L’estate di Collinelli e Bellutti

Alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 Collinelli e Bellutti dominarono la scena.

 

Perché le Olimpiadi sono diverse da qualsiasi altra esperienza umana presente nel panorama contemporaneo? La domanda può sembrare fin troppo pretestuosa, eppure è difficile trovare una kermesse che esplori un’espressione della natura umana (lo sport) in maniera così approfondita e alla fine faccia emergere l’eccezionalità in maniera del tutto casuale. Sarebbe impossibile pensare che la persona o la nazionale che vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi sia in assoluto il meglio del meglio in quel determinato sport. Come potrebbe? Quattro anni sono un’eternità, sportivamente parlando; è impossibile pensare di rimanere il punto di riferimento assoluto di una determinata categoria per quattro anni di fila. Di conseguenza, per ogni Bolt, Phelps, Ledecky o Bjørgen, c’è anche la gloria per quegli atleti e quelle atlete che pescano il jolly al momento giusto, che raggiungono il loro picco proprio durante quel mese, ogni quattro anni, per una singola gara. Piuttosto disorientante, eppure le Olimpiadi sono esattamente questo.

I Giochi di Atlanta 1996 non fanno eccezione, da questo punto di vista, e nel ciclismo su pista è un dominio quasi assoluto di Francia e Italia. Nella squadra azzurra ci sono due medaglie d’oro particolarmente emblematiche di questa democrazia dei vincitori: quella di Antonella Bellutti, una predestinata, un corpo e una mente sportivamente imbattibili, capace di ripetersi anche a Sidney nel 2000, e quella di Andrea Collinelli, che otterrà il suo unico successo individuale proprio durante la rassegna olimpica, ridicolizzando la concorrenza come non era mai successo e come non sarà più in grado di fare.

©CONI, Twitter

Questione di tempo

Antonella Bellutti aveva l’alloro olimpico nel DNA. In ambito giornalistico si abusa del termine “predestinato”, ma è difficile definire la bolzanina in un altro modo. Inizia con l’atletica leggera, a sedici anni è già nella squadra nazionale, nei 100 metri ostacoli è praticamente imbattibile entro i confini patri, ma la sua duttilità e la sua incredibile predisposizione nel piegare il corpo alla mente la portano spesso a partecipare anche a gare di eptathlon, dove le discipline da saper fare bene non sono due o tre, ma sette. Bellutti avrebbe le carte in regola per andare alle Olimpiadi; non solo, ci sarebbero buone possibilità di giocarsi una medaglia. Ma un infortunio al ginocchio interrompe il sogno. Medico dopo medico, terapia dopo terapia, la ragazza altoatesina capisce che la sua carriera nell’atletica leggera è finita, ma in quel momento subentra un concetto che poi Antonella Bellutti definirà “ecologia del limite”.

Il concetto non è basilare, ma in sostanza si tratta di affrontare un limite attraverso il suo doppio significato: quello di soglia e quello di confine. Non si può pensare di superare un limite se prima non lo so individua come tale, e una volta superato non si può pensare di rimanere immobili, in uno stato di omeostasi, sperando che quel limite sia ormai una cosa archiviata. Ad ogni passaggio deve seguire una fase di recupero e una di progressivo incremento dell’energia. Bellutti ha interiorizzato questo concetto quasi per sbaglio, mentre provava a rimettere in condizione quel ginocchio andando in bicicletta. La ragazza di Bolzano, però, su quella bicicletta va veloce per davvero e nel ‘94 è il commissario tecnico della nazionale De Donà a convincerla a entrare in un velodromo per fare qualche test in vista del Mondiale che si sarebbe tenuto in Sicilia. Al primo controllo con il medico della nazionale va tutto come previsto e Antonella si sente dire che il suo corpo non è adatto al ciclismo. Le novità sono sempre disturbanti, a maggior ragione se una serie di uomini adulti devono ammettere che aveva ragione l’unica ragazza nella stanza.

