La storia di Šiškevičius è la più preziosa della Parigi-Roubaix 2018.

 

Fuori dal bus della Delko Marseille c’è una folla insolita che attende l’uscita dei corridori. I tifosi procederanno per eliminazione: incrociando volto, numero spillato sulla schiena e lista dei partenti della Parigi-Camembert 2018, andranno alla ricerca del corridore del momento. Quando Evaldas Šiškevičius scende i gradini e si avvicina alla sua bicicletta, l’attesa si trasforma in chiacchiericcio. Un signore francese di mezz’età gli si avvicina con riverenza raccontandogli che ha fatto vedere ai suoi figli quanto fatto dal corridore lituano due giorni prima alla Parigi-Roubaix. Ai due ragazzi il padre ha spiegato cosa significhi “rispetto“: guadagnarselo, certo, ma anche portarlo.

Evaldas Šiškevičius è uno dei quei ciclisti di cui non ti accorgeresti mai e poi mai, di quelli che fanno massa, numero, colore. Si stacca quando le corse entrano nel vivo, lavora per capitani che non vincono praticamente mai e le poche fughe che centra vengono sempre riacciuffate, riassorbite, neutralizzate. Tutte tranne una: la terza tappa del Delfinato del 2017, quando le squadre dei velocisti sottovalutarono sei uomini senza pretese ma con molto coraggio. Dei due uomini della Delko Marseille presenti davanti, fu Pacher a lasciare carta bianca a Šiškevičius: chiuse secondo, anticipato da Bouwman. Per il resto, poco e nulla: un campionato nazionale, un paio di corse minori e la quieta consapevolezza di chi conosce i suoi limiti e si impegna per raggiungerli, magari portarli un po’ più in là.

La Parigi-Roubaix è il pretesto perfetto per guardare dentro se stessi e porsi domande scomode: perché pedalo? Che senso ha questa fatica? Riuscirò ad arrivare, e poi a ripartire e di nuovo ad arrivare? Perché è questo l’unico obiettivo di Šiškevičius: terminare la Parigi-Roubaix 2018. L’anno passato si era ritirato come nel 2013, migliorare l’ottantesimo posto del 2016 sarebbe un buon risultato. E invece, per l’ennesima volta, Šiškevičius corre una gara capovolta: è il primo dal fondo, l’ultimo dalla testa. Il camion-scopa gli sta accanto come il più fedele dei gregari. L’autista lo tenta, lo invita sopra, è stato bravo ma quel che è fatto è fatto. Sono le 17:13 quando Šiškevičius viene messo al corrente che ha vinto Sagan. Non gliene frega niente, ovviamente. A Evaldas Šiškevičius mancano ancora trenta chilometri per arrivare al traguardo di Roubaix.

Che nei dintorni del velodromo stia succedendo qualcosa di particolare non lo sa ancora nessuno. Nessuno sa, per esempio, che sul Carrefour de l’Arbre c’è un ventinovenne lituano che fora, mette il piede a terra e decide che quella ruota va cambiata. Nessuno, e a dire la verità nemmeno lui, può sapere che la sua ammiraglia è andata in panne da diversi chilometri: e così, proprio come un ciclista in fondo al gruppo, anche quella se ne sta adagiata sul retro del carro attrezzi che segue la corsa, e quindi segue il camion-scopa, dunque anche Evaldas Šiškevičius. Il quale, ormai in trance, sale sopra la parte posteriore del mezzo, apre uno sportello dell’ammiraglia e prende una ruota.

Le sensazioni intorno al lituano cambiano in questo momento: quando un uomo, ironico, gli fa notare che in macchina arriverebbe a Roubaix in pochissimo tempo. Šiškevičius non lo guarda né gli risponde: come se i suoi orecchi non avessero sentito niente, come se nessuno avesse parlato. Non è il fanalino di coda che impenna, chiacchiera coi tifosi e affera un bicchiere di birra dal pubblico: è un uomo in missione e la sua missione non è prestigiosa, bensì dignitosa. Un ragazzo con la maglia della Mapei manifesta la sua presenza pronunciando la sola parole pronunciabile: chapeau. Dopodiché, il silenzio: l’attimo in cui la riflessione rivela la verità. Alla Parigi-Roubaix sta accadendo qualcosa di particolare.

L’autista del camion-scopa è costretto a lasciarlo solo: Thierry Gouvenou, il direttore di corsa, gli ha ricordato che una corsa di ciclismo prima o poi deve finire, il traffico cittadino ha una pazienza limitata. Šiškevičius non si scompone: conosce la strada, arriverà, che nessuno si preoccupi. Quando arriva e trova i cancelli del velodromo chiusi, però, a preoccuparsi è lui. Un urlo, una preghiera, un “per favore“: la parola magica è la fierezza nello sguardo del lituano, a cui viene concesso di concludere la Parigi-Roubaix seppur “fuori tempo massimo”. Qualcuno ha diffuso un video delle sue peripezie, qualcun altro una fotografia del suo ingresso nel velodromo. “Concludere la corsa mi sembrava il minimo: è una classica monumento, bisogna portare rispetto alla sua storia e all’impegno degli organizzatori. E poi non mi piace mollare, nel ciclismo così come nella vita reale”. Sono le 18:13, Sagan ha trionfato da un’ora: Evaldas Šiškevičius, intanto, è diventato un esempio a sua insaputa. In un mondo fatto di idoli, lui avrebbe forse preferito l’anonimato: alla popolarità della condivisione aveva scelto l’impopolarità della privata soddisfazione.

 

Foto in evidenza: @Dans la Musette, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.