Matthew Holmes, ovvero battere Richie Porte a Willunga Hill

Al sesto giorno nel World Tour, Matthew Holmes ha lasciato il segno.

 

 

La vita di Matthew Holmes è cambiata almeno due o tre volte dallo scorso anno. L’ultima svolta l’ha impressa, nemmeno a dirlo, la pandemia e la conseguente pausa forzata. Holmes non ha saputo opporsi al buonsenso di Adam Hansen, suo compagno alla Lotto Soudal, il quale ha proposto agli altri corridori della squadra di ridursi lo stipendio per dare un segnale agli sponsor e per sostenere i membri dello staff. Per Holmes si trattava del primo, importante ingaggio della carriera: è approdato al professionismo soltanto qualche mese fa, nonostante i ventisei anni e una lunga militanza nella Madison Genesis, una Continental inglese.

Holmes è convinto che se i campionati del mondo del 2019 non si fossero disputati nello Yorkshire, lui nel World Tour non ci sarebbe mai arrivato. Essendo inglese, i mondiali in casa non possono non avergli giovato. E poi i risultati migliori della sua carriera Holmes li aveva raccolti proprio al Tour de Yorkshire: quinto nel 2017 e sesto nel 2019, in entrambe le occasioni riuscendo a concludere davanti a diversi atleti ben più titolati – Geoghegan Hart, Voeckler, persino Froome. Forse alla Lotto Soudal avrebbe potuto approdarvi anche prima, ma nel 2018 la cartilagine di un ginocchio gli causò diversi problemi e così Holmes ha dovuto aspettare – e sperare – per un altro po’.

©Santos Tour Down Under, Twitter

La Lotto Soudal aveva deciso che Holmes avrebbe debuttato al Tour Down Under, una corsa di un certo livello e allo stesso tempo non così asfissiante come le prove europee. Pur non ammettendolo apertamente, Holmes era sommerso dai dubbi: non aveva mai corso in Australia, non aveva mai iniziato la stagione così presto, non aveva mai disputato una prova così prestigiosa. Non sapeva nemmeno come avrebbe fatto ad aiutare Caleb Ewan, il suo capitano, nelle volate: tra le Continental non c’è tutta questa spartizione dei ruoli e sostanzialmente Holmes non aveva mai lavorato per un velocista in particolare.

Tuttavia, prima di partire, la squadra puntualizzò che nella terza tappa, quella che terminava in cima allo strappo di Paracombe, Holmes avrebbe potuto giocarsi le proprie carte. Ci provò, ma non andò bene: vinse Porte e l’inglese concluse trentunesimo ad una trentina di secondi. Tre giorni dopo la situazione si sarebbe capovolta.

Richie Porte, secondo in classifica generale alla vigilia dell’ultima tappa, più che alla vittoria parziale pensava alla classifica generale: due soli secondi, infatti, lo separavano da Daryl Impey. Il fatto è che l’ultima tappa del Tour Down Under prevedeva l’arrivo in salita a Willunga Hill, un traguardo che Porte conquistava ininterrottamente dal 2014. Quando scoccò il suo attacco, davanti della fuga iniziale erano rimasti in tre: Storer, Armirail e Holmes.

I primi due non provarono nemmeno a seguirlo, Holmes invece non soltanto ci provò, ma ci riuscì. All’arrivo lo aspettavano i suoi genitori, che lui aveva provato a convincere a non disturbarsi. Qualche ora prima, in Inghilterra, la sua fidanzata, Josie Knight, era diventata campionessa inglese nell’inseguimento individuale su pista: Holmes voleva svegliarla con un messaggio indimenticabile.

©BIKENEWS.IT, Twitter

E così, dopo sei successi consecutivi, Porte è stato costretto ad abdicare. La classifica generale l’ha vinta, ma la tappa di Willunga Hill gliel’ha strappata Matthew Holmes, ventiseienne neoprofessionista della Lotto Soudal, vincitore di una tappa facente parte del circuito del Wolrd Tour al suo sesto giorno nella massima categoria – pensate a chi corre una vita senza vincere mai, pensate a chi esulta qualche volta in appuntamenti di secondo piano.

Al traguardo, Ewan gli ha fatto i complimenti: «Ero sicuro che oggi Porte non avrebbe vinto», gli ha detto, «ma non avrei mai immaginato che potessi essere tu a batterlo». Non lo immaginava nemmeno Holmes, sincero fino alla compassione al microfono di Jens Voigt. «Se vado forte in salita? Non saprei, diciamo che mi difendo. Di arrivi in salita non me ne intendo molto, ho corso per sei anni in una Continental inglese, non so se mi spiego».

Se Holmes ha digerito meglio le settimane di quarantena e di lontananza dalle corse, lo deve proprio al suo recente passato: avendo corso il giusto fino allo scorso anno, infatti, restare a casa per diverso tempo non è stato così inusuale. Certo, rimane il dispiacere di non aver potuto proseguire una stagione che era iniziata in maniera incredibile. La Lotto Soudal lo aveva selezionato per la Tirreno-Adriatico e i Paesi Baschi, inserendolo anche nella lunga lista dei preconvocati per il Giro d’Italia.

Descritto come consapevole dei propri mezzi e poco incline all’esaltazione, Holmes non si scompose dopo il successo a Willunga Hill. In allenamento, però, gli capita di ripensare a quel folle risultato e di ridere con gusto. Nell’attesa di capire se potrà lottare per una dignitosa classifica generale nei grandi giri o nelle brevi corse a tappe, intervallando magari con qualche tentativo di fuga qua e là, Matthew Holmes ha dichiarato la cosa più banale, e allo stesso tempo più vera, che un ciclista possa mai dichiarare: qualsiasi corsa riuscirà a vincere, sarà contento.

 

 

Foto in evidenza: ©Santos Tour Down Under, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.