La notte, tra Cottbus e Berlino, può essere lunga giorni, settimane, mesi.

 

 

Esterno. Cottbus, mattina del 26 giugno 2018. Un sole accecante penetra dentro il velodromo nella cittadina dell’ex Germania Est. La pista in cemento è coperta solo in parte e la luce si insinua tanto da non esserci bisogno di accendere i riflettori. Non ancora, almeno.

Interno. Panoramica su alcuni ciclisti che si stanno allenando. Sfidano l’aria, combattono la gravità e gli attriti. Arrivano da tutta Europa e alcuni di loro, in divise che definiremmo borghesi, sono difficili da distinguere. Non è il caso di Maximilian Levy; l’immagine scorre e va in primo piano su di lui, enorme come il più enorme dei ciclisti. Di mestiere fa il pistard, è nato vicino Cottbus ed è cresciuto in questo velodromo come una pianta nel suo vivaio. Della nazionale tedesca su pista è il leader, la sua specialità è la velocità: ha ottenuto tredici medaglie tra Giochi Olimpici e campionati mondiali, vincendo quattro titoli iridati.

Il velocista su pista è qualcosa di completamente differente rispetto a quello a cui siamo abituati su strada: vedere-per-credere. Masse possenti di muscoli duri come la ghisa, impenetrabili come piloni di cemento. Sforzo brevissimo, intenso, della durata di pochi secondi: può ricordare quello dei saltatori a ostacoli nell’atletica. “Maxi” Levy è anche stakanovista: a Rio de Janeiro, Olimpiadi del 2016, la Germania lo ha schierato nella dura prova in linea su strada di fianco a Emmanuel Buchmann, Simon Geschke e Tony Martin. Inquadrato alla partenza, più che un pesce fuor d’acqua ricorda un “super-vitello”, di quelli che venivano usati per truffare gli allevatori americani negli anni ’80 in mezzo a una batteria di polli. La sua avventura finirà dopo pochi chilometri, perché il ciclismo della specializzazione rifiuta quello dell’iperspecializzazione. Ma d’altra parte, quel giorno, Maxi Levy era al via solo per permettere alla propria nazionale di schierare un corridore in più nelle gare all’interno del Velódromo Municipal do Rio. Stranezze del regolamento.

©Maximilian Levy, Facebook

Il 26 giugno 2018 è anche il giorno del suo trentunesimo compleanno e lungo la pista di casa, a Cottbus, i protagonisti principali di quella giornata, di quel mondo caratterizzato da bici senza freni e ovali da percorrere a velocità supersonica, sono Levy e i suoi compagni di nazionale. L’idea è quella di finire l’allenamento a metà pomeriggio, una doccia veloce, cambiarsi in fretta, mettersi qualcosa di comodo e poi via a festeggiare: o in qualche locale di Cottbus o nella vicina Berlino, ancora tutto da decidere. Quello che si sa è che in programma c’è un giro sui go-kart e poi un cocktail per distendersi, per far scivolare via l’adrenalina accumulata a suon di velocità, sprint, volate.

Tra quei corridori in pista ad allenarsi, come d’abitudine, c’è Kristina Vogel; è un giorno di pratica: d’altronde, con il lavoro si affina il talento e ci si affiata con le compagne di squadre in vista dei prossimi appuntamenti importanti. Kristina Vogel è la versione femminile di Levy: plurititolata e medagliata, leader, trascinatrice. Quando si lancia in pista, non cerca altre distrazioni: geneticamente creata per essere più forte, veloce e potente di tutte le altre. Ed è così da oltre un lustro. Insieme all’inseparabile Miriam Welte, compagna in pista, hanno riempito le proprie case di trofei, di medaglie mondiali e olimpiche, di maglia iridate ed europee.

Abbandonata?

©Kristina Vogel, Twitter

Kristina Vogel non rimugina sul passato. Non lo fa oggi, figuriamoci all’epoca. Massiccia, dirompente, a sei mesi fu abbandonata dal padre quando con la famiglia si trasferì dal Kirghizistan, dove nacque nel 1990 in un posto chiamato Leninskoe, alla Germania. Quel padre è una storia passata; anzi, per usare le sue parole: «Non è mai esistito». Un giorno sua madre lo chiamò al telefono perché serviva l’autorizzazione per far partecipare Kristina a una gara juniores: «Devo anche pagare qualcosa? No? Bene, ciao». Kristina sapeva che sarebbe andata così. «Non mi ha mai cercato, tanto meno quella volta: ha chiesto di me pur sapendo fossi lì presente vicino alla cornetta. Abbiamo sempre fatto tutto senza di lui ed è stato meglio così», racconta Vogel, che rincara la dose in diverse interviste dicendo che vorrebbe essere un genitore migliore di quello che è stato il padre per lei.

