Paolini: il cuore, la testa, le gambe, la memoria, il vento, la Gand.

 

Il vento piega il nord del Belgio in una giornata che sembra perfetta per essere impressa sulla tela da un discepolo della scuola fiamminga. Un ciclista si avvicina al foglio di firma con le mani congelate, un altro guarda il cielo, non conosciamo il suo pensiero, ma possiamo immaginare quante imprecazioni. Il giorno non sembra avere intenzione di fare capolino in una mattinata – si fa per dire – grigia come lo sbuffo del fumo di una ciminiera. L’aria è pesante e l’umidità sembra fare da sfondo al racconto di un gruppo di marinai persi alla deriva. I bambini accalcati alla partenza muovono velocemente le bandierine, nella testa dei corridori invece c’è la paura di dover affrontare 240 chilometri che da lì a pochi minuti si sarebbero dilatati come gomma pane sciolta al sole. La piazza di Gand è ghermita di spettatori che in quel momento sembrano avidi aguzzini pronti a mandare al macello un nutrito gruppo di malcapitati. Dal cielo inizia a piovere piombo e gli ombrelli visti dall’alto sembrano spaventosi cappucci neri che annunciano un misfatto.

Luca Paolini porta il numero 125, veste la maglia biancorossa con la scritta blu КАТЮШA (Katusha), ha barba incolta, ma curata, indossa un casco vintage e un paio di occhiali con la lente trasparente anti pioggia che a fatica nascondono occhi che mai avrebbero immaginato l’esito di quella giornata. Non è il favorito della corsa, in realtà non è nemmeno capitano della sua squadra: c’è Kristoff (podio alla Sanremo dieci giorni prima e da lì a una settimana vincitore del Fiandre), ma come ai tempi in cui affiancava Bettini, è il miglior luogotenente possibile.

La Gand-Wevelgem è da sempre gara che si differenzia dal resto delle corse di queste zone. Percorso duro, ma non troppo, che invece di girare tra le infide stradine lastricate nei dintorni di Oudenaarde, si distende verso i ciottoli e le improvvise colline che si stagliano tra le pianure esposte al vento e alle intemperie delle Fiandre occidentali. La “Gand” strizza l’occhio a gente resistente, veloce, capace di limare, con un feeling particolare verso le corse del Nord, ma spesso si risolve in una volata magari di venti o trenta facinorosi.

L’edizione numero settantasette della classica belga annovera tra i favoriti Sagan, Degenkolb (vincitori delle ultime due edizioni), Démare (sul podio l’anno prima) e lo stesso Kristoff, ma è atteso anche Cavendish che vuole essere uomo di punta in casa Etixx-Quick Step, storicamente la squadra meglio attrezzata quando si corre su queste latitudini. Tra le ruote veloci scalpitano anche Greipel e Bouhanni, Viviani e Nizzolo, Farrar e Van Asbroeck. C’è un neo pro interessante che corre con una squadra olandese: Groenewegen e c’è un vecchio velocista italiano che da lì a pochi mesi si sarebbe ritirato, Alessandro Petacchi. L’elenco continua ed ecco i guastatori, corridori con il fuoco nei polpacci e il veleno che scorre nelle vene: Boasson Hagen e Van Avermaet, Thomas (vincitore due giorni prima dell’E3 Harelbeke) e Terpstra, Vanmarcke e Trentin, Roelandts e Štybar. C’è persino Sir Bradley Wiggins che non ha ancora abbandonato l’idea di vincere qualcosa al nord e corre in preparazione alla Parigi-Roubaix.

Si parte. Il gruppo è un gigantesco lumacone che si muove cauto tra le vie cittadine, prima di esporsi definitivamente al vento trasversale e all’acqua gelida che segneranno la corsa. Sette uomini si avvantaggiano, coraggiose teste di ponte che fanno da prima linea: Albert Timmer, Alexis Gougeard, Alex Dowsett, Pavel Brutt, Jesse Sergent, Tim KerkhofMirko Tedeschi, portacolori, quest’ultimo, della Southeast, una delle due squadre italiane al via. Il drappello in avanscoperta è un gruppo di bastardi senza gloria ignari di entrare nella storia come i primi battistrada di una delle corse più folli del ciclismo contemporaneo. Un atto doveroso ricordarne nomi e cognomi.

