Sdraiato in una camera buia, gruppo e vita proseguono da un’altra parte.

 

Volendo tradurla alla lettera, l’espressione “the flying mullet” equivarrebbe a “il cefalo volante”. “Mullet”, infatti, in italiano viene usato per indicare il muggine o cefalo: il pesce, insomma. Il termine, però, è universalmente utilizzato per quell’acconciatura che sublimò David Bowie più di trent’anni fa: capelli corti davanti, sopra e sui lati e lunghi dietro, sul collo. Shane Archbold la porta da parecchi anni. Proprio per questo, se dovessimo individuare un “mullet” in mezzo al gruppo, non avremmo problemi. I lunghi capelli, se lanciati a sessanta all’ora, danno quel tocco di “flying” che contraddistingue Archbold: e anche la sua bici, dato che il soprannome vi è stato stampato sopra.

Archbold faceva parte dell’organico della BORA quando il nome di quest’ultima finiva con Argon 18, ben prima che subentrasse hansgrohe e che diventasse la squadra di Sagan, di Formolo, di Ackermann. E di Bennett, uno degli amici più cari di Archbold, nonché il velocista per il quale lavorare. Il rapporto tra i due è talmente profondo che una volta, accortosi di un incidente causato da una manovra sconsiderata di una moto al seguito della corsa, Archbold spinse letteralmente Bennett in un imperscrutabile pertugio tra freni tirati, corpi lamentanti e biciclette accatastate. C’era posto solo per uno di loro e Archbold scelse il suo ragazzo, prima di cadere sulla motocicletta e bruciarsi il braccio al contatto con la marmitta bollente.

Se le volate li hanno avvicinati, sono state le scivolate e le botte ad unirli. Bennett non c’era quando Archbold terminò la Parigi-Roubaix 2015 fuori tempo massimo e con un buco al naso. Era caduto per colpa di una foratura non appena la Foresta di Aremberg si era manifestata sotto le sue ruote, dovendo così rincorrere per novanta chilometri con la faccia incrostata di sangue. In compenso, i due tagliarono insieme il traguardo della prima tappa del Tour de France 2016. Quella che portava da Mont-Saint-Michel a Utah Beach fu una frazione di vento e danni, nei quali rimase coinvolto anche Bennett. Slabbrato e dolorante, fu costretto a farsi spingere da Archbold nelle ultime centinaia di metri. Il neozelandese, diligente, obbedì senza fare una piega.

Un paio di settimane dopo, i ruoli si invertirono. Nella discesa del Col de la Forclaz fu Archbold a finire a terra, ma l’esito fu assai peggiore. La sua bici venne travolta e tranciata in due parti da Božič e il suo bacino si fratturò. Gerd Kodanik e Risto Usin, i meccanici della BORA, descrissero quell’incidente come uno dei più brutti ai quali avessero mai assistito. Eppure, nonostante le conseguenze di un impatto inaspettato a sessantasette chilometri orari, Archbold chiese a Usin di rialzarlo e di dargli subito un altro mezzo. Raggiunse Finhaut-Emosson in centosettantaquattresima posizione, facendo meglio di nove atleti: cinque arrivati qualche minuto più tardi e quattro ritirati, tra cui Cavendish. Continuare e portare a termine il Tour de France era praticamente impossibile e così Archbold abbandonò. Bennett, inconsapevole che le sue parole avrebbero tormentato il compagno per molto tempo, affermò di non aver mai visto nessuno soffrire così tanto in sella ad una bicicletta.

Sam Bennett vittorioso al Tour of Turkey 2018. @Sam Bennett, Twitter

Il recupero fu rapido. Ai primi di settembre, Archbold era di nuovo in gruppo. Un mese dopo si rivelò addirittura fondamentale nella vittoria di Bennett alla Parigi-Bourges, una delle classiche di fine stagione. Poi, tra Natale e Capodanno, la sua forma fisica crollò verticalmente. Le fitte alla schiena e alle gambe aumentarono in maniera esponenziale finché una mattina realizzò che non era più in grado di camminare. Archbold iniziò un lungo pellegrinaggio che lo portò dalla Nuova Zelanda alla Germania, dalla Germania a Girona, in Spagna. Un susseguirsi di diagnosi sbagliate, responsi grossolani si ripetevano uno dopo l’altro.

Nei giorni in cui stava meglio, Archbold riusciva a malapena a pedalare. Ma erano pochi: rimaneva perlopiù sdraiato nel letto, dormendo quel sonno tormentato di chi si appisola controvoglia, perché non può fare altro. Si ripromise di approfittare di questa sosta imprevista per imparare lo spagnolo, ma, come rifletté sconsolato alla Parigi-Roubaix 2015, “non ho imparato un bel niente”. Chissà quanto forte deve viaggiare un gruppo di ciclisti professionisti agli occhi di un collega che, ferito e impotente, li brama dal letto di casa. Dopo otto mesi di iniezioni palliative, il 31 maggio 2017 Archbold entrò in sala operatoria: operazione spinale. Rientrò a settembre, a quasi un anno dalle ultime apparizioni. Alla seconda corsa, la Coppa Bernocchi, si classificò settimo. In appena trenta giorni pilotò Bennett alla vittoria per ben cinque volte: prima allo Sparkassen Münsterland Giro, poi al Giro di Turchia. Il pur buon recupero non convinse i tecnici della BORA. Ralph Denk, il general manager, lo salutò con una promessa: “se ci sarà la possibilità, lavoreremo ancora insieme”.

Archbold, va detto, è anche sfortunato. A puntare su di lui per il 2018 fu l’Aqua Blue Sport, formazione che ha chiuso i battenti pochi mesi fa. Trovandosi nuovamente appiedato, la EvoPro Racing gli è sembrata una buona opportunità, per quanto modesta. Qualche giorno fa, la BORA ha annunciato l’immediato ritorno di Shane Archbold: dopo il volontario allontanamento di Kennaugh dovuto a questioni psicologiche da risolvere, il team tedesco ha saggiamente optato per un corridore che conoscesse già l’ambiente. Archbold ha firmato per un anno e basta, disilluso quanto basta per capire che a fine anno potrebbe non essere riconfermato. A quel punto cercherà altro: nel ciclismo, se possibile; oppure un lavoro vero e proprio, se dovesse andar male. Più che male, intanto, le cose stanno andando bene. La prima corsa alla quale è stato chiamato a partecipare è il Giro di Turchia, il capitano assegnatogli proprio Sam Bennett: delle sei tappe complessive, il velocista irlandese ne ha conquistate due, finendo un’altra volta secondo e per ben due volte terzo, risultati che gli sono valsi la maglia di leader della classifica a punti. Per un ragazzo come Shane Archbold, soprannominato “cefalo volante”, il ruolo di pesce pilota non dev’essere così difficile. Emozionante sì, però: consentire al prediletto di emergere tra un branco di mammiferi boccheggianti è un’esperienza quasi ultraterrena.

 

Foto in evidenza: @Cycling Weekly, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.