Quando sposteranno il duello sulla strada non ce ne sarà per nessuno.

 

La pioggia picchetta in modo incessante sull’asfalto riducendo il percorso dell’Europeo di ciclismo su strada di Glasgow in una gara per esseri granitici. Se alla vigilia il toboga scozzese poteva rappresentare un percorso per corridori veloci e resistenti, ma senza particolari caratteristiche da scaltri pedalatori, il clima da nord Europa cambia il menù come se all’improvviso fossero esaurite le scorte per il piatto principale.

Giro dopo giro la selezione si fa costante, perentoria, e screma il gruppo come se i ciclisti fossero frutta in una centrifuga. Davanti resta una manciata di uomini, gli italiani provano a farla da padrona in uno squarcio spazio-temporale che ci rimanda a quei gloriosi anni ’90 quando il tricolore italico aveva la forte tendenza a sventolare su ogni corsa ciclistica. Oltre alle maglie azzurre di Trentin e Cimolai, nel gruppetto che va via lontano dal traguardo e che si giocherà le medaglia ci sono – tra gli altri – due ragazzi che hanno intenzione di far parlare gli appassionati di ciclismo per almeno dieci, quindici anni: Mathieu van der Poel e Wout Van Aert, a rappresentare due delle nazionali regine di questo sport: Olanda e Belgio.

I due dominatori del ciclocross, dopo una lunga e convulsa volata, faranno da accompagnatori sul podio, come delle miss poco sorridenti, al più scaltro della compagnia. Matteo Trentin andrà così a coronare una carriera dove sinora ha raccolto meno di quello che il suo talento vorrebbe, conquistando la maglia di campione europeo che porterà in giro fino all’anno prossimo. I due medagliati attorno a lui, d’argento e di bronzo, hanno volti scuri perché bagnati da un’ineffabile voglia di vincere e di primeggiare uno sull’altro, oppure su tutti, ma il podio in una gara su strada non è che la prosecuzione di quello che da anni stanno mettendo in mostra nel ciclocross dove mietono vittime con la costanza e la fame di cacciatori di taglie assettati di sangue e denaro.

 

Facce scure attorno a Trentin: è il podio dell’europeo su strada 2018, le prime medaglie sull’asfalto dei due fenemoeni del ciclocross (foto Brassyn – Flickr https://www.flickr.com/photos/brassynn/)

 

Wout Van Aert ha pochi mesi di differenza rispetto al suo alter ego Mathieu Van Der Poel. Chi ha dimestichezza con la materia sa che i due non hanno bisogno di presentazione: un inutile esercizio da Wikipedia su dati anagrafici, palmarès, squadre di appartenenza. Ciò che conta sono le sensazioni che trasmettono: la loro rivalità accende da qualche stagione i circuiti del ciclocross, siano essi sabbiosi percorsi del Wisconsin o lingue di argilla in mezzo a distese di erba verde nel Nevada; ventosi su e giù in riva al Mare del Nord, oppure terreni pieni di fango, pedane, barriere, tratti da percorrere a piedi con la bicicletta sulle spalle oppure circuiti ricoperti da copiosa neve o da sabbia che caratterizzano la parte centrale della stagione di ciclocross in Belgio. Non c’è differenza; dove passano loro il fango diventa terra battuta, quando non schizza fino a coprirti completamente dalla testa ai piedi; la sabbia è polvere da mangiare per chi li insegue, se stai nella loro scia l’acqua ti arriva forte e gelida con un gancio assestato sul naso e ti fa perdere i sensi. La loro rivalità è Alì contro Frazier, è Hunt-Lauda, Coppi-Bartali, o come di recente ci ha detto Bertolini, uno che prova a correre stando dietro a loro: “Quei due sono come Messi e Ronaldo“.

L’eccitazione nell’assistere al dualismo Van Aert-van der Poel accresce grazie all’evidenza dei tratti distintivi che sembrano farli appartenere a epoche differenti, a mondi agli antipodi che si incrociano sullo stesso asse solo nei fine settimana dedicati alle gare sul fango. Due ussari che combattono la stessa guerra, però membri di diversi reggimenti.

