2 aprile 2017, Giro delle Fiandre. Torna il Muur si esalta Gilbert

2 aprile del 2017, 260 chilometri portano da Anversa (Antwerp, letteralmente la mano tagliata) fino a Oudenaarde. I corridori si presentano nella triangolare piazza del Grote Markt rincuorato da un cielo affrescato da un azzurro così intenso da poterti accecare. Fa caldo. La cattedrale di Nostra Signora conserva intatto il suo profilo, mentre all’interno le opere di Pietro Paolo Rubens e Antoon Van Dyck sono preda di turisti scalmanati. Il Municipio si erge solenne, tempestato di bandiere come la collana di diamanti “tagliati ad Anversa” sul collo di una signora dalla figura altezzosa. Di fianco, il Palazzo delle corporazioni si specchia sullo sfarzo millecolori dei ciclisti pronti per il via. In mezzo alla piazza, la statua di Silvio Brabone che sconfigge il gigante Druon Antigoon è un monito su quello che succederà lungo le stradine che costeggiano lo Schelda.

By Julien Grandgagnage – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=52984991

Al ritrovo i tifosi si accalcano; è un giorno triste per i fiamminghi, è l’ultima volta di Re Tommeke su queste strade. Spettatori ammassati con i loro telefonini sembrano non dare tregua agli atleti. Si sorride, si sale sul palco per la firma, si saluta il pubblico e si ringrazia: se non fossimo al Giro delle Fiandre, scambieremmo il tutto per l’inizio di una grande sagra.

Quando è il turno di Tornado Tom salire sul palco, la miscela di emozioni si trasforma in un delirio da stadio. Il coro reso famoso dai tifosi dell’Islanda del calcio è l’ultimo saluto per uno dei più grandi ciclisti dell’epoca contemporanea. Un eroe che sarebbe stato dipinto con sfumature barocche da Van Lint o con toni istintivamente tragici da Bruegel.

Tommeke, intervistato, prova a bluffare, si nasconde dietro un saluto al caloroso commiato e dichiara: “Stamattina al mio risveglio pensavo fosse lunedì, poi ho visto Gilbert e ho capito che davanti avevamo da fare la Ronde.” Ha una bici particolare preparata dalla Specialized per questo evento, telaio bianco e scritta in oro, il che lo rende facilmente riconoscibile in gruppo.

Sul palco sale Terpstra, in maglia Quick-Step, terza punta di una squadra senza eguali al Nord e che oltre a Gilbert e Boonen, conta anche su Štybar, Trentin e Lampaert, quest’ultimo vincitore della Dwars Door Vlaanderen. Terpstra, secondo dietro Kristoff nel 2015 e che vincerà su queste strade nel 2018, viene fischiato dal pubblico che ancora non ha digerito le schermaglie con Sagan alla Gand-Wevelgem di pochi giorni prima. Lo slovacco in maglia arcobaleno è il numero uno in tutti i sensi, arriva impennando, capelli raccolti in una lunga coda e baffi con moschino, manda sorrisi e abbracci a destra e a sinistra come una star del cinema, ma se esistesse un applausometro finirebbe secondo dietro Boonen. Dietro di lui passa Van Avermaet che lo ignora e va direttamente a salutare Tornado Tom: il desiderio dell’ex portiere del Beveren, che qui è praticamente di casa, è quello di un passaggio di consegne.

L’Italia si schiera con buoni propositi, ma senza nemmeno esagerare: Moscon, Colbrelli, Pozzato, tutti vorrebbero fare risultato. C’è Oss guardingo e in attesa, ma nei suoi pensieri sa che dovrà fungere da spalla per il suo capitano, mentre Trentin, il nostro miglior uomo per queste corse, ha il colpo in canna, ma al servizio della banda biancoblu di Lefevere.

Gianni Moscon, grande speranza italiana su queste strade (Foto © Emanuela Sartorio – Caffè & Biciclette)

Sagan e Van Avermaet sono i favoriti a 5 stelle : il belga della BMC ha vinto nelle settimane precedenti Het Nieuwsblad e Gent-Wevelgem, Sagan sul podio in quelle due corse, ha conquistato la Kuurne-Brussels Kuurne ed è il campione uscente su queste strade. Dietro di loro oltre ai Quick-Step, diversi belgi con quotazioni che vanno via via diminuendo: dall’eterno piazzato Vanmarcke all’astro nascente Naesen che passerà proprio davanti a casa, dai più giovani Benoot e Stuyven, al più anziano Roelandts, da Debusschere fino a Vanderbergh. Norvegesi (Kristoff), britannici (Stannard e Rowe), olandesi (oltre al già citato Terpstra da seguire Van Baarle), tedeschi e francesi (Chavanel) vanno a comporre un folle mosaico multinazionale.