Al Mondiale arriva quarta e un anno dopo, a Bogotà, arriva il primo argento iridato nell’inseguimento individuale. I detrattori sono sempre meno, anche perché dalla sua parte si schiera il professor Dal Monte, che se la porta in giro per tutto il Sud America, evidentemente l’unico lembo terrestre dov’era possibile allenarsi nei velodromi al coperto. Dal Monte è una figura chiave di questa storia perché il suo obiettivo, dichiarato o meno, è quello di cambiare per sempre il ciclismo su pista. Su Dal Monte ci torniamo, ma intanto Bellutti arriva ad Atlanta da primatista mondiale, il record del mondo infranto qualche mese prima, con tutti gli occhi delle rivali addosso. Nel turno di qualificazione ritocca il record olimpico e ai quarti di finale lo sgretola, lasciando il velodromo di Stone Mountain in un brutale spaesamento. Una donna così veloce non si era mai vista. In semifinale si sbarazza con irrisoria facilità della britannica McGregor e all’ultimo atto la aspetta Marion Clignet, la stessa francese che sogna una vendetta perfetta dopo essere stata battuta dalla Bellutti nelle semifinali del Mondiale di Bogotà.

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Il momento migliore

Due giorni prima di quella finale, però, era stata la volta degli uomini, sempre nell’inseguimento individuale, sempre a rispettare questo dualismo Italia-Francia, che quattro anni dopo l’ascesa degli inglesi nella pista alle Olimpiadi di Barcellona escludeva del tutto i sudditi di sua maestà dai discorsi inerenti alle medaglie. Il francese in questione, questa volta, è Philippe Ermenault; l’italiano, invece, è Andrea Collinelli.

Collinelli è un anno più giovane di Bellutti, nasce a Ravenna nel luglio del ‘69 e rimane legato alla sua terra (come succede spesso ai romagnoli) tanto da non distanziarsene mai. Appare sui radar ai Mondiali di Bogotà del 1995 e qui il suo destino s’incrocia per la prima volta con quello di Antonella Bellutti: entrambi outsider, entrambi al primo vero banco di prova in un palcoscenico internazionale, entrambi secondi nell’inseguimento individuale. Anche Collinelli strappa l’argento in una finale fin troppo scritta contro il fenomeno scozzese Graeme Obree, primatista mondiale in carica e artefice, insieme al compagno di squadra Chris Boardman, di un’effimera ma dirompente rivoluzione nel ciclismo su pista.

Trattasi di una bicicletta monotubo, ovvero un blocco unico, senza il classico triangolo che compone il telaio di una bici normale. Uno strumento che permetteva di sfruttare l’aerodinamica di un atleta come non era mai stato fatto prima, che esordì alle Olimpiadi di Barcellona ‘92 spinta al trionfo da Chris Boardman. Un’innovazione di questo tipo ci mise poco per finire sotto l’occhio dell’UCI, che nel giro di una decina d’anni decise di proibirla. Nel frattempo, però, ne aveva approfittato anche Obree, il quale perfezionò il modello del suo compagno di squadra e riuscì a battere il Record dell’Ora stampato da Moser nel 1984. Quel record Moser lo aveva realizzato anche grazie all’invenzione della cosiddetta ruota lenticolare, ancora oggi uno strumento imprescindibile per le prove su pista e a cronometro, pensata e realizzata per la prima volta da Antonio Dal Monte proprio per l’impresa di Moser.

Sì, quel professor Dal Monte, un personaggio che merita quantomeno una digressione. Medico, pilota, ingegnere, scienziato, biomeccanico, se fosse nato nel Rinascimento avrebbe avuto la stessa influenza di Leonardo Da Vinci; ma si sa, lo sport non è materiale per gli umanisti, o almeno loro la pensano così. Il professor Dal Monte si era inventato la ruota lenticolare e ovviamente non aveva ignorato le innovazioni portate dai due ciclisti britannici. Prese la bicicletta monotubo e la rese ancora più aerodinamica, allungandola, disegnando per gli atleti la cosiddetta posizione “a canna di fucile”, costringendo Bellutti e Collinelli ad assumere una posizione scomodissima che imponeva una fatica doppia, ma che generava una velocità impareggiabile.