Il vento spazza via ogni cosa, compresi corridori e biciclette – foto @twitter Le Gruppetto

Il vento, a volte contrario e a volte di lato, crea solchi sul viso, spezza le mani e dilata il vantaggio dei sette che dopo meno di cinquanta chilometri è di poco superiore ai 9 minuti. Il gruppo è sparpagliato, se il ciclismo è esercizio per uomini veri, la Gand-Wevelgem 2015 miscela follia e romanticismo come in quadro di Joseph Turner. È un mistico girone dantesco che prende vita tra l’asfalto e i rettilinei del nord del continente. Wiggins alza bandiera bianca, Cavendish cade e si ritira, Paolini finisce a terra con altri corridori, Jack Bauer lancia la bici in un fossato, Pozzato sale in ammiraglia.
I corridori sono cavalieri nella tempesta poco inclini ad ispirare cantastorie. Dal gruppo arrivano le prime voci dei direttori sportivi, alcuni vogliono fermare la corsa. Dopo circa 100 chilometri è così alto il numero di ritiri che l’organizzazione comunica di aver esaurito i posti nei camion-scopa.

Mancano 130 chilometri all’arrivo quando i corridori imboccano un lungo rettilineo: esplode la corsa. Il vento fa a pezzi il gruppo che si sparpaglia in una serie di ventagli che a contarli servirebbe una mano in più. I fuggitivi si immergono in mezzo a raffiche viscose come il miele e quando ne usciranno saranno ripresi e superati dall’avanguardia del plotone. Fare la conta diventa impossibile, Radio Corsa impazzisce, le squadre perdono i contatti con alcuni atleti tanto che dalla Etixx-Quick Step comunicano: “Appena avremo notizie su Cavendish, vi faremo sapere“. A fatica si riconoscono i corridori, trincerati dietro caschi, occhiali, mantelle, guanti, gambali e manicotti che li fanno sembrare replicanti. Pioggia e vento imbrattano la strada lasciando sull’asfalto strati di detriti letali per le ruote dei ciclisti. Forature, cadute, uomini sbalzati fuori dalla carreggiata come auto di cartapesta o spiegati dal vento come vele durante un uragano. Alcune biciclette volano nei rigagnoli che costeggiano il percorso e i corridori disarcionati troveranno conforto solo al caldo di una doccia, una volta rientrati in albergo.

Raffiche di vento trasversali riducono a brandelli il gruppo e i ciclisti sembrano particelle disperse dentro un microcosmo.

Le maglie gialle della Lotto NL, in testa al primo ventaglio, sono mazzi di spighe sferzati dalla tempesta. In gruppo alla follia si preferisce la solidarietà: non serve farsi male in modo ulteriore e allora ci si rialza, si rallenta, si contano i superstiti. Rientrano alcuni dei favoriti: prima Degenkolb con Terpstra, poi il gruppetto della BMC tirato da Oss e Van Avermaet e alla spicciolata, Greipel, Sagan, Štybar, Debusschere e altri nomi di rango resi oggi piccoli da una contesa per uomini impermeabili.

Lo sceneggiatore ora prevede la doppia sequenza di muri Baneberg-Kemmelberg-Monteberg, mai tanto attesa dal gruppo: significa lasciare la strada che costeggia il mare del nord virando verso il più accogliente entroterra. Non c’è pace senza guerra e Tjallingii va in avanscoperta restando solitario in avanti, come una sentinella, per diversi chilometri. Dietro si accende la corsa, Lotto Soudal e BMC si mescolano a causa di divise simili tra loro e coperte da mantelline all’occorrenza rosse, all’occorrenza nere. Roelandts, aspro fiammingo perfettamente a suo agio tra le venature d’asfalto e pietre che segnano il percorso, è uno di quelli che si romperebbe il collo per il proprio capitano: si lancia verso l’inseguimento, riprende l’olandese vegetariano in fuga, lo divora e lo lascia sul posto come fosse la carta di una barretta energetica.

Gli italiani non sono da meno e vogliono piazzare anche loro la bandierina tricolore: Quinziato, Oss e Trentin, tutti e tre trentini, a turno si sganciano, rimbalzano, si attaccano all’avversario, rientrano, si staccano e poi tornano in un gruppo principale che si assottiglia e perde energia. Oss lo riconosci subito in gruppo: folta chioma, pedalata elegante e atteggiamento involontariamente irriverente, Quinziato ha carisma e il rispetto del plotone, Trentin è l’italiano più atteso da anni su queste strade.

