Quindici anni fa Ivan Basso conquistò la sua unica vittoria al Tour.

 

La prima e unica volta di Basso a braccia alzate al Tour arrivò sotto il cielo dei Pirenei: era il 16 luglio del 2004, arrivo posto a La Mongie. L’estate era estate, da questo non si scappa, ma quella, per il ciclismo, fu una stagione indelebile, tra collera, successi, tragedie e cambiamenti. A febbraio ci lasciò Pantani; tra maggio e giugno al Giro nacque la stella di un giovanissimo Damiano Cunego, mentre al Tour Ivan Basso pedalava per raccogliere l’eredità di Lance Armstrong. Le cronache dell’inverno raccontavano come l’americano lo volesse a tutti i costi nelle file dei postini dopo il divorzio tra il varesino e la Fassa Bortolo: Basso, però, scelse di mettersi in proprio con la CSC di Riis. Dopo il Tour, Paolo Bettini avrebbe regalato all’Italia l’oro su strada ai Giochi Olimpici di Atene, dominando la corsa sotto la guida di Franco Ballerini. Sul finire di stagione Freire andò a conquistare, a Verona, la sua terza maglia iridata, mentre due settimane dopo Damiano Cunego sigillò la sua annata con il primo – dei tre –  Giro di Lombardia in carriera.

Il Tour de France 2004 fu un’edizione particolare. Terminò, ovviamente, con Lance Armstrong in maglia gialla, ma la corsa illuminò anche altri personaggi: Fabian Cancellara, che vinse il prologo; Tom Boonen e Filippo Pozzato, due tappe il primo e una il secondo; e Thomas Voeckler, dieci giorni in maglia gialla. ©Brian Townsley, Wikipedia Commons

Voeckler, quel 16 luglio del 2004 di cui stiamo per parlare, era una maglia gialla come un girasole. L’aveva conquistata qualche giorno prima nella tappa di Chartres vinta, dopo una lunga fuga, da Stuart O’Grady. T-Blanc esaltò la Francia intera – all’epoca bastava poco, in queste ore potrebbero vincere il Tour de France dopo trentaquattro anni – era giovane e sapeva conquistare il tifo con facce adatte più alla televisione che al palato un po’ altezzoso del pubblico che segue quel teatro chiamato ciclismo. Basso, giovane anche lui come dimostrava la maglia bianca vinta due anni prima, ripeteva da giorni: “state tranquilli, vi stupirò con un attacco importante”. Il cielo sopra i Pirenei stava per regalargli una di quelle giornate indimenticabili.

L’Operación Puerto non avrebbe ancora messo il freno a una parte di carriera del corridore nato nella provincia di Varese, né nel suo palmarès da professionista spiccavano ancora chissà quali corse. Quel giorno, infatti, l’ex campione del mondo under 23 tornò al successo dopo tre stagioni lunghe come notti senza fine e fatte di apprendistato in scia alle ruote dei migliori sulle strade della Grande Boucle. Undicesimo nel 2002 e settimo nel 2003, il Tour de France del 2004 si concluderà con il suo primo podio in un grande giro: “ringrazio Riis” – dirà a fine tappa, “lui è fenomenale: non ho mai preparato così bene una corsa”.

Faceva caldo, come si conviene al Tour, ma a un certo punto il cielo si chiuse e un nubifragio investì la corsa. Dal caldo al freddo e poi montagne: qualcuno dei protagonisti attesi andò gambe all’aria. La Mongie, salita finale, non è altro che il Tourmalet dal versante est senza gli ultimi tre chilometri: era il primo arrivo in quota in una Grande Boucle che affrontava i Pirenei e poi le Alpi. Lance Armstrong aveva conquistato già cinque maglie gialle a Parigi e cercava di scavalcare, ritto sulla sua Trek nera, uno dei tabù storici del ciclismo: sei vittorie finali nella grande corsa a tappe francese.

Se quello del 2003 fu, forse, il più difficile da conquistare sulla strada, quello del 2004 vide gli avversari di Lance Armstrong annichiliti dopo le prime pedalate. Klöden chiuse secondo a 6’19; Basso, superato dal teutonico nella crono finale, sarà terzo a 6’40; Ullrich quarto a 8’50; Azevedo, miglior gregario in salita di Armstrong in quella edizione, chiuse quinto a quasi un quarto d’ora di distacco. Virenque arrivò fuori dai dieci, ma conquistò la settima maglia a pois in carriera, record assoluto. Federico Bahamontes, l’aquila di Toledo – anche se arrivava da un paesino di nome Santo Domingo-Caudilla -, commentò così quel risultato: “È una vergogna per il Tour e per la storia del ciclismo”. Iban Mayo, dopo aver dominato il Delfinato proprio davanti al texano, alla vigilia era considerato l’avversario più accreditato per la lotta alla maglia gialla, ma si ritirò nella tappa con arrivo a Villard-de-Lans – dove l’anno prima vinse il prologo del Delfinato – a causa di una caduta rimediata nei primi giorni nella tappa di Wasquehal, quella che ripropose il pavé al Tour dopo vent’anni.

