La neve congela la Primavera: un’eterna promessa beffa i grandi nomi.

 

La strada è di chi cammina e pedala. Motorini, moto, automobili, camper, furgoni e tir sono arrivati dopo. L’uomo ha sempre potuto contare sulle sue gambe e, per diversi decenni, una bicicletta sgangherata costituiva l’unica alternativa al passo. La strada è metafora: dell’indefinito, del viaggio, dell’imprevedibile. I suoi limiti sono incerti, non fissi e costretti come quelli del ring, dell’arena, del campo di gioco. Il ciclismo ne ha inventati di fittizi: partenza ufficiosa e ufficiale, traguardo volante e finale, intermedi e traguardi volanti e montani.

L’aria aperta e le sue bizze sono protagoniste di questo sport al pari degli atleti. Bisogna convivere col caldo che prosciuga e asfissia, col vento che rallenta e respinge, col tepore che tranquillizza e invoglia, con l’acqua che infastidisce e appesantisce, col freddo che inibisce e attanaglia. Raramente i corridori possono godere di privilegi come l’annullamento, il rinvio, l’interruzione: c’è la neutralizzazione, ma non è la stessa cosa. A differenza delle prove automobilistiche e motociclistiche gli atleti non sono né protetti da casco integrale e pesante tutta impermeabile né tantomeno favoriti dalla brevità dell’evento. Magri e aerodinamici, pedalano per ore in balia degli agenti atmosferici che li costringono a trasformarsi ora in bagnanti, ora in sciatori. Le ruote sono sottili, la lucidità può venir meno. I ciclisti sono protagonisti di uno spettacolo di cui non sempre comandano i fili.

Nel 2013 la primavera gioca a nascondino. Di sole se ne vede pochissimo ma stranamente quando esce si fa sentire più del dovuto. Per il resto, è il maltempo che imperversa: freddo, pioggia, vento, neve. I rilevamenti dicono che quella del 2013 è la primavera italiana più fredda dal 1991. Per il Nord Italia è la tredicesima primavera più piovosa dal 1800. Per ricordarne altre simili bisogna aver studiato approfonditamente oppure attraversato il secolo. C’è chi ripensa al Bondone di Gaul, 8 giugno 1956, e al Gavia di van der Velde, 5 giugno 1988: i più bravi raccontano di una fitta nevicata all’Abetone il 23 giugno del 1995. Il ciclismo diventa attualità, costume, società.

I corridori scontano fino all’ultima goccia questa stagione pazza che scombussola l’Italia proprio quando in Italia si corrono alcune delle corse più importanti del calendario ciclistico internazionale. La Strade Bianche viene battuta da un forte vento che mantiene il cielo abbastanza limpido, così Moreno Moser può coronare una giornata splendida sotto tutti i punti di vista.

Alla Tirreno-Adriatico invece il cielo fa le bizze. Il bel tempo si fa desiderare per poi mostrarsi soltanto a sprazzi, come la più altezzosa delle dame. Il finale della sesta tappa, funestato da un acquazzone, è da tregenda. I muri del centro Italia spezzano fiato, ritmo e polpacci. Nibali e Sagan scappano, Joaquim Rodríguez rientra su di loro nell’ultimo tratto in salita; Contador in maglia rossa e soprattutto Chris Froome in maglia azzurra di leader della generale annaspano e tentennano. Come dei pulcini bagnati, si muovono spaesati e vulnerabili. Sul traguardo di Porto Sant’Elpidio si è scatenato un temporale.

A Sagan bastano un paio di progressioni per capire che sta vincendo una volata mai veramente iniziata, Nibali chiude secondo davanti a Rodríguez e sfila la maglia di leader a Froome. Il giorno dopo la proteggerà dal britannico e dal duo spagnolo formato da Rodríguez e Contador. Il maltempo sta soltanto facendo le prove generali. Alla fine di quella settimana si corre la Milano-Sanremo. Né Nibali né Sagan possono immaginare quello che li aspetta.

