Giro d’Italia 2018: Venaria Reale-Bardonecchia

Il Colle delle Finestre è il teatro dell’impresa più grande di Froome.

 

Il Colle delle Finestre è una salita iconica. Non lo era, troppo giovane per fregiarsi di tale onorificenza, apparsa nel percorso del Giro appena quattro volte, la prima nel 2005.

Non lo era perché non è la salita in sé a qualificarsi come emblema di un certo tipo di sofferenza, di un certo modo di stare al mondo, di una certa idea di ciclismo. Servono i ciclisti, non tutti, ne serve qualcuno, delle volte ne basta uno: per il Colle delle Finestre, ad esempio, è bastata la suggestione che il senso comune potesse essere in errore, che là dove si ostentava a non cercare il campione gli è stato sbattuto in faccia, con una violenza che non si vedeva da una ventina d’anni.

Forse da Pantani a Oropa, ma non divaghiamo. L’iconicità di una montagna necessita di un certo profilo altimetrico, ma da quel punto di vista il Finestre ha poco da invidiare alle altre vette: 18,5km al 9,2% con punte al 14% e gli ultimi 9 chilometri dimenticarsi l’asfalto perché c’è solo sterrato. Poi però serve l’impresa, quel momento catartico che imprime, nella memoria di chi guarda, il nome di quella montagna, il teatro di una prestazione ben oltre i limiti dell’immaginazione.

La diciannovesima tappa del Giro d’Italia 2018 inizia a Venaria Reale e arriva a Bardonecchia. In mezzo 185 chilometri, quattro GPM e la storia più bella di questa edizione della corsa rosa.

Il Giro è stato dominato da Simon Yates. L’inglese della Mitchelton-Scott si è presentato in una forma impressionante, ha randellato i rivali per due settimane, trascinandosi dietro un’aura di invincibilità accolta da tutti con lisergico stupore. E questo quando perde?

©Eric Borda, Flickr

Il Giro si chiude con tre tappe micidiali, di cui, ovviamente, la diciannovesima è la ciliegina su una torta che ha ottime possibilità di risultare indigesta per buona parte dei contendenti. Le corse di tre settimane sono logoranti nel fisico e nella testa; tra un piccolo segnale di cedimento e la débâcle ci passa un filo fin troppo sottile.

La diciottesima tappa arriva a Prato Nevoso, vince la fuga (Schachmann) e perde Yates. La maglia rosa minimizza, alla fine della tappa dirà che è tutto sotto controllo, che andare in crisi nell’ultimo chilometro non è poi così male, che una manciata di secondi non faranno la differenza. Vero, non la faranno, ma non è una buona notizia per il futuro vincitore della Vuelta.

Chris Froome parte da Venaria con 3’22” di ritardo. Per il capitano della Sky è stato un Giro molto negativo: iniziato con la caduta durante la ricognizione nella prima tappa e proseguito con un costante senso di impotenza espresso dall’uomo che aveva abituato alla sua ineluttabilità.

Biasimato, delle volte persino odiato per la sua infallibilità, però vinceva. Perché è forte, perché ha la squadra più forte, perché la Sky (ora Ineos) ha i soldi, però vinceva. Al Giro sono solo schiaffoni, intervallati da un acuto sullo Zoncolan e un timido accenno di vita proprio a Prato Nevoso, quando ormai le speranze di una vittoria sembrano troppo lontane, specialmente per un corridore abituato a stritolare la corsa “dall’alto”, costretto a un ruolo che non è il suo. Nessuno ha la minima sensazione di quello che sta per succedere. Quasi nessuno, perché il Team Sky e Chris Froome hanno intenzione di buttare tutte le fiches sul tavolo. All-in, ma alle loro condizioni.

Simon Yates trionfa a Sappada. È la terza vittoria di tappa in sette giorni. La maglia rosa sembra salda, eppure cinque giorni più tardi crollerà. ©Mitchelton-SCOTT, Twitter

La Sky si è costruita la reputazione di squadra-catena: durante i Grandi Giri l’unico obiettivo è quello di tenere un ritmo costante che impedisse agli attaccanti di fuoriuscire dal gruppo e fare la differenza. Qualsiasi squadra converrebbe che si tratta di una tecnica quasi infallibile, però la squadra di Sir Dave Brailsford era l’unico team con gli uomini adatti a perpetrare questa strategia. Tutti compatti, alla fine abbiamo l’uomo più forte, vedrete che andrà benone. E infatti, spesso e volentieri, portano a casa il bottino, ma quando l’uomo più forte scricchiola tutta l’impalcatura necessita di una revisione. La diciannovesima tappa è la sintesi perfetta di una squadra disposta a lasciare tutto al caso purché il caso sia il miglior ciclista in circolazione. Strano, vero?

