Renato Longo è uno dei ciclocrossisti più forti di tutti i tempi.

 

 

Ginevra, 14 febbraio 1959. Americo Severini, Rolf Wolfshohl e Renato Longo iniziano insieme l’ultimo giro del Campionato del Mondo di ciclocross. È la decima edizione della rassegna iridata dedicata alla disciplina che si svolge tra fango e sabbia, ed è ormai chiaro che, per la prima volta nella storia, non sarà un francese a vincere. Infatti, da quando è nato il Mondiale di specialità, nel 1950, ed è andato a sostituire il suo antenato, ovvero il Criterium International de Cyclo-Cross, l’hanno conquistato solo Jean Robic, Roger Rondeaux e André Dufraisse.

Dei tre Longo è l’unico dilettante. Per la verità, Renato è proprio il solo a far parte di questa categoria, insieme al tedesco della Germania dell’est Guenther Oldenburg, tra i partenti. Ma quest’ultimo, chiaramente, non è pro per il banale motivo che nel blocco sovietico non esisteva il professionismo. Infatti l’azzurro, nato – peraltro – come podista, tra una gara e l’altra fa il garzone di fornaio a Milano, città in cui si è trasferito dalla natia Vittorio Veneto per cercare fortuna. E l’ha trovata, dato che è nella metropoli lombarda che ha conosciuto prima il grande Gaetano Belloni e poi lo stesso Severini, le persone che gli hanno permesso di essere là a giocarsi il Mondiale di ciclocross.

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Severini è il più esperto, il campione affermato. L’anno precedente fu secondo proprio davanti ai due con cui sta guidando la gara. In questo Mondiale, tuttavia, è quello che ne ha meno. Si è già staccato in precedenza, ma è rientrato poiché Longo, incapace di sbarazzarsi di un coriaceo Wolfshohl e conscio di essere battuto in volata, sa che l’unico modo in cui si può sconfiggere il tedesco è sfruttando la superiorità numerica.

All’imbocco dell’ultima salita presente nel percorso, Renato passa in testa. Severini è lesto a sorprendere Wolfshohl e a prendere la seconda posizione. La strada è stretta, troppo stretta. Ci passa a stento una bicicletta tra le due ali di folla formate dai duemila astanti, assembrati su quelli che dovrebbero essere i lati della carreggiata. Longo accelera, Severini rallenta e Rolf è nel sacco. Americo fa da tappo e il veneto, ventidue anni compiuti il 9 agosto, vola via. Game, set and match. Il primo campione del mondo non francese è italiano e il suo nome è Renato Longo.

Quel giorno la vita di Renato cambia totalmente. Da promessa diventa un campione. E la rivalità con Wolfshohl, l’altro enfant prodige, divamperà. Per la verità Rolf, per oltre un lustro, sarà la kryptonite di Longo al Mondiale. Come Van Aert per van der Poel. Il veneto, infatti, nei cinque anni che seguono quel successo, vincerà altre due rassegne iridate: nel 1962 in Lussemburgo, su un percorso durissimo disegnato su misura per un certo Charly Gaul, il quale verrà però battuto nettamente dall’azzurro, e nel 1964 in Belgio, in un tracciato che prevedeva il leggendario Muro di Grammont. Nella prima occasione, tuttavia, Rolf è malato e, pur provando a partire, si ritira dopo poco, mentre nella seconda era assente poiché aveva deciso di passare l’inverno dedicandosi alle Sei Giorni. Nei tre scontri diretti a Tolosa, Hannover e Calais, invece, il teutonico aveva sempre trovato il modo di trionfare.

Ma anche Renato, prima o poi, doveva avere la sua Bogense. E non poteva esserci teatro migliore di Cavaria, provincia di Varese, in quello che è stato, probabilmente, il più grande evento nella storia del ciclocross italiano. Ventimila persone sul percorso solo per vedere Renato Longo. Il tracciato è duro, molto duro, affine alle caratteristiche di Longo, eccelle su circuiti più impegnativi, mentre Wolfshohl si distingue soprattutto sui circuiti veloci. Il tedesco, però, è un cagnaccio vero. Si incolla alla ruota del veneto e non molla. Dopo un giro è ancora là, dopo due uguale, anche dopo tre.

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La resistenza di Wolfshohl è stoica. Morde la ruota dell’avversario azzurro e non molla un metro. Si arriva all’ultimo giro, e all’imbocco della salita presente nel tracciato i due sono ancora insieme. Sembra di vedere Pantani e Tonkov a Montecampione. Solo che il teatro del duello non è un’erta infinita, ma un trionfo di fango. Longo accelera, chiude gli occhi e stringe i denti. È l’ultima occasione buona. Deve dimostrare che può battere Wolfshohl anche senza l’aiuto dei compagni. Il veneto si produce nello sforzo più intenso: la lucidità ormai è ridotta.

A un certo punto, dai ventimila giunti a incitarlo, si alza un boato. La folla è scatenata: urla a non finire. Renato gira la testa e Wolfshohl non c’è. Si trova a circa una decina di metri. Non ne ha più. Stavolta, finalmente, il duello lo vince Renato. E non era una sfida qualsiasi questa, ma quella che decretava chi tra i due sarebbe riuscito a conquistare il suo quarto titolo iridato.

La carriera di Renato è completa, manca il punto esclamativo. Quella vittoria in più che elevi Longo dal gruppo dei campioni del ciclocross e lo porti in quello dei papabili al titolo di pù grande ciclocrossista di sempre. Già, però, dopo il successo di Cavaria inizia un periodo difficile per Renato. I problemi fisici lo attanagliano, al Mondiale del 1966, vinto dal giovane fenomeno Eric De Vlaeminck, nemmeno riesce a partecipare. Si ripresenta alla rassegna iridata dell’anno successivo, la quale si svolge a Zurigo.

Il circuito però, sulla carta, non è roba per lui. I media parlano di gara a due tra De Vlaeminck e Wolfshohl. E il tedesco, con ben poca eleganza, in conferenza stampa afferma candidamente che Longo non riuscirà a tenere il passo di loro due. Tuttavia, la notte prima del Mondiale, un diluvio si abbatte sulla cittadina elvetica. Il tracciato, tecnicamente molto veloce, si trasforma in una distesa di fango.

Le prospettive, così, cambiano totalmente. Renato sa che quella è l’ultima occasione per impreziosire ulteriormente la sua eredità. E non se la lascia sfuggire. Parte fortissimo, stacca tutti dopo poche centinaia di metri e con un vigore da eroe della mitologia greca vola via. Quella non sarà una vittoria di Longo. Sarà LA Vittoria. La più grande impresa nella storia del ciclocross, paragonabile solo a quella di Albert Zweifel a Saccolongo nel 1979. Wolfshohl, secondo, prende 3’49”. Il terzo, lo svizzero Hermann Gretener, giunge a 9’14” insieme al connazionale Emmanuel Plattner. De Vlaeminck è quinto a 11’48”. Dal sesto in giù il distacco non si conta più in minuti, si conta in giri.

È l’ultimo Mondiale di Renato. Il quinto. Come Dufraisse e Zweifel. Solo Eric De Vlaeminck, sette successi iridati, saprà fare meglio. Ma il fratello del Gitano non farà mai un’impresa come quella di Zurigo. Longo, in Svizzera, diventa leggenda e, ancora oggi, brilla come stella più luminosa nel firmamento del ciclocross italiano. Un astro straordinariamente scintillante, le cui gesta non potranno mai essere dimenticate.

 

 

Foto in evidenza: ©LagunOnakTE, Flickr