Nel frattempo, quel giorno, si viaggia veloce in pista, si raggiungono punte che sfiorano i settanta chilometri all’ora. Vogel sta girando con la compagna Pauline Grabosch: talentuosa, otto anni più giovane di lei e nel destino un processo naturale che è come un cartello che ogni atleta incontra sulla propria strada: “Pauline Grabosch, l’erede di Kristina Vogel“, ripete quel segnale.

Grabosch è davanti, si provano i cambi, gli sprint, ci si butta ventre a terra in posizione aerodinamica. Quattro mesi prima, ad Apeldoorn, durante il campionato mondiale su pista, Vogel e Grabosch avevano conquistato il miglior tempo nelle batterie della prova di velocità a squadre; nel pomeriggio era toccato a Grabosch e Welte staccare il miglior tempo e qualificarsi alla finale dove era stato il turno di Welte e Vogel vincere agilmente, si fa per dire, la medaglia d’oro battendo la coppia olandese. In quel Mondiale, Vogel vinse l’oro anche nella prova di velocità individuale dove Grabosch fu bronzo. Le due si sfidarono in semifinale e a vincere fu proprio la meno giovane Kristina.

Limare

©https://www.flickr.com/photos/sumofmarc/

C’è sempre qualcosa da limare, da migliorare. Grabosch è il talento che avanza; dominatrice delle prove di velocità tra le junior, crescendo di fianco a Welte e Vogel e allenandosi con loro non può che acquistare ancora più potere e, allo stesso tempo, il desiderio di superarle.

«Paulina è davanti a me» racconta Kristina Vogel: sono passati quasi tre mesi dall’incidente di Cottbus e la campionessa tedesca è in lacrime mentre parla per la prima volta dopo il grave infortunio, in una lunga conferenza stampa. «Si sposta, le do il cambio, vado in testa, poi il buio». Kristina non sa quanto tempo possa essere passato. Il suo cervello ha provato a cancellare quel ricordo, oppure lo ha seppellito come si fa con un oggetto con il quale non si vuole più avere a che fare. «Divenne tutto nero, di un nero intenso. Poi ho ripreso conoscenza, subito dopo, almeno credo».

Kristina Vogel è accasciata a terra. L’impatto contro un ragazzo olandese che si stava preparando alla partenza da fermo è violentissimo. Vogel spunta dalla curva, non c’è negligenza o disattenzione nel suo gesto: pronta a superare ogni limite in allenamento, ha la testa bassa e lo sguardo sulla sua bici perché i corridori dovrebbero avere la possibilità di allenarsi in tutta sicurezza e non ci sarebbe dovuto essere nessuno, in quel momento, in mezzo alla pista. E invece, è la noncuranza altrui a ferirla; la sconvolge, la fa piombare nel buio, ne ribalta completamente il destino.

È passato diverso tempo da quando una simile noncuranza, quella volta il protagonista fu l’autista di un furgoncino, rischiò di segnare per sempre la carriera di Vogel. Era il 2009 e Kristina, all’epoca, aveva diciannove anni. In allenamento vicino casa, ad Erfurt, fu colpita in pieno finendo all’interno dell’abitacolo. Restò in coma per due giorni e fu ricoverata in ospedale per quattro mesi. Frattura di una vertebra, della mascella, di un braccio, di una mano. Rischiò di rimanere paralizzata, ma la presenza nella schiena di muscoli forti, elastici e resistenti le salvò le vertebre. In bocca gli restarono solo sei denti e subì una serie di operazioni chirurgiche al viso. «La cosa peggiore sono le cicatrici: una ragazza vuole avere sempre un bel aspetto», le sue parole settimane dopo quel terribile incidente. Passarono pochi mesi e Kristina disputò quello che definirà «il miglior Mondiale che abbia mai corso».

Team Erdgas.2012, Wikipedia Commons

«Per un bel po’ molti di noi pensavano di non rivedere Kristina in pista», raccontò Miriam Welte alla BBC nel 2013. Sono passati quattro anni da quel primo incidente che quasi costò vita e carriera alla sua amica, rivale, collega: le due, infatti, oltre che il mestiere di ciclista condividono quello di poliziotta. «Una volta ho arrestato due persone: per me è stato divertente, per loro un po’ meno», sempre Miriam Welte. Si occupa della sicurezza ai grandi eventi, sportivi o musicali che siano, mentre Kristina Vogel controlla i passaporti in aeroporto, dove le chiedono continuamente se lei è davvero Kristina Vogel, la campionessa olimpica. «In Germania, dallo scorso anno, ci chiamano le ragazze d’oro», raccontava Vogel, raggiante, nella stessa intervista rilasciata all’emittente britannica.