Da una ricostruzione della BBC risulta evidente il grado di preparazione dietro un’impresa che, nel suo aspetto più superficiale, restituisce “solo” l’immagine di un uomo che frantuma i limiti del reale. Certo che quell’aspetto è il più romantico, certo che merita di essere raccontato, ma per renderlo possibile necessita di un piano studiato al millimetro. Viene coinvolto tutto lo staff e ovviamente tutta la squadra: se impresa deve essere, facciamo in modo che se la ricordino.

La Sky fa un ritmo infernale dall’inizio, nessuno dei big si aspettava una strategia di questo tipo. Sul Colle delle Finestre diventa un’incudine che batte senza pietà. È una mattanza: il gruppo si sgretola, Yates inizia a perdere contatto e non smetterà più, a naso è stato probabilmente uno dei giorni peggiore della sua carriera. Elissonde è l’ultimo uomo di Froome, nella radiolina sente soltanto gridare “Squeeze!”, come se fosse un pompelmo, come se non fosse già ben oltre il suo massimo sforzo. Mancano ottanta chilometri al traguardo: ora o mai più. Elissonde si sposta e la montagna acquisisce la sua iconicità.

Non si alza sui pedali, non lo fa quasi mai, lo stile di Chris Froome non ha orpelli da consegnare all’estetica, è puro dinamismo. Cinque metri, dieci, venti, cinquanta, Dumoulin rimane incollato alla strada così come gli altri big; inizia una cronometro individuale di ottanta chilometri quasi tutta in saliscendi. Scollina sul Colle delle Finestre (dove ogni cinque chilometri c’è un uomo della squadra a fornirgli borracce per non appesantirlo durante l’ascesa) con una quarantina di secondi di vantaggio. La discesa è molto tecnica, altro terreno di caccia, altri secondi guadagnati, sempre di più; arriva il Sestriere, sempre di più, ancora in picchiata, l’ultima ascesa, su fino al Jafferau. Dietro non c’è accordo: López e Carapaz lottano per la maglia bianca, Pinot vorrebbe aspettare Reichenbach ma è un elastico che non paga, Dumoulin è pur sempre umano e comunque due conti li ha fatti anche lui, un podio al Giro non è poi così male.

Chris Froome solitario al comando della tappa e della corsa: è uno dei momenti più iconici degli ultimi anni. ©Giro d’Italia, Twitter

Sul The Guardian Kenan Malik definisce l’azione di Froome “A moment of pure sporting magic”, paragonandolo al salto di Bob Beamon a Messico ’68 e alla rimonta del Liverpool a Istanbul nel 2005. Di esempi ce ne sarebbero parecchi, dato che lo sport, spesso e volentieri, assume le regole dell’onirico sfociando in qualcosa che nemmeno la penna più visionaria potrebbe regalare. Sul traguardo l’immagine è quella di un uomo sfinito che utilizza le ultime gocce di benzina per sprigionare tutta la sua emozione, tutte le sue paure, tutta la sua gioia per aver portato a termine un’impresa che non verrà mai dimenticata.

Si parlerà ancora: della Sky, della Ineos, del potere, dei soldi, di salbutamolo, tutti argomenti che hanno una loro rilevanza fatta però a pezzi da un ciclista che, con un po’ di fortuna, rivedremo forse tra una cinquantina d’anni. Per due mesi sarà il terzo corridore nella storia a detenere contemporaneamente Giro, Tour e Vuelta, aggiungendo una sedia vicino a quelle di Hinault e Merckx, unici prima di lui a riuscirci.

Forse, se un giorno riusciranno a replicare la pozione magica di Astérix, potremmo discutere di una prestazione palesemente truccata. Ad oggi, senza nulla togliere a tutti coloro che si battono per un ciclismo pulito (qualsiasi cosa voglia dire), rimane l’impressionante ascesa di un kenyota bianco che ha sconquassato il mondo del ciclismo per una decade.

Sarà ricordata come l’epoca di Contador, di Valverde, di Nibali, di tanti altri, ma più di tutti, sopra ogni discussione soggettiva, l’impronta che ha dato Chris Froome al ciclismo professionistico difficilmente verrà dimenticata. Ci poteva essere la paura che la sua eredità difettasse di epica, ma aspettava soltanto il momento opportuno per arricchirsi dell’ennesimo capitolo di una carriera sensazionale. Il Colle delle Finestre è una montagna iconica, così come Chris Froome è un ciclista iconico.

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter