Il Tour de France 1996 segna la fine dell’era di Miguel Indurain.

 

Tour de France 1996, si parte dall’Olanda, s’Hertogenbosch per la precisione: nome duro, musicale, affascinante. Luogo talmente persuasivo che i francesi vi organizzano il prologo, la prima tappa e la partenza della seconda. Peccato che i loro intenti del tutto nobili – si fa per dire – si scontrino da subito con un meteo che poco ha a che vedere con l’estate del Tour de France e che ne condizionerà in modo decisivo l’esito finale.

Di poche cose si è certi alla vigilia della corsa: una è la sesta affermazione di Miguel Indurain, ma così non sarà, inutile creare suspense, chiunque si stia accingendo a leggere questa storia conosce già il finale come fosse quello di un film visto più volte. È un Tour illegittimo rispetto al recente passato: via la cronometro a squadre, dentro la cronoscalata – l’ottava tappa da Bourg-Saint-Maurice a Val-d’Isère. Sarà una corsa che finirà per vedere ribaltati i canoni prefissati alla vigilia.

Volevano un record da sbandierare per celebrare la grandeur della corsa più famosa del mondo, i francesi; avevano messo su un teatrino niente male, con persino stralci di romanzo sentimentale: il passaggio davanti alla casa di Miguel Indurain al termine di una tappa estenuante di duecentosessantadue chilometri, ad esempio. Si dovettero accontentare nel vedere l’ultimo atto della saga di un personaggio a volte scuro e intransigente, per carattere più che per vocazione, antieroe in un’epoca di scalatori primattori, più che protagonista antagonista con il quale andare a scontrarsi, com’è stato per cinque anni al Tour de France, dove si è mostrato sempre gentile e mai tirannico. Un signore, come veniva definito dai cantori delle cronache di quei giorni e da molti suoi colleghi anche negli anni a venire.

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Eppure, nonostante la buona volontà, quel finale da lieta novella corrisponderà all’esito peggiore per i francesi, ormai conquistati dal corridore della Banesto: vincerà un danese, conosciuto ma fino a un certo punto, non estremamente bello da vedere in bicicletta, riconoscibile dalle smorfie ma inscalfibile e dominante, improvvisamente vincente all’età di trentadue anni. Qualche tempo dopo confesserà l’uso di sostanze proibite e ci piacerebbe dire che “quella è un’altra storia”, ma così non è.

Tracciati intensi

Il tracciato del Tour de France del 1996 presenta inizialmente banali volate da osservare con un occhio chiuso che riposa e l’altro sempre allerta; i più bravi e fortunati saranno direttamente sul campo, sulla strada, al seguito e in sala stampa; quelli meno fortunati su un divano, magari con un ventilatore puntato in faccia e “La Gazzetta dello Sport” aperta per controllare i distacchi in classifica – quando non c’era internet! -; quelli proprio meno bravi e più sfortunati in assoluto soffriranno un caldo che scioglie la pelle mentre il divano ti si appiccica addosso, una finestra leggermente aperta e una tapparella alzata solo per far entrare uno spiraglio di sole e un po’ di brezza, un calabrone che continua a fare l’elastico tra dentro e fuori come un corridore che rimbalza controvento perché le gambe non hanno la stessa tempra del carattere. Le immagini, invece, dovete immaginarvele arrivare da un televisore Mivar 16 pollici che gracchia l’indimenticabile voce di Adriano De Zan, da un po’ di tempo affiancato da Davide Cassani, che era stato un buon corridore e al microfono si sarebbe rivelato un fuoriclasse.

È un’estate degli anni ’90 e non si può sognare di meglio dopo quell’avvio sonnacchioso, ma così abituale e rinfrancante. Sbadigli e volate sono la routine delle prime tappe del Tour; una delle certezze di quel periodo, un caposaldo come la pubblicità del Cucciolone o del Maxibon, le VHS disposte in ordine di genere vicino al televisore, una ruota che si infila nel catrame sciolto dal sole, oppure uno scatto di Pantani in salita e un pezzo sul tennis di Gianni Clerici da leggere su “Repubblica”.

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Poi, per fortuna, la noia, i ricordi e il contorno lasciano spazio alle tappe di montagna, prima le Alpi e poi i Pirenei, e ad altre che possono presentare colpi di scena – mai sottovalutare le imboscate in terra di Francia, sul Massiccio Centrale in particolare. Poi, verso la fine della corsa, arriva anche l’omaggio al Re Navarro. Tappa che si conclude a Pamplona; mancheranno pochi giorni a compimento di quelli che tutti immaginano, sognano, sperano o che hanno visto già scritto da qualche parte, e quel figlio di contadini di nome Miguel Indurain da Villava – la frazione toccherà anche il piccolo comune dove vive ancora oggi la famiglia di Indurain – si racconta abbia abbozzato un mezzo sorriso appena saputa la notizia poche settimane prima della presentazione ufficiale del Tour de France.