Spunta una maglia della Etixx-QuickStep, anche qui è impossibile sbagliare: è Vandenbergh. Talmente lungo da sembrare infinito, Stijn Vandenbergh più che un ariete da sfondamento è un angelo custode per i suoi compagni. Il belga, enorme come un camion di birra, cavalca finalmente libero di esprimere la propria natura e si lancia all’inseguimento del connazionale Roelandts: mancano circa 50 km all’arrivo e ora davanti a lui Wevelgem sembra più vicina.

Il vento abbandona la scena come un attore da circo che ha concluso il suo numero, il tempo migliora, ma le maglie dei corridori sono come biscotti inzuppati nel caffè. Dietro Roelandts si forma un settetto che su queste strade suona musica di assoluta qualità: Oss, Thomas, Terpstra, Vanmarcke, Vandenbergh (nel frattempo ripreso dopo la seconda sequenza Baneberg-Kemmelberg-Monteberg), Debusschere e a chiudere Paolini che gestendo lo sforzo rientra sul drappello inseguitore. A 35 chilometri dall’arrivo, una volta ripreso il battistrada, il gruppetto dei fuggitivi inizia a perdere pezzi: il primo è Oss che dà il via con la sua processione a un calvario finale da cui nessuno può sottrarsi.

Anche Thomas non evita la caduta e viene sbalzato nei campi dal vento trasversale – foto @Twitter angelmb107

 

Terpstra fora, rientra e subito dopo attacca; Paolini è lesto a saltargli sulla ruota; Roelandts riassorbito pochi minuti prima non ne ha più e si stacca definitivamente. Gli ultimi diecimila metri sono battaglia a viso aperto dentro un’arena delimitata da strade, distese di campi e mulini. La gente ricomincia ad assieparsi lungo la strada: è la domenica delle palme, ma da queste parti il ciclismo ha un’influenza maggiore. Animali da pascolo intristiti dalla pioggia e dal freddo si fanno inquadrare controvoglia, i cervi hanno smesso di osservare il cielo mentre lungo la strada davanti restano in sei.

Ci si attacca a viso aperto con quello che rimane nelle barrette di energia oramai esaurite come dopo una tempesta solare. Ciò che rimane del gruppo dietro (al traguardo arriveranno in 39) non riesce più a controllare la corsa.

Thomas scatta una, due volte, il gallese che non immagina proprio che da lì a tre stagioni avrebbe vinto un Tour de France, pare indemoniato o forse vuole arrivare in albergo il prima possibile. Terpstra ricuce e con lui Paolini. E dopo una fase di continui batti e ribatti, parte l’alfiere Katusha. Paolini con i suoi 38 anni non solo è il meno giovane degli uomini in fuga, ma lo è anche nella lista dei partenti e prova a sfruttare la sua furbizia. Siamo ai meno quattro dall’arrivo, dietro si guardano come spettatori di uno spettacolo comico nel quale nessuno ha capito la battuta: ormai è fatta.

Il corridore milanese assapora ogni attimo di quel finale. Sarà la vittoria più importante di una carriera che lo ha visto sul podio in un Mondiale, due volte alla Sanremo, conquistare una Omloop Het Nieuwsblad, una tappa al Giro e una alla Vuelta. Nella sua testa in quei minuti interminabili forse stavano passando le immagini della depressione, della cocaina, degli errori commessi come chiunque altro, non lo sapremo mai. Forse più semplicemente la fatica fu così tanta da annebbiargli anche i ricordi. Quegli ultimi seimila e trecento metri Paolini li racconta come infiniti, interminabili, tanto da parlare di sette, otto chilometri che non finivano più. La memoria gli ha fatto un po’ difetto, ma il vento, la squalifica che arriverà pochi mesi dopo, il buio, il ritiro, non cancellano quello che fu capace di realizzare il 29 marzo del 2015. Qualcuno scrisse un giorno: “Non abbiate pietà di me, la memoria, così vorace e violenta, è materia squisita” e noi quelle immagini, non le dimenticheremo.

Immagine in evidenza @DigitalClickx/Gand-Wevelgem

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.