Firenze 2013, campionati del mondo su strada

Una Firenze mozzafiato e nascosta dalle nuvole è teatro di un suicidio.

 

Firenze è uno scrigno a cielo aperto. Qualcuno di ingordo ha rotto il lucchetto che la teneva riservata e così le sue bellezze traboccano da ogni parte. A cinquecento metri dalla stazione fascista di Santa Maria Novella si apre un toboga di edifici, caffè, teatri, porte e sculture che riempie gli occhi. Ponte Vecchio caratterizza Firenze, Piazzale Michelangelo la domina dall’alto. L’Artemio Franchi, il catino della Fiorentina, ribolle di lamentele e polemiche, punta il dito nelle sconfitte ed esplode nelle vittorie, in puro spirito fiorentino. Considerando l’estensione territoriale e l’aria viva che si respira, Firenze non è una città: è un grosso paese. Eppure, il suo ruolo nel corso della storia è indubbio. I Medici e Michelangelo, Botticelli e Brunelleschi, Vasari e Vespucci, Guicciardini e Dante, Machiavelli e Donatello, la Fallaci e la Hack, Zeffirelli e Papini: tutti questi fuoriclasse sono nati a Firenze. Pratolini l’ha raccontata egregiamente, Pieraccioni l’ha fatta ridere, Batistuta l’ha fatta tremare. In questo appezzamento di Toscana, il tempo sembra scorrere in maniera diversa: a volte velocissimo, altre volte impercettibile, sempre prolifico e contradditorio. La coda fuori dagli Uffizi rende merito ai capolavori che si trovano all’interno, l’Accademia della Crusca mette ordine nella lingua più bella e difficile del mondo. Città di papi e mercanti, gli studiosi le portano rispetto: il fiorino la impose all’attenzione dell’Europa, la scelta di adottarla come capitale a quella italiana. E’ in questo contesto attraente ed altezzoso che nel 2013 vanno in scena i campionati del mondo di ciclismo su strada.

“Tutta la Toscana, e Firenze in maniera speciale, è la parte dell’Italia dove la pietra ha più valore. Firenze è una città di pietra. L’architettura ha la magia di uno strumento ottico di precisione”. ©Samuele Agrimi

 

Il circuito, impegnativo ma pedalabile, è perfetto per un campionato del mondo: si adatta a molti corridori e a molte interpretazioni. I primi centosei chilometri in linea portano il gruppo da Lucca a Firenze: Montecarlo in avvio serve soltanto a far scaldare i muscoli al gruppo, il San Baronto non fa paura ma regalerà il primo scricchiolio importante. Le salite del circuito sono due: la prima, quattro chilometri che portano il gruppo a Fiesole, esigente soltanto nell’ultimo chilometro e mezzo; e la seconda, lo strappo di Via Salviati, seicento metri con picchi massimi del sedici percento. All’arrivo mancano cinque chilometri, per molti addetti ai lavori il mondiale si può decidere su questa rampa. Dieci tornate da sedici chilometri e mezzo l’una, sommati ai centosei del tratto in linea fanno duecentosettantadue chilometri totali. La varietà del tracciato strizza l’occhio a molti. L’Italia ha in Nibali il riferimento principale: in stagione ha conquistato Tirreno-Adriatico, Giro del Trentino e Giro d’Italia, chiudendo la Vuelta a España in seconda posizione incredibilmente sconfitto da un redivivo Chris Horner. I restanti otto, fatta eccezione per Vanotti, sono delle mezzepunte: Scarponi, Ulissi, Nocentini, Visconti, Santaromita, Pozzato, Paolini. Lo staff della Nazionale concorderà nel dire che un clima così affiatato, disteso e fiducioso non si respirava da tempo. Bettini, in ammiraglia, pensa al colpo grosso. La Spagna può contare su una corazzata: Rodríguez, Valverde, Contador, Dani Moreno, Luis León Sánchez, Samuel Sánchez. La Francia ha schierato intorno a Voeckler una banda di giovani talenti ancora acerbi: Barguil, Pinot, Bardet. Il Belgio ha Gilbert, il campione del mondo uscente; la Slovacchia ha Sagan, la Svizzera Cancellara: i favoriti del pronostico sono loro. Australia, Colombia e Gran Bretagna schierano i loro migliori uomini: Clarke, Matthews, Evans, Porte, Wiggins, Froome, Betancur, Urán, Quintana. In altre nazionali si muovono bracconieri pericolosi: Štybar, Fuglsang, Daniel Martin e Roche, Iglinskij, Mollema, Boasson Hagen, Majka e Kwiatkowski, Impey, Talansky e Van Garderen. La situazione meteorologica alla partenza alimenta nervosismo e paura: piove, e le ore successive non promettono miglioramenti.