Café Navarro

E difatti alla Cafetería Maica di Villava, sede del suo più celebre fan club, è tutto pronto per celebrarlo; si è scritto che su quindicimila abitanti che contava il paese allora, almeno la metà sia stata sui Campi Elisi a festeggiare il primo santo patrono del paese; di sicuro chi è rimasto a casa avrà abusato di cerveza e carne d’agnello, preferendolo a bevute di Pernod nei bistrot. In quel bar e ristorante è già tutto pronto per far spazio alla sesta maglia gialla da incorniciare. È un luogo di culto, a tratti mistico; si parla di ciclismo, tra una bistecca – al sangue o ben cotta – e uno stufato innaffiato da pinte di birra. È estate e in qualche modo la gola ha bisogno di essere asciugata, soprattutto se si passa il tempo a incitare Miguelon; sembra un posto quasi angusto, ma in realtà è come un antico santuario privo di luci al neon, ma con la delicatezza di un chiarore offuscato che lascia spazio all’immaginazione e alla possibilità di scoprire, passo dopo passo, dove ti trovi. E a ogni angolo sembra di vedere riflesso Miguel Indurain, illuminato a tratti dal maxischermo che manda immagini del Tour e dal bagliore paglierino delle maglie gialle appese al muro. Potenza evocativa e suggestiva: in quel posto non vi è alcuna differenza tra entrare in una chiesa oppure seguire un idolo che corre in bicicletta. Pensate al dolore provato quando Bjarne Riis lo deporrà e sarà lui a scrivere il suo nome come vincitore di quella corsa, una sofferenza paragonabile solo a quella degli organizzatori francesi – o a quella di un fervido credente.

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Poche cose sono sicure in quel Tour, si diceva, anche se il ciclismo è uno sport che le certezze tende sempre a sgretolarle: più che un match di basket dal risultato scontato, è un pallone lanciato dalla propria metà campo mentre suona la sirena. Il problema è che quel Miguel Indurain non è uno splendido perdente, anzi: è un maniacale gestore, tatticamente imperscrutabile; assomiglia di più a un calcolatore, con quel fisico fatto per spingere lunghi rapporti in pianura e in salita e per spostare sempre più in là l’asticella nelle prove contro il tempo; quel cuore da balena bianca, quell’impronta divina; e quando gli hanno detto che quel Tour lo avrebbe vinto, che sarebbe stata la sesta volta di fila – primo e unico -, a parte gli scongiuri del caso Miguelon avrebbe sfoderato tutta la sua tranquillità e si sarebbe lasciato in un bugniano «vediamo». Non avrebbe mai e poi mai pensato di anteporsi in qualche modo al destino.

E visto che si accenna a Bugno, scopriamo gli avversari. Di Bugno, oramai, nemmeno l’ombra in ottica classifica finale di un grande giro – apparirà, con la sua sciupata irriverenza, in diretta ai microfoni della Rai durante alcune tappe. Chiappucci, a proposito di ombra, appare in una versione più leggera di sé (se prima dava schiaffi ora carezze, parafrasando Gianni Mura); e manca pure Marco Pantani, sul podio nel 1994. L’attenzione della Banesto si spinge verso Spagna, Francia, Svizzera e Germania. Once, Festina e Telekom, principalmente: ovvero Jalabert, Zülle, Virenque, Olano, Rominger, Riis e Dufaux. Questi sembrano essere i nomi più interessanti della vigilia, una batteria di corridori non sufficiente a far venire la pelle d’oca o il batticuore – forse i francesi qualche pelo ritto pensando a Jalabert -, un nugolo utile per provare quantomeno a rendere dura la vita al duro navarro e alla sua Pinarello bianca come le corna di un elefante, griffata come opera di un grande stilista.

Intanto, però, tutti si fanno domande proprio sulla squadra di Unzué ed Echavarri, navarri anche loro e angeli custodi di quel marcantonio con le sopracciglia folte, i capelli ricci, il naso aquilino e imitato perfettamente in quegli anni da Teo Teocoli durante le versioni estive di “Mai dire Gol”. Molti si riempono la bocca di sentenze e intravedono in quell’armata un vecchio relitto buono per il pensionamento, che inizia a fare acqua. Avranno ragione.