Due mesi più tardi, al Giro d’Italia, scene del genere saranno la normalità. ©filip bossuyt, Wikimedia Commons

Alla partenza fa freddo. Tre gradi e qualche indiscrezione: sembra che lo stesso cielo coperto che guarda dall’alto Milano stia scaricando pioggia gelata, nevischio e neve sul Turchino. Pozzato, gagliardo nonostante la situazione e l’indolenza che lo caratterizza, si dice motivato e sicuro che tanti altri siano invece demoralizzati. Quando la corsa entrerà nel vivo ci sarà anche lui ma proprio sul più bello dovrà mollare. Chiuderà trentatreesimo.

La corsa parte regolarmente e, com’era lecito aspettarsi, si forma praticamente subito la fuga di giornata: Lastras, Belkov, Bak, Montaguti, Fortin e Diego Rosa. Il loro vantaggio cresce vertiginosamente: cinque minuti dopo circa quindici chilometri, il gruppo intanto conserva le energie per la seconda parte di gara. Un record è già stato fatto registrare: Songezo Jim è il primo sudafricano di colore a partecipare ad una classica monumento. Ha ventidue anni e corre con la MTN–Qhubeka, la prima vera realtà africana a raggiungere il ciclismo di vertice. La loro è una missione: dotare i bambini africani di biciclette per permettere loro di studiare, di conoscere, di reperire medicinali quando necessario (da quelle parti succede spesso, purtroppo). Anche per la squadra è il primo contatto con un evento del genere. Quasi nessuno, però, crede che i loro meriti possano andare oltre la semplice partecipazione. La fuga, intanto, ha un vantaggio che si attesta sui sette minuti.

Nei pressi di Ovada ci si rende conto che la situazione da difficile potrebbe rivelarsi pericolosa: nevica copiosamente tanto nel tratto in salita quanto in quello di discesa del Turchino. Viene intimato l’alt alla corsa e diffuso il comunicato con le nuove istruzioni: corsa sospesa, i corridori rientrino nei pullman e nelle ammiraglie, la nuova partenza è fissata per le quattordici e trenta da Cogoleto. In un secondo momento verrà eliminata anche la salita delle Manie, più che il tratto all’insù preoccupa quello all’ingiù, anche se ci sarà chi sosterrà che quella scelta venne presa per non rischiare di sforare i tempi televisivi. La Milano-Sanremo, insomma, deve fare i conti con la neve. La corsa assurge ad amarcord e riproposizione.

La fuga che anima l’edizione 2013 della Milano-Sanremo. © Mystère Martin, Wikipedia

La strada diventa un improvvisato ospedale di campo per soccorrere feriti, affamati, infreddoliti, emaciati, sconvolti, scioccati: la corsa è una battaglia che lascia segni indelebili. Lo stop, secondo molti, arriva troppo tardi. Il dottor Emilio Magni, da sempre fedelissimo di Nibali ma che in quella stagione faceva parte dello staff della Cannondale, riferisce che per molti corridori si può tranquillamente parlare di ipotermia. Stefano Zanini, appena arrivato in ammiraglia all’Astana, scherza:

“Ma l’Eroica non l’abbiamo corsa un paio di settimane fa?”.

I corridori assomigliano a spaventapasseri. Camminano ingessati, tremolanti, a fatica riescono ad alzare i piedi per superare gli scalini dei bus. Sono imbiancati di neve e arrossati del freddo che li ha sferzati. C’è il tempo per una breve doccia calda, per rifocillarsi e cambiarsi gli indumenti fradici. Chavanel e Cancellara provano a riposare una mezz’ora ma il loro è un sonno tormentato. Belletti racconterà che i chilometri immediatamente precedenti alla neutralizzazione lo hanno segnato nel profondo: l’uso delle falangi delle mani tornerà normale soltanto diversi mesi più tardi. Boonen, al contrario, è fuori di sé: così facendo, inveisce, chi aveva già perso contatto ha la possibilità di rientrare, riprendersi e magari ripartire. Il suo cuore di pietra gli impedisce di soppesare parole e pareri: nervoso e scombussolato dall’inconveniente, rimarrà sul bus. Per Cavendish e Songezo Jim è il giorno più freddo della loro vita mentre Chavanel, dopo il traguardo, ricorderà ai giornalisti che giornate così non lo disturbano poi molto e che ancora una volta si è potuto notare che la differenza vera la fa la testa, la voglia, la convinzione. Heinrich Haussler stupisce: è senza guanti.