A Londra, ai Giochi Olimpici del 2012, pensavano di lottare per il bronzo. Cina e Gran Bretagna erano considerate le favorite. Poi in semifinale la coppia padrone di casa viene squalificata per cambio irregolare e la coppia tedesca si batte per l’oro con la Cina. Vengono squalificate anche le avversarie asiatiche e così Welte e Vogel si ritrovano in cima all’Olimpo. «Ci dicono che abbiamo vinto solo per le squalifiche altrui e quindi a Rio vogliamo vincere dimostrando di essere le più forti. Abbiamo anche una scommessa in ballo con la squadra: se conquistiamo l’oro in Brasile, ballerò in reggiseno». A Rio arriverà la medaglia di bronzo nella gara a squadre, mentre Kristina vincerà la prova individuale.

Dolore, gonfiore, sensibilità

Un cumulo di ricordi che le passano davanti in una sorta di flash che dura pochi millesimi, come lo scoppio di un fulmine che squarcia la serenità di quel pomeriggio soleggiato a Cottbus. Vogel è distesa per terra in mezzo alla pista. A causa dell’impatto, la sua testa sembra penzolare da quel corpo che fino a pochi secondi prima stava esprimendo la massima velocità possibile in quel moto, a tratti monotono, del giro su pista. Kristina Vogel apre gli occhi, fa un respiro, un altro ancora. «Ti prego, non di nuovo». La sua mente ha ripercorso il grave incidente del 2009, prima dei suoi trionfi professionali; ora si guarda intorno muovendo solo le palle degli occhi, mentre arrivano tutti di corsa verso di lei, primo fra tutti Maxi Levy. «La prima cosa che Kristina mi ha detto, appena mi sono avvicinato, è stata: non camminerò mai più. Mi ripeteva di tenerle la mano e di non lasciarla lì da sola».

Vogel, dopo l’impatto, resta cosciente e inizia a sentire una forte pressione su tutto il corpo. «Sentivo il corpo gonfiarsi e le scarpe stringermi i piedi. Era una sensazione strana e continuavo a ripetere: “toglietemi le scarpe, toglietemi le scarpe”. Poi vedo una persona allontanarsi, ce le aveva in mano e io non mi ero accorta di nulla. In quel momento ho capito che non avrei più camminato».

Ora lo sfondo non è più il grigio liscio e accecante della pista di Cottbus; non ci sono più quegli attimi di silenzio che sembra di scorgere fra due momenti di catarsi. Si sente solo il rumore dell’elica dell’elicottero che trasporta d’urgenza l’atleta in ospedale. C’è una sofferenza indescrivibile nei primi attimi; il paradosso in questo tipi di incidenti è che la sensibilità abbandona il tuo corpo lasciando spazio solo a un torbido dolore.

I pensieri sono confusi, si fondono con quel male estremo e vanno alla rinfusa. Kristina Vogel viene trasportata d’urgenza dall’ospedale di Cottbus a quello di Berlino; potrebbero essere passati minuti, secondi, giorni, notti intere, lunghe settimane. «Grazie a dio sono un membro dell’ATAC e non dovrò pagare il trasporto in elicottero», confessa di aver pensato in quel momento.

Racconta nella sua prima conferenza dopo l’infortunio: «Quando mi sono svegliata avevo mia madre e il mio compagno Michael (Seidenbecher, ex pistard, nda) vicini: non potevano nemmeno accarezzarmi o stringermi la mano. Ero piena di antidolorifici, ma il mio corpo li assorbiva troppo velocemente e non facevano alcun effetto. Sono stata messa in coma artificiale per subire un altro intervento».

E poi le hanno detto che non avrebbe più camminato. Non ricorda chi glielo disse, perché restò per settimane vigile e straziata ma con gli occhi socchiusi. Gli hanno detto che sarebbe rimasta paralizzata a vita: lesione alla spina dorsale all’altezza della settima vertebra toracica. Lo shock, tuttavia, fu mitigato dal fatto di averne già preso coscienza quando era riversa sul cemento della pista di Cottbus. Ha avuto una polmonite e quando prova a toccarsi le gambe sente la pelle, ma le sue gambe non sentono il tocco: una sensazione difficile da spiegare. «È una merda. Cosa volete che vi dica? È uno schifo. Perché è successo proprio a me? Sono queste le domande che non mi aiutano in questa situazione».