Prologo

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Se a diciannove anni gli avessero detto che sarebbe diventato il quarto corridore della storia a vincere cinque Tour de France, superando in regolarità il record di Merckx, Hinault e Anquetil, probabilmente anche in quel caso Indurain avrebbe lasciato da parte la sua faccia schiva e avrebbe sorriso; ma sarebbe stato un sorriso sbieco, di scherno; forse avrebbe preso quella sua manona cresciuta coltivando grano nei campi attorno alla sua fattoria e avrebbe fatto partire un ceffone da staccarti la testa. Poi si sarebbe piegato nuovamente proseguendo nel suo lavoro. Raccontava suo padre a Leonardo Coen tempo fa: «Come me ha sempre preferito la fatica dei campi a quella dei libri, a scuola non voleva mai andare, ne a Villava né poi a Pamplona. Gli regalai una bici e da lì cambio tutto. Vinse la sua seconda corsa, come premio ricevette un bocadillo. Da lì non ha mai mollato la bicicletta». Fino alla fine del 1996.

Tim Crothers su “Sports Illustrated” scrive: «Miguel Indurain non poteva che essere una lucertola». Ama il caldo, il codice genetico non può mentire, e quel Tour si rivelerà atipico sin dalle prima folate. La partenza dall’Olanda è una sorta di presagio, un fiume che scorre e che conosce già il suo futuro; il passaggio dal Belgio alla Francia, attraverso il Nord della regione transalpina, sarà costellato di freddo, pioggia, persino neve. I corridori si trascineranno dietro trabocchetti da Nord Europa, sarà contesa verticale che vedrà facce con labbra orizzontali screpolate e violacee per la temperatura, affrante, spigolose e piegate dal desiderio di qualcosa di caldo alla fine di ogni tappa. Ritiri su ritiri, tappe mozzate, gambe dilaniate, sorprese in classifica. Rimpasti e ribaltoni.

Si parte dall’Olanda, si era capito. Visi olandesi, pericoli incombenti tra passaggi pedonali e spartitraffico. Orologi svizzeri. Ti aspetti Boardman e vince Zülle, che indossa la maglia gialla. Poi pianura su pianura, ancora pioggia e freddo da farti dubitare: ma è veramente luglio? Velocisti franco-tedeschi, Moncassin e Zabel, pure Cipollini: ecco i vincitori delle prime tre frazioni in linea. Moncassin toglie la maglia gialla all’occhialuto svizzero, maglia che poi passa sulle spalle di Stéphane Heulot, più che eroe un tenero combattente, nella tappa che vede arrivare la fuga con vittoria di Cyril Saugrain. Il 4 luglio è festa americana, ma visto che si è partiti dall’Olanda vince un olandese: ed è quindi festa orange con un velocista spesso sottovalutato e a volte dimenticato come Jeroen Blijlevens.

Montagne, pioggia, neve, cadute

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Settimo giorno, sesta tappa. Si inizia a salire. Frazione nervosa, ma soprattutto fredda. Alla partenza non si presenta Cipollini e durante i primi chilometri si ritirano Saugrain e Armstrong: «Non si sentiva bene fin da ieri sera», commentano dalla sua squadra. L’americano covava una bronchite e si ferma al primo acquazzone – nelle prime sei tappe i ritiri saranno trentadue, un record. Bufera di pioggia al Tour ed esce fuori ancora un olandese: Michael Boogerd a ventiquattro anni vince la sua prima corsa da professionista e lo fa al Tour, anche se passerà alla storia come uno dei corridori più piazzati tra gli anni ’90 e 2000. Ma la frazione, risolta sotto una tempesta di pioggia mista a neve, lascia scorie devastanti nelle gambe di Miguel Indurain – anche se lui ancora non lo sa – e di tanti altri protagonisti.

Ottavo giorno, settima tappa. Chambéry-Les Arcs: da affrontare, oltre alla salita finale, anche Col de la Madeleine e Cormet de Roselend. Strascichi. Ritiri, cadute in ogni senso. Non c’è più il freddo dei giorni scorsi, almeno nell’aria, ma ha saputo insinuarsi per bene nelle ossa dei corridori. Ginocchia che cigolano. Miguel Indurain non capisce il suo destino fino a poco dall’arrivo, anche se in realtà qualche segnale malcelato era venuto fuori. Ci si chiedeva come potesse essere la fine di un’era ed eccola dipinta sul volto solitamente senza segni di sofferenza tangibile come lo era stato per cinque lunghissime estati. «La mia pedalata era diversa. Ma dato che l’andatura non era altissima, non c’ho fatto caso».