Ci si sposta alla partenza ufficiale lungo lo Scheldekaai di Anversa, dove centinaia di persone attendono issando da ogni angolo la bandiera gialla con il leone nero: il segno di riconoscimento del fiammingo. In mezzo a vessilli fiammeggianti si alza anche quella slovena, non chiedete il perché – visto che gli sloveni al via sono solo due, Božić e Kump, e da non annoverare tra i favoriti – sarebbe superfluo. Il ciclismo è anche questo. Il menù del giorno prevedere il circuito inserito dal 2012 con Oude Kwaremont e Paterberg decisivi nel finale e il ritorno del Muur, anche se lontanissimo dal traguardo.

La partenza da Anversa è inedita, serve a rendere ancora più spettacolare l’avvicinarsi di un evento che nella prima parte di gara scivola via come la più tradizionale delle corse in bicicletta. Fuga di otto uomini che a poco a poco prende un vantaggio imponente, ma che non fa di certo paura: Mark McNally (Wanty-Gobert), Oliviero Troia (UAE), Julien Duval (AG2R La Mondiale), Stef Van Zummeren e Michael Goolaerts (Veranda’s Willems Crelan), Julien Morice (Direct Energie) Edward Planckaert (Sport Vlaanderen-Baloise) e André Looij (Roompot); il plotone si allarga sulla carreggiata e lascia fare. Ci si rilassa, Gilbert è elegante, vestito di una luminosa maglia tricolore, resta in coda al gruppo a scherzare con qualche collega, qualcuno si ferma per un pit stop già programmato, diversi protagonisti attesi alla vigilia forano e pensano “meglio ora che dopo“, altri li guardano e dicono: “meglio a voi che a me“. È la calma apparente prima della grande caccia.

Tom Boonen in testa sul Kapelmuur

Dopo un centinaio di chilometri di passerella nella quale in testa al gruppo si alternano gregari, la mappa disegna sghembe linee evidenziate in grigio: sono i muri in pavé che stanno per arrivare, consapevoli di andare ad indurire cuore e gambe dei corridori. Nell’ordine: Oude Kwaremont (primo dei tre passaggi dopo centoquindici chilometri), Kortekeer, EikenbergWolvenbergLebergBerendries, Tenbosse prima del Muur, sopra l’abitato di Geraardsbergen, conosciuto anche con il nome francese di Grammont.
Van Avermaet alla vigilia della corsa snobba il Muur e come lui molti appassionati giudicando superfluo il suo inserimento a quasi centro chilometri dall’arrivo. Sagan, invece, si fa guidare dall’istinto e per una volta (e non sarà l’unica quel giorno) sbaglia e approccia il Muro in pancia al gruppo, con fare poco rispettoso.

Sky e Quick-Step invece lo prendono davanti, prima i neroblu a tutta, poi è il turno dei frombolieri belgi che come l’avanguardia di un plotone passano a innescare le cariche e fanno esplodere la corsa. Boonen senza guantini, Kristoff duro come roccia, Trentin perde qualche passo, ma resiste e poi ci sono Gilbert, un Moscon che qui capirà che razza di talento si porta dietro, il duo Direct Energie Coquard-Chavanel e poi ancora Stuyven, Vanmarcke, Rowe, Demare, Modolo, mai così a suo agio in queste corse, Vanspeybrouck e Bodnar. Ci sono tanti dei più forti, tranne i favoriti della vigilia inspiegabilmente rimasti intruppati.

Gilbert è bello da fare invidia, Boonen luccica come la scritta in oro s-works della sua bicicletta e con un Trentin mai così in palla si danno da fare, si avvicinano ai fuggitivi e rendono complicato l’inseguimento delle squadre dietro.