Andrea Collinelli insieme a Sofia, la figlia. ©Ravenna & Dintorni

Collinelli vide le sue prestazioni impennarsi, arrivò alle Olimpiadi statunitensi consapevole di essere ormai pronto a giocarsi la vittoria contro Obree. Le Olimpiadi, però, sono appunto il trionfo dell’imponderabile e basta una giornata storta, nelle qualificazioni, per escludere Obree anche dai quarti di finale. Quello stesso giorno, mentre lo scozzese andava in contro a una bruciante delusione, un lampo squarciò il cielo di Atlanta. Andrea Collinelli chiuse le qualificazioni con un tempo di 4’19’’699’’’, stampando, alla prima sgambata nel circuito olimpico, record italiano, record del mondo e record olimpico. Per i primati internazionali non bisognerà aspettare molto prima di vederli cadere, ma il record italiano ha retto fino a quattro anni fa, prima dell’ascesa di Filippo Ganna. Collinelli abbassa ancora il suo tempo ai quarti, scherza contro l’australiano McGee in semifinale e si proietta allo scontro decisivo contro Ermenault, l’unico, seppur a debita distanza, in grado di tenere il passo del proiettile ravennate.

Un dominio incontrastato

Vedere la finale di Antonella Bellutti ha il piacere inebriante dell’inevitabile. Già dalle primissime pedalate ci si accorge che le due atlete non si trovano alla stessa pagina del libro, nonostante Marion Clignet sia una ciclista fortissima. La superiorità di Bellutti è disturbante, c’è spazio per dubitare che non sia effettivamente una finale, perché la vittoria dell’azzurra non è mai in discussione, nemmeno per un secondo. Chiuderà con oltre cinque secondi di vantaggio sulla francese, è una di quelle situazioni in cui sembra tutto scritto, quando il gesto, in questo caso una donna che spinge la bicicletta a velocità siderali, sembra esattamente quello, l’unico possibile, la perfezione assoluta.

Due giorni prima era stata la volta di Collinelli. La sua finale è stata più un trionfo del percorso, una metafora precisa di quello che ha fatto Collinelli in pochi anni prima di arrivare a giocarsi il traguardo più ambito. Partenza lenta, paura che non sia abbastanza, progressione costante, picco assoluto quando il francese Ermenault accusa la stanchezza e gestione di una superiorità più che certificata nell’ultimo chilometro. Il romagnolo segue alla perfezione il piano gara, non lascia scappare Ermenault e dopo il primo chilometro inizia una rimonta serrata, inevitabile, ancora una volta incontrando e propiziando il destino di Bellutti. Due vittorie che sprigionano superiorità, seppur in modi differenti. Due trionfi nei quali s’intravede un lavoro stupendo dell’intero team azzurro del ciclismo su pista, che completa la spedizione con l’oro di Martinello nella corsa a punti.

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È la tempesta perfetta, un risultato che, per quanto riguarda il velodromo, l’Italia non riuscirà mai più a replicare. A Sidney, come detto, c’era ancora Antonella Bellutti: orfana dell’inseguimento individuale (eliminato dai Giochi), bissa la medaglia d’oro nella corsa a punti, certificando il suo impatto sul movimento italiano e sulla natura della resilienza nello sport. Bellutti ha detto sì anche quando Franco Bragagna le ha chiesto di prestarsi alla promozione delle Olimpiadi invernali in vista di Torino 2006. Come? Beh, c’è il bob a due che va a Salt Lake City, avere un’atleta conosciuta a livello nazionale non sarebbe male. Settima, in una disciplina che non sapeva nemmeno esistesse fino a due anni prima – se non siamo al cospetto di una semidivinità poco ci manca.

Collinelli, invece, non riuscirà a qualificarsi per i Giochi di Sidney. Inizierà una lenta flessione, destinata a portarlo fuori dalle scene in pochi anni. La bici, però, è un amore che sopravvive, specialmente quando si riesce a tramandare di padre in figlia. Adesso allena la Vo2 Team Pink, la squadra per la quale pedala Sofia Collinelli, classe 2001, iridata juniores nell’inseguimento a squadre, figlia dell’olimpionico, magari un giorno destinata a eguagliare i successi di Antonella Bellutti, l’ultima donna azzurra a imporsi ai Giochi nel ciclismo su pista, chiudendo un cerchio che sarebbe molto suggestivo. D’altronde, una cosa come le Olimpiadi non esiste: prevedere quello che potrebbe succedere sarà sempre un esercizio vano e per questo così seducente.

 

Foto in evidenza: ©CONI, Twitter