Lance Armstrong nella cronoscolata dell’Alpe d’Huez al Tour de France del 2004. ©Vélocia, Flickr 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

Ma l”aria attorno al texano, in quell’edizione, si faceva sempre più pesante. In Francia, come ricorda Gianni Mura nel suo “La Fiamma Rossa”, Armstrong saliva al terzo posto nella classifica degli sportivi più odiati – dietro Schumacher e Anelka. Iban Mayo lo accusò di avergli fatto la guerra dopo la caduta sul pavé: “quando un leader cade, davanti lo si aspetta”; e non vogliamo dimenticare quello che successe a pochi giorni dal termine della corsa, quando, con quel suo tipico modo da bullo e con fare da mafioso, andò a riprendere Simeoni in fuga. E ancora: prima della cronoscalata dell’Alpe d’Huez – dominata dalla maglia gialla, con Basso partito due minuti prima che viene persino ripreso dall’americano a tre chilometri dall’arrivo – minacce di morte lo costrinsero ad aumentare la sorveglianza con cui viveva notte e giorno durante ogni suo Tour de France, con il ministro dell’interno francese che dichiarò: “Armstrong è considerato cittadino americano a rischio.”

Torniamo alla tappa; la solita fuga anticipò la lotta tra i migliori, che per la verità, nonostante un tracciato impegnativo, tardò ad arrivare: la selezione vera e propria avvenne solo intorno ai cinque chilometri dall’arrivo. Al mattino si sganciarono Kirchen, Vansevenant, Ljungqvist e Finot: anche loro meriterebbero una storia a parte. Kirchen, lussemburghese, al suo primo Tour, era un corridore che col maltempo sapeva esaltarsi. Nel 2008 chiuderà nei dieci la Grande Boucle dopo aver indossato anche la maglia gialla. Nel 2010 ebbe un arresto cardiaco subito dopo una tappa del Tour de Suisse e restò in coma per diversi giorni. Si ritirò e per un periodo lavorò per il governo lussemburghese. Oggi ha una fondazione che si occupa di bambini con malattie gravi e in una recente intervista si chiede come sia possibile che il ciclismo possa ancora permettere a gente come Vinokourov di essere a capo di una squadra.

Wim Vansevenant, belga, è padre di un ragazzo dal futuro interessante, Mauri, che ha da poco vinto il Giro Ciclistico Valle d’Aosta. Wim in carriera conquistò solo una corsa; era considerato uno dei più forti gregari del gruppo e ha concluso il Tour de France all’ultimo posto per tre anni consecutivi. Una volta, incalzato sui suoi ultimi posti al Tour, disse: “Non sono io che cerco la luce della lanterna rossa, è lei che si fa strada nel buio e trova me”. A fine carriera fu coinvolto in un controverso caso di traffico di sostanze illecite: dopo diversi di anni fu scagionato. Finot, corridore che arriva dalla Borgogna, oggi lavora per le ferrovie di stato francesi e nel 2003 visse la sua giornata di gloria al Tour andando in fuga vicino casa e conquistando per un giorno la maglia a pois. Infine Marcus Ljungqvist, ex direttore sportivo del Team Sky, ha fondato lo scorso anno in Svezia una squadra di biker che unisce professionisti e dilettanti: se non un unicum, poco ci manca.

I quattro, come spesso accade, erano le vittime prescelte e vennero ripresi all’imbocco della penultima salita. Dopo qualche scaramuccia nella discesa dell’Aspin, sul Tourmalet la US Postal fece inizialmente un ritmo regolare. Una volta che Hamilton, Mayo e Ullrich andarono in difficoltà –  Voeckler staccatosi un po’ prima difenderà la maglia gialla ancora per qualche giorno –  e fecero gruppetto per salvare il salvabile, la corsa esplose. La miccia l’accese proprio un compagno di squadra di Basso: Sastre. In CSC, con Riis, passarono l’inverno tra gallerie del vento per migliorare a cronometro e insensati esercizi estremi di motivazione, ad esempio camping militari atti a cementificare il gruppo e a rinforzare la resistenza dell’anima. Sulle rampe della salita pirenaica provarono a mettere in pratica quel lavoro sull’intesa, ma secondo Sastre sarà solo un caso: “sono scattato perché queste sono le mie caratteristiche, ma ho pensato alla mia corsa, non a quella di Basso.” Dietro Sastre si materializzò dapprima Paco Mancebo, seguito da Basso, Klöden e poi Armstrong. L’americano in maglia US Postal, appena rientrato, fece il forcing e, a due chilometri dal traguardo di La Mongie, con lui rimase solo il varesino.

I due si diedero cambi regolari fino al traguardo. All’epoca si raccontava fossero amici: difficile immaginare il texano con amici in gruppo, in realtà. Un corridore rispettato, è vero, ma poco amato e non solo dal pubblico. Armstrong incuteva timore e Ivan Basso creava ragnatele diplomatiche. Affiancati fino a poche centinaia di metri dal traguardo, i due senza parlarsi e senza sprintare arrivarono nell’ordine: primo Basso, secondo Armstrong. “Non c’era motivo di fare lo sprint, lui ha lavorato bene e ha meritato la vittoria”, dirà il texano. Ivan Basso dedicherà il successo alla madre malata in ospedale.

Giornate come quelle restano nella memoria di chi, giovane allora e con i capelli grigi oggi, le ha vissute su quella strade da tifoso o in bicicletta, oppure, semplicemente, ve le racconta. Giornate passate sotto un cielo a tratti di un giallo intenso da poterti accecare, a tratti di un grigio plumbeo carico di pioggia. Ricordi indelebili per chi, attore principale, comparsa o semplice spettatore, non si sarebbe mai immaginato un futuro così diverso davanti alla propria strada. Oppure, a leggerlo oggi, un passato stravolto, fatto di carriere ribaltate, masticate e poi risputate a terra; un passato che mai più, almeno così ci si vuole illudere, ritornerà a farci visita.

 

 

Foto in evidenza: ©ThiloK, Wikipedia 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.