Devolder: vita, imprese e tragedie di un outsider che arriva dal Belgio.

 

A quarant’anni Devolder si sente stanco ma a posto con la coscienza. Con tutto quello che ha dato come corridore, quello che è riuscito ad apprendere e a trasmettere. Non ha più nulla da chiedere per quello che ha vinto, ma si domanda il perché la malasorte lo abbia colpito così tante volte. Si guarda indietro e scopre che in un attimo sono passati diciotto anni vissuti da protagonista, a volte silenzioso a volte in prima pagina; ammirato, tifato, stimato, in quel mondo che è il professionismo che magari da fuori può suscitare invidia, poi da dentro è una vita vissuta così intensamente e velocemente che a volte nemmeno ci si accorge di quello che sta accadendo. Prima è un giovane emergente, poi uno splendido outsider. Prima è un gregario di lusso e poi all’improvviso chioccia per quei giovani che ora sono come era lui quando pedalava le prime volte in gruppo. E poi via verso un ciclo che si ripete.

Stijn Devolder è stato tutto questo, mostrando i suoi muscoli sulle pietre fiamminghe. Mentre gli altri curavano la ruota di Tom Boonen che litigava – agonisticamente parlando – con Pozzato, lui conquistava quasi in fotocopia le due edizioni del Giro delle Fiandre del 2008 e del 2009. Prima promuovendo fughe da lontano, poi lanciandosi verso l’azione decisiva sul Muro.

Nel 2008 fu inatteso e per questo indimenticabile. In maglia di campione belga, gregario di lusso, un emozione che si porterà dietro per tutta la carriera. Trionfa dopo aver staccato Flecha e Nuyens, altri due che hanno legato in modo indelebile il proprio destino a quelle strade. L’anno dopo, sempre sul perfido ciottolato che porta verso la Cappella sopra l’abitato di Geraardsbergen, distanzia nuovamente i suoi avversari – Chavanel e Quinziato questa volta – e in mezzo a un fiume di fiamminghi va a vincere per la seconda volta La Ronde, quella gara che è un po’ un Mondiale per chi è cresciuto a pane e ciclismo. E non serve essere delle Fiandre per pensarlo: succede anche a noi suiveur, ammirati e meravigliati tutte le volte che il gruppo passa per quelle strade.

©Ronde van Vlaanderen, Facebook

Devolder nasce a Courtrai, in fiammingo Kortryk. Lì vicino sorgono Harelbeke, Waregem, Wevelgem, Gand, Oudenaarde, Roubaix; da quelle parti il ciclismo è humus, a furia di pedalare, pedalare, pedalare, da quella terra escono fuori corridori uno dietro l’altro, come se qualcosa di particolare fosse dentro il terreno, nell’aria, esaltando il talento di chi sceglie di stare su una bicicletta; Vanmarcke, Iserbyt, Vermote, Merlier, Meurisse, tanto per citare i primi che vengono in mente, tra i corridori più recenti. E ovviamente Devolder.

Da professionista ha condiviso la sua strada con Cancellara, correndo in squadra con lui sia quando era un giovane emergente, che verso fine carriera, e con Tom Boonen, di cui è stato il più fortunato dei luogotenenti. È stato persino postino e poi antennista con Lance Armstrong: chissà a quanti è noto come in quegli anni Devolder era considerato un talento per le corse a tappe. Dirk Demol, suo direttore sportivo prima alla Quick Step e poi proprio con la squadra del texano, lo considerava tagliato per i Grandi Giri.

Nel 2006 chiuse all’undicesimo posto la Vuelta. Nel 2007 vestì anche la maglia di leader: andò in fuga nel tappone con arrivo ai Laghi di Covadonga e chiuse con i migliori; arrivò terzo nella cronometro di Saragoza, balzando per un giorno  in testa alla classifica. Ma fu l’ultima strizzata d’occhio di Devolder alle corse a tappe: col passare del tempo mantenne le sue caratteristiche da corridore forte in pianura – e a cronometro – ma un po’ alla volta le esaltò sulle pietre. D’altronde è fiammingo, cos’altro avremmo potuto chiedergli.

Si irrigidisce quando pensa che in diciotto anni da corridore ha perso tre amici, tre compagni in gruppo. I suoi occhi si gonfiano; trova ingiusto e si chiede come sia possibile che la morte abbia colpito per ben tre volte persone così vicine a lui. Non odia la bici per questo motivo, pensa che sia un destino a cui non si può scappare. Nel 2009 Frederiek Nolf, anche lui di Kortryk, perde la vita nel sonno durante il Tour of Qatar: al Giro delle Fiandre Devolder vince in suo onore e porterà con sé in valigia una sua fotografia, in tutte le gare, fino al termine della carriera.

Nel 2011 Wouter Weylandt, amico e compagno di squadra e di allenamenti, muore sulle strade del Giro d’Italia: “Dopo la sua morte non riuscivo più a pedalare; eravamo agli antipodi, eravamo uno il contrario dell’altro, ma era il mio migliore amico. Sembrava un duro, ma era dolce e altruista: avrebbe attraversato il fuoco per te”.

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Nel 2018, alla Roubaix, un arresto cardiaco strappa la vita di Michael Goolaerts, per due stagioni suo compagno  di stanza. “Cerchi conforto in tutto per tornare a pedalare, ti dici che c’è vita dopo la morte; non avevo più forza mentale, ma ho riconosciuto il dolore per la morte di Michael in quella provata per Wouter e sono riuscito ad andare avanti”.

Devolder sa che devi lasciare che il tempo svolga il suo compito per provare a lenire, almeno in parte, ferite che mai verranno completamente chiuse. “Sono sempre in contatto con i genitori di Frederiek, Wouter e Michael, ma non è mai facile stare con loro e trovare le parole giuste. Non puoi dire che andrà bene, perché per quei genitori nulla andrà più bene. Puoi pensare che tutto passi con il tempo, ma è relativo. Frederiek è morto nove anni fa, ma per suo padre e sua madre è come se fosse ieri”, racconta in un’intervista al De Telegraf.

Nelle ultime due stagioni diventa chioccia: porta la sua esperienza prima da van Aert e poi da van der Poel. Unico anche in questo, come nelle sue due vittorie consecutive al Giro delle Fiandre – ultimo belga a riuscirci.

Oggi Devolder si ritira, sa di aver fatto il suo dovere, se si guarda indietro ritrova le facce di Frederik, Wouter e Michael, ritrova le due Ronde, quel tentativo di diventare uomo da corse a tappe, trova amore per il ciclismo che tanto gli ha dato e che troppo gli ha chiesto indietro. Oggi per lui inizia una nuova vita: ci sarà una festa verso metà novembre con il suo club per celebrare “Volderke“, come viene chiamato, uno dei corridori più amati in Belgio e in gruppo, e poi continuerà a vendere macchine agricole, la sua seconda passione. “Lo farò con lo stesso impegno con cui ho corso in bicicletta”. E vedendo la perseveranza con cui ha pedalato, c’è da pensare che possa fare buoni affari.

 

 

Foto in evidenza: ©Ronde van Vlaanderen, Facebook

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.