Poi oscurità. Immaginatevi di essere in una stanza e all’improvviso si spegne la luce, solo che gli occhi invece di abituarsi al buio diventano lattiginosi. Un oggetto sacro dipinto di giallo sembra sciogliersi dall’altarino in fondo alla stanza. Mancano poco meno di quattro chilometri all’arrivo e Indurain si stacca, sembra fermarsi. Non lo avevamo mai visto così: Chiappucci, Pantani, Ugrumov provarono a ferirlo, ma alla fine Indurain ne uscì sempre sano e salvo. Una crisi di zucchero, si vocifera a fine tappa; il tanto freddo preso in quei giorni, persino un errore di valutazione: un rifornimento a pochi chilometri dall’arrivo che gli costa venti secondi di penalità. Non lo avevano mai visto così: in pochi minuti a Indurain succede quello che non gli era mai accaduto in tutta la carriera. Richard Virenque a fine tappa: «Da non crederci! Eravamo tutti con Indurain fino a poco dall’arrivo, a un certo punto davanti attaccano e lui sembrava pedalare sempre sullo stesso pezzo di strada. È la cosa più incredibile che abbia mai visto in vita mia al Tour».

E non ditelo a Luc Leblanc. Ormai fuori classifica, arriva da un anno e mezzo fatto di scelte sbagliate e acciacchi vari; va in fuga, cade, vince. Non fatelo notare ad Alex Zülle, incompiuto anche in quell’estate come in passato e come in futuro – ricorre la metafora del fiume e del tempo: arriverà poco davanti a Miguel Indurain dopo essersi staccato quasi in contemporanea ed essere caduto due volte in discesa; la nebbia gli aveva appannato gli occhiali, si raccontò quel giorno. Sarebbe superfluo ricordare cosa successe a Bruyneel: giù per una scarpata, si è temuto il peggio. Lo raccoglie, nel vero senso della parola, un meccanico della Rabobank; dopodiché, il futuro deus ex machina dei successi di Armstrong al Tour sale in bici e arriva al traguardo sano e salvo. Nel punto in cui è letteralmente volato di sotto, ancora oggi sul parapetto campeggia una scritta fatta con lo spray giallo: “Johan”, a imperitura memoria.

Boardman e Chiappucci si salvano d’un soffio dalla ghigliottina del tempo massimo; Jalabert, a rendere amara la giornata degli ONCE, si stacca nella prima salita – per Gianni Mura era il più accreditato antagonista di Indurain alla vigilia della corsa. Stéphane Heulot si ritira in maglia gialla tra le lacrime; maglia gialla che per vederla assegnata a Berzin ci vogliono minuti vissuti col fiato sospeso: alla fine la indossa il russo per pochi decimi di secondo su Abraham Olano. Già così, senza quanto accaduto a Indurain, sarebbe stata una giornata indimenticabile.

La fine di un’era

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Sempre su “Sport Illustrated” raccontano di come pochi giorni dopo la disfatta di Les Arcs, Charly Gaul fece recapitare a Indurain un messaggio con sopra scritto URGENTE. Poche e semplici parole nelle quali l’ex vincitore del Tour de France esortava lo spagnolo a non mollare. «Quando ho vinto il Tour ero quindici minuti indietro a tre giorni dalla fine. Non è ancora finita. Buona fortuna».

Bastasse così poco a cambiare il destino di una persona, ognuno di noi spenderebbe la propria vita a riempire la vita dei nostri cari augurando loro il meglio possibile; ma un’esortazione è un’esortazione, dopotutto, e Charly Gaul vuole soltanto pungolare l’orgoglio di Indurain: ma se le gambe non girano, non girano. Non ci sarà spazio né per una rimonta né per un rigurgito vanaglorioso.

C’è l’ultimo respiro di Berzin, prima di bruciare velocemente una delle carriere più indecifrabili del ciclismo degli anni ’90: vince in maglia gialla la cronoscalata, poi chiuderà ben lontano in classifica. Il respiro di Riis, invece, è quello impresso dalla sua faccia con i denti di fuori e la vittoria nella tappa mutilata a causa di freddo, neve e pioggia del Sestriere: prenderà la maglia gialla e la indosserà fino a Parigi. Riis vincerà di nuovo a Hautacam, mentre Indurain perderà altri minuti preziosi.

