Quick-Step, affiatato dalle tante battaglie vinte, crede di poter eliminare l’inglese alla prima occasione buona. La forza, d’altronde, non si cura mai della debolezza altrui. Quando l’ora sembra scoccata, nei belgi s’incrina qualcosa: comunicazione, resistenza, sicurezze. Boonen si espone per primo: il suo è un attacco frontale, fiero e potente. Ma ha sottovalutato Stannard: lo crede impaurito perché poco avvezzo a cotanta brutalità.

Il britannico, invece, si riscopre lucido: Boonen, purtroppo per lui, anziano. Terpstra e Vandenbergh commettono l’errore più grande: il primo spara quando Boonen non ha ancora finito le cartucce, il secondo invece di spalleggiare Terpstra finisce per intralciarlo. Tutto come prima, finché non è Stannard che passa al contrattacco: l’unione fa la forza ma il fortino belga è stato scardinato.

Vandenbergh getta l’arma a terra, Boonen non riesce a tenere fermo il mirino. Terpstra può recitare dunque da luogotenente: ma non basta. Ian Stannard non ha bisogno di nessun Taniguchi pronto ad avvertirlo. La testa china di Boonen e la triste smorfia di Terpstra sono due segnali inequivocabili: la guerra è davvero finita.

 

Foto in evidenza: ©brassynn, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.