Nei giorni successivi “La Gazzetta dello Sport” raccoglie testimonianze interessanti ma retoriche. Sono quelle di alcuni corridori del passato che fanno sfoggio del loro coraggio, della loro temerarietà, ricordando che ai loro tempi si sarebbe corso e battagliato senza tanti discorsi. Fortunatamente, invece, i corridori sono stati visti come esseri umani e non come carne da macello per aumentare lo share. E, da quello che risulta leggendo archivi in materia, le corse venivano cambiate, mozzate, interrotte e accorciate anche ai tempi di Gimondi e Merckx.

Anche Sagan e Nibali ripartono ma il siciliano si fermerà: ironia della sorte, sceglierà la discesa della Cipressa per smontare dalla sua bicicletta. Il freddo gli è entrato nelle ossa, non gli permette di avere una presa salda, potrebbe sbandare e rovinare tutto. Profetico, afferma:

“Talvolta bisogna accettare anche la sconfitta per imparare a vincere. La Sanremo mi piace e credo di poter far bene. Sicuramente questa non sarà la mia ultima partecipazione”.

Due mesi più tardi vincerà in maglia rosa sulle Tre Cime di Lavaredo imbiancate, cinque anni più tardi su queste strade tirerà fuori dal cappello una delle azioni più improvvise e spettacolari della storia recente. La corsa è storia: la storia è continuità.

“Dovrebbe essere la Primavera e invece sembra il Lombardia”, osserva Mauro Vegni. @Gerald Ciolek, Twitter

La Milano-Sanremo riprende in maniera insolita: ai fuggitivi vengono lasciati i sette minuti e dieci secondi di vantaggio che avevano nel momento in cui la corsa è stata temporaneamente fermata. Loro ripartono, il gruppo che freme li guarda allontanarsi. Il plotone è un mare mosso, animato da cavalloni che ogni volta arrivano un po’ più in là, pronti ad inghiottire quel che trovano. La Cipressa inizia a fuga già inabissata. Pozzato sente che la gamba gira, perciò mette Malori a fare un ritmo forsennato. Non attacca nessuno ma c’è qualcuno che invece si stacca: Boasson Hagen, nome pericolosissimo, e Gerrans, che porta il numero uno avendo vinto la Sanremo un anno prima.

La pioggia battente non raffredda gli impeti della corsa. Gilbert, scattista eccezionale, fa il furbo e si trasforma in sfrontato discesista. Non viene giù particolarmente forte, d’altronde la strada è una saponetta, ma dietro nessuno sembra intenzionato a seguirlo finché non sopraggiunge un gruppetto con all’interno Sagan e Cancellara. Nulla di fatto: i corridori si dispongono su tutta la sede stradale per studiarsi, per riprendere fiato, per innervosire e favorire tattiche di squadra. Vorganov, Stannard e Chavanel non sono d’accordo e nel tratto di pianura che divide Cipressa e Poggio scappano in avanti. Chavanel, barodeur incrollabile, si toglie persino la mantellina. All’imbocco del Poggio il vantaggio è di pochi secondi: De Marchi ha letteralmente tenuto a galla il gruppo dei migliori, Sagan può congedarlo.

Vorganov cede, rimangono Stannard e Chavanel che non si guardano nemmeno in faccia e scattano a ripetizione. Grivko si immola per aumentare ulteriormente l’andatura, poi è il momento del suo capitano: Maksim Iglinskij, una vecchia volpe che tre anni prima ha vinto la Strade Bianche e meno di un anno prima la Liegi-Bastogne-Liegi. Sagan, favorito numero uno, sacrifica Moreno Moser, l’ultimo uomo che ha a disposizione. L’azione decisiva, però, è quella di Luca Paolini.