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Il danese salirà da leader sul palco di Pamplona nella tappa-omaggio al Re Navarro: duecentosessantadue chilometri, come una classica dura. Vince Dufaux davanti a Riis; Miguelon lontano a oltre nove minuti e con lo sguardo nascosto dagli occhiali. Sul palco salgono assieme e Gianni Mura, su “Repubblica”, racconta: “Sul palco Riis chiede un microfono. È emozionato, ma ci tiene a parlare alla gente di Pamplona: «Vi ringrazio degli applausi, ma Miguel Indurain era e resta il più grande. […] Sarei un ipocrita se dicessi di essere triste. Sono felice. Ma sono triste per lui. Gli sono molto vicino»”.

Poi, ancora Gianni Mura, nel raccontare quella tappa spiega come visse quella giornata la famiglia di Indurain. “Di veramente vicino in questo momento, Indurain ha solo una stanchezza infinita. Discretamente, nessuno della famiglia si è fatto vedere sul traguardo. Marisa, la moglie, col piccolo Miguel, fratelli e sorelle, tutti a Villava nella grande fattoria di Miguel padre. Villava è ancora campagna, tutta a grano. Indurain ci passa da sconfitto, da rassegnato, da atleta così debole che nemmeno pensa di far finta di mettersi in testa a tirare quel gruppetto di inseguitori. […] Non c’è rivincita, nemmeno parziale, non c’è recupero. […] Deve essere terribile vincere cinque anni di fila, passare in maglia gialla in posti mai sentiti, lontanissimi da casa, e la prima volta, forse l’unica, che il Tour arriva a Pamplona, essere uno straccio. «Mi sembrava un sogno, questo arrivo. Invece è un incubo».

Ci sarà il primo sussulto del talento di Ullrich nella cronometro finale, ci sarà la fine di Miguel Indurain che qualche mese dopo annuncerà il ritiro.

Doping e dintorni

©Graham Watson, via Cycling Weekly

Bradley Wiggins, vincitore del Tour de France del 2012, a fine carriera ha scritto un libro intitolato “Icons” in cui elenca i suoi punti di riferimento: fra questi non poteva mancare Miguel Indurain. Col suo sarcasmo e quell’ironia tagliente come una lama, Sir Wiggo esprime così il suo pensiero sullo spagnolo: «È sempre stato descritto come un perfetto gentiluomo. Potresti trovarlo a letto con tua moglie e ti abbraccerebbe. Era proprio quel tipo di persona, una persona piacevole. Non penso che avesse un nemico nel gruppo. Ha regalato alla gente delle tappe perché gli è bastato vincere il Tour. Non era avido».

Se questo estratto serve a far capire l’eco del personaggio Indurain ancora oggi, il prossimo serve a introdurre alcuni fatti relativi allo spagnolo e al suo coinvolgimento nel doping. «Ha guidato durante gli anni dell’EPO e tuttavia è il vincitore del Tour che nessuno ha mai perseguitato. La moralità di Indurain è a prova di bomba».

Eppure, nel 1994 Miguel Indurain fu trovato positivo, anche se la difesa riuscì a provare come il salbutamolo servisse per aiutarlo con un problema di asma. Tempo dopo ci fu l’accusa da parte di Donati sul rapporto tra i corridori della Banesto e il dottor Conconi. Naturalmente non è mai stato provato che Indurain e la sua squadra si avvalessero del dottor Conconi per l’uso di sostanze dopanti.

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E dunque Indurain, nonostante tutto, passò alla storia per essere un cavaliere (quasi) senza macchia in un’epoca in cui tutto era permeato dall’ombra del doping e dell’EPO, e finirono per salvarsi in pochi. Dalle confessioni (e i libri) di Menthour e Gaumont, quelle postume di Skibby, Rooks e altri, da Pantani al caso Festina, fino a quando Bjarne Riis confessò di aver vinto quel Tour de France che chiuse l’era di Miguel Indurain facendo uso di doping.

Epilogo

Dopo quel Tour de France non si tornò più indietro: Miguel Indurain, undicesimo alla fine della corsa francese, vinse l’oro olimpico ad Atlanta nella cronometro battendo di pochi secondi Olano e Boardman, ma quello fu il guizzo finale. Andò alla Vuelta – per vincerla – e quella fu l’ultima corsa della sua carriera. Verso i Laghi di Covadonga si attaccò per l’ultima volta il numero alla maglia, prima di fermarsi per un problema respiratorio. «E all’improvviso, Indurain si fermò sul ciglio della strada aspettando di inserirsi in uno spazio in mezzo al traffico della carovana. Pedalò attraverso un piazzale davanti all’albergo e si ritirò dalla corsa. Fu l’ultima volta».

 

 

Foto in evidenza: ©https://movistarteam.com/

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.