Poi, finalmente, Gilbert. Il vallone, per essere uno che usa la forza brutale in bicicletta, è di un’eleganza senza eguali. Sembra un purosangue inglese con quei dorsali, un meccanismo perfetto di motrice, pistone e stantuffi. Cinquantasei chilometri all’arrivo sembrerebbero una follia, saranno un trionfo.  Pottelberg e Kanarienberg anticipano la sua provocazione. L’Oude Kwaremont diventa il suo OK Corral, spara un paio di volte e si invola solitario. Prova Démare a rispondere al fuoco, salta in aria, sorte simile per Trentin.

PaterbergKoppenbergSteenbeekdries non fanno che rimescolare i bastoncini dello shangai alle spalle di Gilbert, ma non cambiano l’avanguardia della corsa: sempre e solo un uomo al comando, in maglia tricolore nerogiallorossa. Le ultime due ore di gara sono l’elogio al ciclismo, alla fantasia, alla pazzia di un campione con pochi eguali. Elegante, potente, proveranno a incutergli timore in diversi, ma il destino era già segnato. O almeno ci conforta sapere che quando le cose devono andare in una certa maniera è perché sta scritto da qual che parte. Il ciclismo, a volte, non è esente da ciò.

E infatti: Vanmarcke in un tratto di discesa scivola dopo aver infilato la ruota in una impercettibile fessura dell’asfalto, Luke Rowe, in palla e speranzoso di ripetere quanto fatto l’anno prima, lo prende in pieno, Bodnar per non centrare i due si fa un bel giro per i campi.

Passano pochi chilometri e anche Boonen va gambe all’aria: è il Taaienberg, ribattezzato persino Boonenberg perché qui, il fuoriclasse di Mol ha costruito le proprie fortune. Il romanzo che stavano scrivendo i corridori non poteva che essere ricco di intrecci. Siamo a trentasei chilometri dalla conclusione, appena approcciato il suo muro, Boonen ha un problema con la bici, mette il piede a terra dopo avere corso il rischio di essere disarcionato. Cambia bici, ma anche la seconda ha un problema tecnico: a che razza di racconto stavamo assistendo?

E non è finita qui, perché mentre davanti Gilbert appariva una locomotiva che si fa spazio nella notte, arriva il turno di Sagan e Van Avermaet. I due favoriti della vigilia prendono in mano la situazione, poco alla volta rosicchiano il vantaggio al fuggitivo che ora, da elegante equino si trasforma in un affaticato vecchio antilope e chiede all’ammiraglia notizie sul vantaggio e sulla situazione alle sue spalle. Gli sforzi stanno presentando il conto come dopo una giornata di bagordi al tavolo di ristorante di lusso, ma cosa dicevamo del destino?

(foto @https://www.flickr.com/photos/brendan2010/)

Ultimo passaggio sull’Oude Kwaremont, il vantaggio diminuisce, Gilbert ora dà di spalle, ora fa una smorfia, ci crede, il pubblico lo spinge, ma dietro è Sagan a vestire i panni della forza brutale, dei dorsali senza eguali e della freschezza, anch’egli racchiuso in un abito elegante come la maglia da Campione del Mondo, Van Avermaet gli fa da scudiero, Naesen da terzo incomodo, mentre Van Baarle e in precedenza Trentin con un ottimo Felline perdono terreno. Sagan chiude verso sinistra, non si è mai capito cosa volesse fare, forse prendere quel lembo di terra rimasto libero tra le transenne e il pavé come fosse la linea guida da seguire per leggere meglio il libro della corsa: si impiglia sulla giacca di un tifoso, finisce a terra e trascina nell’oblio anche i suoi due compagni d’avventura. Fine dei giochi.

L’ultimo chilometro di Gilbert è l’epilogo di un romanzo sulla sbornia belga. L’unico – si fa per dire – vallone che mette d’accordo i fiamminghi, avvolto dalla maglia di campione nazionale, nella giornata di festa per antonomasia, nella gara che dà l’addio a Tom Boonen. Alle sue spalle Van Avermaet, Tersptra, Van Baarle, Kristoff, Modolo, Degenkolb, Pozzato, Chavanel e Colbrelli.
Mamma mia” esclamerà Gilbert appena tagliato il traguardo. Chissà se in quei frangenti avrà ripensato a quella statua nella piazza di Anversa.

Foto in evidenza: Twitter Fabrizio Viani

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.