Il corridore sardo ribalta la Vuelta 2015 con un’abile giocata.

 

Quando si parla di Fabio Aru la mente rimanda immediatamente al suo sorriso raggiante, alla sua spontaneità e alla sua acuta espressività. Questi tratti, unitamente ad una simpatica mimica facciale da fare invidia a “The Mask”, lo hanno portato a farsi amare anche al di fuori della sua regione natale: la Sardegna. Il ragazzo di San Gavino Monreale ha saputo però farsi apprezzare dagli italiani soprattutto per le sue doti di ciclista e per le sue giocate d’azzardo. Entrato nel professionismo nel 2012 grazie all’Astana Pro Team, si è messo in mostra lungo le strade del Giro 2013 quando, con il suo inestimabile lavoro, ha aiutato Vincenzo Nibali a vincere il suo primo “Trofeo senza fine”. Da giovane gregario è passato, durante la stagione successiva, a vestire i panni di capitano sia alla Corsa Rosa, dove ha conquistato il primo successo da pro, sia alla Vuelta a España.

 

In entrambe le gare è stato il primo degli italiani nella classifica finale: terzo al Giro dominato da Nairo Quintana e quinto alla Vuelta vinta da Alberto Contador. Questi due ottimi risultati sono stati impreziositi da tre successi di tappa, collezionati in entrambe le manifestazioni. Fabio Aru ha concluso così quella stagione, con 24 anni sulle spalle e una strada davanti a sé ancora tutta in piedi. Il “Cavaliere dei Quattro Mori” sembrava però già avere tutte le carte in regola per spianarsi la via verso il trionfo e non vedeva l’ora di estrarre l’asso dalla manica.

Il 2015 è l’anno in cui Fabio Aru tenta di nuovo il doppio assalto Giro-Vuelta e questa volta gli riesce particolarmente bene. Dopo aver attraversato l’Italia in lungo e in largo, nelle ultime due frazioni prima della passerella conclusiva, decide di provare ad aggiudicarsi il ricco piatto del banco. El Pistolero Contador è un abile giocatore: il suo vantaggio è grande e può permettersi di restare a guardare. Il corridore sardo chiude in seconda posizione nella generale, con un doppio successo finale sulle Alpi dove dimostra che le giocate da campione sono nel suo DNA e potrebbe ambire a qualcosa di grande. Il 22 agosto si presenta così alla corsa a tappe spagnola con una coppia di successi sul tavolo: una mano di partenza ideale, ma che non offre comunque garanzia di vittoria.

Durante le prime tappe della corsa in terra iberica la Maglia Rossa rimbalza da Esteban Chaves a Tom Dumoulin fino all’undicesima frazione, quando Aru pesca l’asso e si prende il piatto. La vittoria manca, ma quel Full gli regala la “roja”. Resiste per qualche giorno con il primato di leader sulle spalle, per poi cederlo a Joaquim Rodríguez che lo perde il giorno seguente, al termine della crono, a favore della Farfalla di Maastricht che centra il colpo doppio: tappa e maglia. Il Cavaliere dei Quattro Mori e il Purito sono comunque in buona posizione: hanno più chips degli altri e alla penultima tappa possono puntare alto. L’obbiettivo è di far saltare il banco anche se l’olandese appare inattaccabile.

Il poker è un gioco individuale, nulla a che vedere con il ciclismo dove la squadra è fondamentale. In entrambi i casi, però, ogni mossa è studiata e tiene conto di tutte le informazioni raccolte durante le mani precedenti. Aru sa adattarsi alle circostanze ed è capace di variare la sua strategia in funzione di chi ha di fronte. Decide così di cambiare le regole del gioco.