 

 

In mezzo ad assi della strada Van Aert non sfigura, anzi: è già pronto a spostare il dominio sull’asfalto (foto Twitter Strade Bianche)

 

Van der Poel ha i geni del predestinato, è figlio di Adrie, in carriera vincitore di un Fiandre, una Liegi, un mondiale di ciclocross; suo nonno è Raymond Poulidor, l’eterno piazzato del ciclismo francese con otto podi al Tour de France. Mathieu van der Poel è una macchina oliata e messa in pista solo per vincere. Ha la grazia di un cigno, è van Basten sui pedali. Nel 2013 quando era ancora juniores il mondo lo conobbe come colui capace di vincere l’iride sia nel fango che su strada; in Italia fece suo il titolo nella rassegna di Firenze dimostrando di essere superiore ai suoi coetanei stradisti sia sugli strappi che nelle volate ristrette. Il  titolo nel 2013 del ciclocross fu il bis rispetto a quello del 2012 quando dietro di lui arrivò proprio Van Aert, all’alba di un duello che si protrae fino ai giorni nostri.

Van Aert ha scalato velocemente le gerarchie del mondo belga del ciclocross, si è arrampicato da subito in alto osservando dalla cima delle sue tre maglie iridate consecutive il resto della compagnia. In Belgio il ciclocross è una materia simile a quello che è il calcio in Argentina: lui sarebbe erede della tradizione dei numeri dieci.
Wout Van Aert è un comandante silenzioso, di quelli che ti basta uno sguardo per capire che sarà lui a decidere le sorti della battaglia, il tuo destino e quello dei confini della patria per la quale stai combattendo.

Un giovanissimo Van Aert conquista il mondiale Under 23

L’arrivo dei due nel mondo del ciclocross coincide con un cambio generazionale ed epocale che vede a poco a poco spegnersi la fiamma accesa da Nys e Albert e dall’uomo arrivato dall’est a respingere il dominio belga, quello Zdeněk Štybar che ha proiettato il suo talento nelle gare su strada.

Nel 2014 i due hanno vent’anni o poco meno, dominano tutto ciò che è Under 23: nel mondiale olandese Van Aert fa suo il titolo, van der Poel è terzo. L’anno successivo è l’inizio della diarchia anche tra gli élite. Van der Poel conquista il titolo mondiale e il Superprestige: i due da qui in avanti si spartiranno tutto, come due generali che hanno stretto un accordo alle spalle di ignari uomini mandati al fronte. Fanno loro tutto quello che c’è a disposizione, tranne l’europeo 2016 vinto da Toon Aerts. Titoli mondiali  (3 a 1 per Van Aert), le classifiche finali di Coppa del Mondo (2-1 sempre per Van Aert), Superprestige (3-1 per Van Der Poel) e il nuovo arrivato, il Campionato europeo di ciclocross (2-0 per l’olandese).

In questa stagione Van Aert è partito con le candele del motore sporche, forse qualche cilindro usurato dall’intensa attività sull’asfalto che lo ha visto correre per vincere Strade Bianche, Fiandre e Roubaix dando prova di classe e forza anche nel ciclismo su strada e finendo poi per conquistare il bronzo nell’europeo di Glasgow. Mostra nervosismo in corsa – dove finisce costantemente dietro il rivale pigliatutto olandese e se la gioca con il connazionale Aerts – e nei dopo corsa: “Da un po’ di tempo Van Aert si mette a correre sui rulli a fine corsa e ci fa aspettare minuti interminabili prima di salire sul podio. È molto bello che lui faccia rulli nel dopo corsa, ma non possiamo aspettarlo sempre tutto questo tempo: anche gli altri corridori la pensano come me”, dice van der Poel.
Anche lo scorso anno l’olandese ha vinto quasi tutte le gare a disposizione nel calendario invernale tranne la più importante: il mondiale casalingo di Valkenburg; quest’anno si correrà in Danimarca, terra neutrale, e senza dubbi amletici è pronto a fare un torto al suo avversario. Sarà solo un’anteprima di quello che vedremo poi su strada: van der Poel intensificherà l’attività fuori dal ciclocross e avrà una squadra disegnata tutta su di lui dopo aver strappato Devolder proprio alla oramai ex squadra di Van Aert . Il belga ha rescisso con la Veranda’s, motivo ufficioso è quello di non essere mai stato coinvolto nella trattativa di fusione tra la sua ex squadra e l’olandese Roompot e tra un ricorso e l’altro farà il suo esordio nel World Tour con gli olandesi della Jumbo-Visma: la sfida è appena iniziata.

Van Aert ha una parte di cognome che è anagramma di arte, van der Poel quando è sulla bici è un equilibrista che arriva dal futuro: noi possiamo solo guardare in faccia il destino e ringraziare per averci fatto imbattere in uno scontro che avrebbe ispirato anche Joseph Conrad, narratore sensibile ai percorsi della vita e ai duelli.

Immagine in evidenza: Roel Driever – Flickr https://www.flickr.com/photos/driever/

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.