Battersi

Kristina Vogel, Facebook

Oggi Kristina Vogel è una ragazza di quasi trent’anni, è paraplegica ed è consigliere comunale della sua città, candidata con il partito di Angela Merkel. In giro per Erfurt puoi trovare manifesti con la sua foto, dappertutto, come quando correva in bicicletta ed era una vera e propria eroina locale. Si batte per migliorare la situazione delle infrastrutture relative all’accessibilità degli invalidi e si incazza, parole sue, nel registrare indifferenza e ignoranza su questo argomento e anche per la totale disparità di trattamento. «Diverse cose mi mandano in bestia: ad esempio vedere le persone, senza l’apposito contrassegno, che fermano la macchina nei parcheggi per disabili. Ma non solo: sapete cosa succede a un disabile in Germania quando vuole viaggiare in treno? Deve chiamare un numero di telefono ventiquattro ore prima di mettersi in viaggio. “Sei disabile?”, ti chiedono. “C’è qualcuno che può aiutarti a metterti sul treno? C’è un posto prenotato per te sul treno? Ci sono persone con te che possono portarti fuori dal treno?”. Quindi ci sono tre cose e se non le ho non posso viaggiare, non posso pianificare nulla all’ultimo momento. Se stai bevendo un caffè o altro con un amico e vuoi fermarti un’ora in più, non puoi farlo. Che stronzata», ha raccontato in un’intervista esclusiva al The Telegraph.

Si batte per migliorare le cose, anche se ammette che pure lei non se ne era mai accorta di questa problematica; così come solo adesso capisce quello che è stato, che ha rappresentato, quello che ha avuto e che non potrà mai più essere. Vuole fare la differenza e restituire quanto di buono gli altri hanno fatto e stanno facendo per lei. Come ad esempio Maxi Levy e altri colleghi e compagni di squadra, i quali subito dopo l’incidente hanno iniziato una raccolta fondi chiamata #staystrongkristina. A oggi hanno raccolto quasi centoventimila euro.

Rivela, poi, di quando insieme al suo compagno avevano iniziato a costruire casa, senza badare troppo a un discorso di accessibilità. «Ci abbiamo pensato, ma solo per quando saremmo diventati anziani».

©staystrongkristina

È tornata nell’accademia di Polizia di Kienbaum, tra Berlino e la Polonia, un posto che permette agli atleti di dividere l’attività sportiva con quella del poliziotto. «Devo trovare un posto che mi si addica, non posso di certo rincorrere le persone o aspettare un ascensore per inseguirle». Siede in commissione all’UCI e commenta la pista per la televisione tedesca e lo farà anche quest’anno nel Mondiale che si correrà proprio vicino casa, a Berlino; quello che in un certo senso sarebbe dovuto essere il “suo” Mondiale. Durante la rassegna iridata di Pruszków, nella gara dell’Omnium femminile, una ragazza neozelandese ha avuto un incidente e l’hanno portata via in barella. Kristina, in telecronaca diretta, ha avuto minuti di difficoltà nel commentare. «Ho chiesto cinque minuti di pausa al produttore», avrebbe ammesso.

Dopo l’incidente e la riabilitazione, dice che la sua più grande paura era quella di ritrovarsi incapace di sopportare quella situazione di totale dipendenza dagli altri, di faticare ad adattarsi alla sua nuova vita lontano dall’ospedale. Troppo orgogliosa di chiedere al proprio ragazzo o agli amici una mano anche solo per passare dalla sedia a rotelle al sedile dell’automobile. «All’inizio mi arrabbiavo, ora inizio a essere a mio agio anche nel chiedere aiuto».

Al momento non ha intenzione, nonostante le diverse proposte, di diventare un’atleta paralimpica. «Mi paragono a un bambino di pochi mesi che sta imparando a muoversi, sta conoscendo il mondo, sta assorbendo quello che gli sta attorno. Mi sento libera: per la prima volta nella mia vita non devo fare nulla, non devo essere nulla, ma solo essere», raccontava tempo fa sulle pagine di Der Spiegel.

Maximilian Levy, in un’intervista nella quale riassume i lunghi mesi dopo l’incidente, dice che quel giorno disgraziato se lo porterà sempre con lui; che ha cercato aiuto anche da uno psicologo per ripartire, perché un pistard non può e non deve avere paura di scendere in pista e fare le curve a quella velocità. Racconta anche che sua moglie, in quel maledetto giorno, in quella maledetta lunga notte di Cottbus, come regalo di compleanno gli avrebbe dovuto annunciare di essere nuovamente in dolce attesa. Di recente, conclude Levy, le sue figlie stavano giocando con una specie di girello per bambini; una spingeva, l’altra si faceva trasportare. «Facciamo come Kristina», dicevano. Hanno riso e pianto allo stesso momento; dopodiché, hanno inviato il video a Kristina Vogel con scritto: «Le mie ragazze vogliono essere come te».

 

 

Foto in evidenza ©Kristina Vogel, Facebook

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.