La perdita dell’aureola (o la maglia gialla che corre sul Mont Ventoux)

L’irriducibile Chris Froome, la maglia gialla, rimane appiedato sul Mont Ventoux.

 

È molto difficile che i vincenti siano simpatici. L’idea della mistificazione della vittoria l’abbiamo messa da parte da un pezzo, la sensazione che una gara sia prestabilita fin dall’inizio per manifesta superiorità di uno dei partecipanti è la più odiosa sensazione per uno spettatore in cerca di stimoli da una competizione sportiva – vale a dire il 90% circa di chi s’incolla davanti al televisore per vedere una gara di ciclismo.

Chris Froome non è mai stato simpatico, sarebbe stato assurdo il contrario. La sua (presunta) decostruzione del romanticismo su due ruote ha creato una schiera di haters che forse soltanto adesso, quando il campione britannico ha ormai vinto tutto e ripetutamente, si è placata. Di certo ha contribuito l’impresa sul Colle delle Finestre, dove il robot si è fatto uomo e ha fatto capire che anche se avesse corso con la squadra di Zio Paperone avrebbe comunque preso il proscenio per svariate stagioni consecutive. Il momento più delicato nel rapporto sentimentale nei confronti di Froome, però, è un altro.

©Andrew Sides, Flickr

2016, Tour de France, si sale sul Mont Ventoux; Dio cade, fa molto rumore e per una volta nessuno riesce a schierarsi apertamente contro di lui. Lo scenario è familiare: la Grande Boucle è entrata nella seconda settimana con la maglia gialla conquistata da Chris Froome grazie ad un capolavoro in discesa, dopo il forcing del Team Sky sul Col de Peyresourde. La sensazione, quando si entra nel vivo del Tour 2016, è che si sia trovato il rivale perfetto per quella macchina imbattibile che è il britannico.

Nairo Quintana, l’anno prima, aveva sfiorato il colpaccio e sulle strade francesi sembrava il candidato numero uno per sottrarre lo scettro al nativo di Nairobi. Alla Sky, però, si tende a non patteggiare con la sorte, quanto piuttosto a piegarla alla propria volontà nell’attesa che le resistenze degli avversari si spezzino di fronte a uno scenario che non può apparire altro che ineluttabile. Froome vince a Bagnères-de-Luchon; due giorni dopo la carovana arriva fino a Montpellier, una tappa pianeggiante, durante la quale Sagan e Froome decidono di ridicolizzare il resto del gruppo. Bodnar e Thomas fanno il lavoro sporco beneficiando di un ventaglio, lo slovacco vince la tappa, Froome guadagna appena sei secondi su tutti, giusto per il piacere di guadagnarli. No, non c’è storia, sopratutto in un anno in cui la squadra e il capitano sono così compatti.

Il vento, però, non spira soltanto dalle parti di Montpellier; anzi, si fa particolarmente insistente sulla cima del Mont Ventoux, l’arrivo previsto per la tappa seguente, nel giorno della presa della Bastiglia. Per quello che riguarda la classifica generale ci sarà meno spazio di azione, dal momento che l’arrivo viene posto allo Chalet Reynard, sei chilometri prima rispetto ai piani. Con le modifiche di percorso, il profilo della montagna si presenta ancora più minaccioso: 9,6 chilometri di ascesa al 9,3% di pendenza media, con punte di poco superiori al 10%.

La fuga di giornata non ha nomi altisonanti, ma in compenso ci sono dei passisti abituati a macinare tanti chilometri al vento, che in una tappa che presenta la prima difficoltà altimetrica al chilometro 130 (sui 178 totali) può essere più che sufficiente per portare a casa il bottino. Pauwels e Navarro piazzano gli allunghi decisivi, De Gendt è troppo esperto per farsi sorprendere e la sua pedalata non perde mai brillantezza, nemmeno sul Ventoux, tanto che nella volata finale lascia sul posto lo spagnolo e regola il connazionale della Dimension Data. Dietro è appena esplosa la battaglia.

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Quintana testa la resistenza degli uomini Sky, Landa ed Henao non si fanno trovare impreparati e pilotano il capitano fino a un chilometro e mezzo dallo Chalet Reynard. Prima la “frullata”, marchio di fabbrica per scrollarsi di dosso la maggior parte dei rivali; poi una danza, goffa, con un rapporto agilissimo, per fiaccare anche la resistenza di Quintana, il rivale perfetto – sì, magari un’altra volta. Alla ruota del fuoriclasse della Sky rimane soltanto uno strepitoso Richie Porte, autore di un Tour fino a quel momento da incorniciare. Alla coppia di testa si aggiunge anche un brillantissimo Mollema, per completare un quadretto a tratti bizzarro, come se i guardasigilli del più forte di tutti fossero due che aspettano dall’inizio della loro carriera una montagna e una giornata come quella, per legittimare prima di tutto a loro stessi la propria cittadinanza tra i grandi di questa decade.

Gli dei del ciclismo l’hanno pensata diversamente: a meno di un chilometro dal traguardo succede l’impensabile. Una moto-ripresa inchioda per non investire la fiumana di gente accorsa sul Ventoux, in quel momento poco propensa a lasciare una lingua di asfalto per la corsa. Porte è troppo lanciato per frenare e impatta violentemente contro la moto. Dietro di lui, Mollema e Froome subiscono la stessa sorte. Il più rapido a ripartire è l’olandese della Trek; in qualche modo risale in sella anche Porte, ma le telecamere sono tutte per la maglia gialla.

Chris Froome è un cavaliere disarcionato che assiste a qualcosa lontano dalla sua comprensione e dalla sua capacità di razionalizzare. Tutti capiscono quello che è successo, ma nessuno aveva mai soltanto osato pensare di poter assistere ad una situazione simile: Chris Froome, la macchina infallibile, il corridore perfetto, è solo un uomo che corre, letteralmente corre, verso il traguardo. In quel momento non c’è nessuno che speri in un affondo di Quintana o di Yates, nessuno pensa alla classifica, nessuno pensa che quel Tour potrebbe finalmente piegare, specialmente a livello psicologico, il più forte di tutti. No, non così.

©BBC Sport, Twitter

Sono attimi surreali, Froome sale su una bici dell’assistenza che non c’entra niente con le sue misure, pedala come un bambino troppo cresciuto, lo spettacolo assume tinte a tratti deprimenti. Alla fine arriva l’ammiraglia e il britannico chiude la corsa con la sua bici. Al traguardo Yates sarebbe maglia gialla, Froome avrebbe più di un minuto di ritardo nella generale, ma ancora di più un macigno psicologico che mai si saprà come avrebbe potuto influenzare le giornate successive.

Interviene la giuria, assegnando a Froome e Porte lo stesso tempo di Mollema. La maglia gialla non solo rimane sulle sue spalle, ma guadagna anche dei secondi sui diretti avversari. Per una manciata di minuti, però, è sembrato normale stare con lui, provare quello che provava lui; un campione disarcionato, un uomo che, come gli altri, corre come può verso il traguardo. Chi l’avrebbe mai detto.

 

Foto in evidenza: ©Declan Mc Glone, Twitter