Il ciclismo contemporaneo è figlio del suo tempo: grandi disponibilità economiche, visibilità notevole ma raramente l’originalità riesce ad emergere e a mantenersi. Come un regista stanco del suo lavoro, pesca da una scatola il copione più scontato e spendibile: manca il colpo d’ala, il frammento memorabile. Quello del mondiale toscano è stato messo nero su bianco senza nessuna fatica una volta presentato il percorso: andrà via una fuga di comparse che verrà rimpiazzata dai nomi caldi una volta che il pubblico avrà iniziato a sbadigliare. La fuga di un mondiale di ciclismo è un ripasso geografico, un esercizio della curiosità: corridori delle nazioni più disparate monopolizzano l’attenzione per diverse ore. Ognuno porta con sé la sua lingua, il suo modo di fare fatica, il proprio bagaglio culturale. Scappano in cinque: Godoy, Brändle, Bárta, Chtioui, Huzarski. Venezuela, Austria, Repubblica Ceca, Tunisia e Polonia: il gruppo è un organismo cosmopolita. Otto minuti di vantaggio sono pochi anche per un manipolo di coraggiosi animato da interessi comuni. La Gran Bretagna si permette di mettere in testa al gruppo Cavendish: a sorvegliare gli insurrezionalisti c’è una guardia d’eccezione. Il suo sarà un lavoro efficace ma vano: Wiggins lancerà segnali inquietanti arrampicandosi con fatica sul modesto San Baronto, l’intera spedizione britannica si rivelerà un fallimento. Nemmeno uno di loro riuscirà a portare a termine la prova: l’Invencible Armada, per una volta, è quella inglese. L’atmosfera muta sul circuito fiorentino. A far danni non è il tratto in salita verso Fiesole, bensì la discesa. C’è l’Italia in testa e non ha nessuna intenzione di rallentare. Ci sono le prime cadute e i primi ritiri: Daniel Martin, Evans e Horner smontano nella foschia, Sagan cambia bici al volo quando il gruppo transita davanti ai box. La scena si ripeterà altre volte: sono molti i capitani rimasti già senza gregari e anche Contador viene spesso pizzicato in difficoltà a causa dei repentini cambi di ritmo. A ottanta chilometri dall’arrivo, il gruppo dei favoriti è composto da sessanta unità: dentro, Sagan, Valverde, Rodríguez, Contador, Cancellara, col Belgio di Gilbert e l’Italia di Nibali ancora in forze. Nel terz’ultimo giro, si sgancia un quartetto d’inseguitori: Gautier, Preidler, Kelderman e Visconti. Il siciliano ha finalmente superato i fantasmi del passato: a maggio ha conquistato due tappe al Giro d’Italia e vuole giocarsi un’opportunità irripetibile. In più, correre davanti al suo pubblico gli permette di attingere da una fonte ulteriore: in cima al San Baronto, dove vive, conosceva tutti; le urla piene del suo nome e del suo cognome sono un lenitivo contro la fatica e il dubbio. Disperde la compagnia degli altri tre e rientra in solitaria su Huzarski, liberatosi a sua volta dei quattro compagni internazionali. La giornata dell’Italia viene però scompaginata da un evento prevedibile ma nel quale nessuno vorrebbe rimanere coinvolto.

L’Italia vuole correre da protagonista. Michele Scarponi avrà un ruolo fondamentale. ©Sean Rowe, Flickr

 

Viene segnalata una caduta. Il primo di cui si ha notizia è Nibali: viene inquadrato a bordo strada, seduto sull’asfalto, bagnato fradicio e con le braccia che si appoggiano ai ginocchi alti. Il ritiro sembra soltanto una formalità. Poco più avanti, un secondo incidente vede coinvolto un altro italiano: Paolini, all’ultimo mondiale in carriera. Ha già annunciato il ritiro dalla Nazionale: il suo è un ritiro immediato. E’ un peccato: aveva vissuto una primavera magica vincendo la Omloop Het Nieuwsblad e la terza tappa del Giro d’Italia, indossando la maglia rosa per quattro giorni. Alla Sanremo aveva chiuso quinto, a testimonianza di quanto potesse rivelarsi importante averlo davanti durante le battute finale del mondiale. Nibali, invece, smentisce quello che suggerivano le telecamere e rientra. Nonostante la caduta, poteva andargli peggio: Germania e Belgio non hanno forzato per non spremere Gilbert e Degenkolb, Cancellara e gli spagnoli aspettano l’ultimo giro. Quando i corridori ci arrivano, a far scoppiare quel che rimane del gruppo ci pensano due seconde linee: Chris Anker Sørensen, nella speranza che Fuglsang finalizzi, e Scarponi, che pensa già alla stagione successiva nella quale dovrà svolgere identiche mansioni ancora al servizio di Nibali. Quando il marchigiano si sposta, tocca ai capitani. Accelerano Nibali e Rodríguez, raggiunti all’inizio della discesa di Fiesole da Valverde, Urán e Rui Costa. Il colombiano perde il controllo del mezzo e incappa in una bruttissima giravolta: si rialza soltanto per leccarsi le ferite, la partita ormai è persa. Rodríguez invece sfrutta le condizioni del manto stradale per avvantaggiarsi: non piove più ma Nibali, già scottato, non vuole bruciarsi di nuovo. Si riporta sotto insieme a Valverde e Rui Costa sullo strappo di Via Salviati ma la Spagna vuole giocare al meglio le sue carte, così Rodríguez replica l’allungo in discesa. Al termine della picchiata c’è una curva secca verso destra: è lì che Rui Costa decide che è arrivato il momento di muoversi. Non ha nulla da perdere, in fondo.

Il portoghese sfrutta le ultime stille di una stagione perfetta: due tappe e la classifica generale al Giro di Svizzera, la maglia di campione portoghese nelle prove contro il tempo, altre due frazioni al Tour de France che vanno a sommarsi a quella vinta due anni prima. Alla Liegi-Bastogne-Liegi ha chiuso nono, dimostrando una buona attitudine a prove del genere. Il mondiale di Firenze è per lui e per il Portogallo un’opportunità imperdibile. La storia dello sport gli infonde coraggio: un suo omonimo e conterraneo, quindici anni prima, ha lasciato un segno indelebile da queste parti. Consapevole che gli eventi hanno una curiosa tendenza a ripetersi, Rui Costa mette nel mirino Rodríguez. Lo spagnolo ha una pedalata impastata: va avanti più d’ambizione che di reali capacità. Quando vede il portoghese rientrare a velocità doppia, prova a innervosirlo: gli parla, lo studia, prova a farlo passare davanti. Rui Costa ha la consapevolezza di chi sente la gamba piena e un sogno a portata di mano. La volata di Rodríguez è encomiabile: nonostante le poche energie, si arrende soltanto a una manciata di metri dalla riga bianca. Al centro della strada, un frammento che le televisioni portoghesi manderanno in onda per giorni: Rui Costa è il primo ciclista portoghese ad aggiudicarsi la maglia di campione del mondo su strada. Dietro, Valverde anticipa Nibali, che con un gesto brusco della mano lo manda a quel paese, preannunciando un dopo corsa infuocato.

 

“Valverde si è comportato come il marito grullo che, per far dispiacere alla moglie, si tagliò il pisello da solo”.

 

Perché Valverde non ha seguito Rui Costa quando il portoghese ha attaccato? In un primo momento ci ha provato Nibali, salvo poi scoccare un’occhiata al murciano invitandolo a fare il suo dovere. Valverde si giustifica dicendo che era stanco, che non aveva più energie, che Nibali gli sembrava il più pericoloso e quindi meritevole di marcatura più di Rui Costa. Se Valverde avesse seguito il portoghese, la Spagna avrebbe avuto chance enormi: quella di rompere i cambi dietro e coprire l’azione di Rodríguez oppure puntare sullo spunto veloce di Valverde e su un Rui Costa ormai spremuto dall’inseguimento. Mínguez, il commissionario tecnico spagnolo, critica aspramente Valverde per la sua condotta di gara. C’è chi sostiene che tra Rui Costa e Valverde possa esserci stato un accordo, dato che entrambi corrono per la Movistar e il primo è uno dei gregari più preziosi del secondo: considerando quanto sia importante il campionato del mondo per Valverde, sembra più una favola, una congettura, una forzatura. La verità è che tra Valverde e Rodríguez non scorre buon sangue. I due si assomigliano molto e questo, nel ciclismo, significa ambire alle stesse corse, affrontarsi più volte durante l’anno, anche dover scegliere un solo capitano tra i due. Succedeva molto spesso, quando entrambi correvano nella Caisse d’Epargne: lo spagnolo sul quale puntare era quasi sempre Valverde, raramente Rodríguez, che finì col guadagnarsi il ruolo tanto importante quanto ingrato di vice-capitano. La squalifica che tiene fuori il murciano nel 2010 e nel 2011 rimescola il mazzo: Valverde assiste in silenzio all’ascesa dell’ex compagno di squadra, che si è messo in proprio alla Katusha inanellando prestazioni e risultati sempre più convincenti. Più volte il ruolo di paciere è stato interpretato da Contador: senza successo, però. A un anno da Firenze, i mondiali di Ponferrada avrebbero nuovamente riproposto l’annosa questione. Contador, fresco dominatore della Vuelta, rifiutava la convocazione giustificandosi con la scarsa attitudine del percorso alle sue caratteristiche. In parte è vero: Valverde e Rodríguez erano decisamente più adatti. La volontà di evitare qualsiasi dissidio, però, fu evidentemente la componente più pesante.

Può bastare il tempo a curare ferite del genere? ©Sean Rowe, Flickr

 

Le emozioni del dopo corsa stordiscono per il loro contrasto. Nibali avrebbe voluto fare meglio, ma ha reagito da campione ad una caduta che avrebbe tagliato fuori chiunque altro. Nella zona dei bus viene accolto da un boato: “come se avessimo vinto noi”, dichiarerà tutto sommato soddisfatto alla stampa. Nel pubblico c’è anche Carlo Franceschi, uno dei padri ciclistici di Nibali avendolo fatto crescere nella Mastromarco. Sintetizzerà quello che ha appena visto in maniera impeccabile: “Valverde si è comportato come il marito grullo che, per far dispiacere alla moglie, si tagliò il pisello da solo”. Rui Costa è richiesto da tutti: ha ottenuto un risultato al di sopra delle sue stesse aspettative, forse galvanizzato dal contratto da capitano strappato alla Lampre per le successive stagioni. Rodríguez, invece, piange lacrime amare: sono quelle di un ragazzo svegliato per l’ennesima volta a ceffoni da un sogno che riempiva il cuore. Non si capacita di cosa sia successo: dice soltanto che quando si è reso conto che Rui Costa stava rientrando, aveva già capito di doversi accontentare della medaglia d’argento. “Dev’essere il mio destino, quello di perdere tutto in questa maniera”, singhiozza inconsolabile. Nelle ultime stagioni, la sorte si è accanita contro di lui: si vede sfilare da Hesjedal il Giro d’Italia 2012 dopo averlo dominato, assiste allo show di Contador che gli scippa la Vuelta quattro mesi più tardi, al Tour de France 2013 trova invece sulla sua strada Froome e Quintana. Alla Liegi è spuntato persino Daniel Martin. Rodríguez non vincerà mai un campionato del mondo, una grande corsa a tappe, una classica monumento ad eccezione del Giro di Lombardia. Lo farà suo per due anni consecutivi: nel 2012, primo spagnolo ad esultare, e nel 2013, pochi giorni dopo l’atroce beffa fiorentina. Nemmeno una brillante affermazione può scacciare incubi millenari.

 

Foto in evidenza: ©Sean Rowe, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.