Lungo i 175 km di strada che portano il gruppo da San Lorenzo de El Escorial al traguardo di Cercedilla, Fabio Aru si avvale del prezioso aiuto del team Astana per provare a ribaltare la classifica e aggiudicarsi il montepremi finale. Sulla penultima salita di giornata, quella di Puerto de la Morcuera, è Mikel Landa a sacrificarsi. Il ritmo impresso dallo spagnolo costringe Dumoulin a cedere qualcosa. Allo scollinamento sono solo 20” che l’olandese deve recuperare dal gruppetto guidato dagli uomini del team kazako. Venti secondi e una discesa di parecchi chilometri: ridurre il gap appare una mossa semplice. Ma è proprio in questo tratto e nel successivo falsopiano che l’Astana forza la mano. Mentre la Farfalla di Maastricht può contare solo sull’aiuto di Mikel Nieve, poco più avanti Aru ritrova i suoi compagni: prima Luis Leon Sanchez e poi Andrey Zeits, entrambi lanciati in fuga nei primi chilometri di gara. Una tattica studiata a tavolino che cambia le carte in tavola.

È un testa a testa tra l’olandese e i suoi diretti avversari. Un “heads up”, come si direbbe nel poker. Il manipolo tirato dagli uomini in maglia azzurra rilancia continuamente sia in discesa che in salita. Il loro vantaggio cresce. Rodriguez, Chaves, Majka e Quintana non mollano le ruote del gruppo Aru. Anzi, gli ultimi due azzardano con una giocata aggressiva sull’asperità finale di Puerto de Cotos e vanno all’attacco nel tentativo di guadagnare posizioni nella generale e, magari, provare a vincerla. Provano il tutto per tutto: all-in. Il sardo a questo punto si vede costretto a mollare un po’ la presa e lascia fare. Con lui rimangono oltre ai suoi compagni di squadra, anche Purito e Chavito. Alla fine taglieranno il traguardo dopo circa 3’30” dal vincitore e circa 1’ dalla coppia dei due contrattaccanti Quintana e Majka. Dumoulin, il chip leader, accuserà invece un ritardo di 7’30” e sarà lo sconfitto del giorno.

Nel ciclismo come nel poker ogni giocatore deve capire quando è il momento di rilanciare, di vedere cosa fanno gli avversari e anche di lasciar fare e abbandonare la mano. È molto importante conoscere le proprie carte, avere fiducia in quello che riserva il mazzo e prendere l’occasione quando questa si presenta. Fabio Aru non ha conquistato la tappa, ma nemmeno il polacco e il colombiano che l’hanno attaccato ci sono riusciti. A trionfare sul traguardo è stato lo spagnolo Rubén Plaza, partito da lontano con la fuga di giornata e arrivato in solitaria. È vero che raccogliere qualche successo alza il morale e dona fiducia, ma così come nel poker, anche nel ciclismo quello che conta alla fine è conquistare il torneo e aggiudicarsi il jackpot finale.

Il vincitore prende tutto – “Winner takes all”. Il corridore sardo è riuscito a tirare fuori l’asso dalla manica nella penultima giocata della Vuelta e ha rifilato più di tre minuti e mezzo a Tom Dumoulin, strappandogli l’ambita Maglia Roja. Onore va comunque reso a questo olandese che era partito da Puerto Banus il 22 agosto senza particolari ambizioni di classifica ed è crollato solo alla penultima frazione. La sua coppia di vittorie, quella della nona e della diciassettesima tappa, non ha potuto nulla contro la scala colore dell’italiano. Un colore che non figura tra i semi delle carte da gioco. Non è nero né rosso: è azzurro Astana.

Il giorno seguente nel mazzo della sua formazione spuntava un pallino “rojo”: era una “scala a pioli”. Niente a che vedere con quella perfetta del giorno precedente, ma forse la più bella scala a pioli della vita di Fabio Aru. Tutta la sua mediterraneità è esplosa in un sorriso a 32 denti, quando è salito sul palco di Piazza Cibeles. Al suo fianco Rodriguez e Majka, davanti a sé la folla madrilena e sopra la sua testa la bandiera italiana. Una cerimonia di premiazione durante la quale, prima di concludere con i soliti ringraziamenti dedicati per l’occasione alla squadra, alla sua famiglia e alla sua ragazza, Aru ha mostrato di tenere molto alle sue origini. Sulle note dell’inno di Mameli ha sfoggiato fieramente la bandiera della sua terra natale. Una croce rossa su sfondo bianco e Quattro Mori. Quattro, come le carte di uguale valore che servono a fare poker.

 

Foto in evidenza: ©Eurosport, Twitter