Non è una fiammata: è un’azione stanca, l’unica forza che la anima è quella di volontà. Però indirizza definitivamente la corsa: alla lunga progressione di Paolini rispondono soltanto Sagan, Pozzato, Cancellara e, col suo ritmo, Gerald Ciolek. Chavanel e Stannard rimangono qualche centinaio di metri più avanti, dietro si forma un quintetto che viene ulteriormente sfrondato da una fulminea sollecitazione di Cancellara, che da seduto sembra in grado di appiattire le uggiose pendenze del Poggio. Pozzato cede, Paolini resiste grazie ad una torsione disumana, Sagan conosce bene lo svizzero ed è il primo a portarsi su di lui. Alla ruota dello slovacco rimane incollato Ciolek.

Il gruppo e il maltempo. ©Mystère Martin, Wikipedia

Gerald Ciolek, arrivati a questo punto della corsa, è un cliente scomodo. Nonostante abbia ventisei anni, quella iniziata da un paio di mesi è la sua ottava stagione da professionista. È stato uno dei talenti più folgoranti degli ultimi tempi. Nel 2005, a soli diciotto anni e partecipando come dilettante, si laureò campione tedesco battendo velocisti come Förster e Zabel. Passò professionista nel 2006 ma nel finale di stagione, non avendo ancora compiuto vent’anni, poté partecipare alla prova in linea dei campionati del mondo riservata ai dilettanti: vinse anche quella. Da lui ci si aspettava molto e forse proprio per questo i risultati non sempre sono arrivati. È un corridore da temere, però: ha vinto al Giro di Germania e alla Vuelta, è salito sul podio dei campionati tedeschi in altre due edizioni, ha collezionato una piazzamento dietro l’altro nelle volate del Tour de France. È un velocista di razza che ha già dimostrato di avere fondo e di poter sopravvivere ai percorsi mossi.

Quando segue Sagan e Cancellara sul Poggio è un oggetto difficilmente identificabile. Il 2012 è stato l’anno più difficile della sua carriera: la concorrenza in seno alla Quick-Step lo aveva consumato, raramente poteva giocarsi le sue carte, era finito a fare il gregario dovendo rinunciare a tutti e tre i grandi giri. La scelta di passare alla MTN–Qhubeka causò scoramento in coloro che avevano visto in Ciolek un potenziale fuoriclasse: sembrava una mossa scellerata, l’ennesimo passo al buio di una carriera altalenante e mai esplosa del tutto, quasi la volontà di abbandonare i palcoscenici più importanti per svernare in corse più tranquille dove avrebbe potuto fare la voce grossa. Ciolek legge, ascolta e ride. È sereno e tutto sommato giovane, ha ancora qualcosa da dare, la MTN–Qhubeka è perfetta per la serenità che gli lascia e l’organizzazione con la quale si muove. È capitano, finalmente: una squadra su cui contare, che lavora per lui, che crede in lui.

Se nel 2012 ha toccato il fondo, la primavera 2013 ha consegnato alle cronache un corridore ritrovato: quinto al Laigueglia, undicesimo alla Omloop Het Nieuwsblad, vittoria di tappa alla Tre Giorni delle Fiandre Occidentali, un terzo e un quarto posto nelle due volate a ranghi compatti disputate alla Tirreno-Adriatico. Quando qualche ora prima la Sanremo è stata sospesa per neve Gerald Ciolek era uno dei più sofferenti: le mani erano congelate, il tepore del bus gliele scongelava e indolenziva allo stesso tempo.

Avrebbe voluto ritirarsi ma i compagni e lo staff lo hanno convinto a risalire in sella e provarci. Il piano della vigilia era chiaro: seguire eventuali attacchi sul Poggio e sperare che la corsa faccia il resto. Soltanto una persona ha inserito il tedesco tra i più pericolosi: Erik Zabel, in ammiraglia Katusha. Avendo già avuto a che fare con Ciolek da corridore, mette tutti in guardia: “Sta bene, viene da una primavera senza intoppi ed è adatto ad una corsa del genere”. Nessuno fa eco alle parole di Zabel. Gerald Ciolek è l’outsider perfetto.

Gerald Ciolek, l’outsider perfetto. ©musume miyuki, Flickr

La secca svolta a sinistra segnala la fine della salita e l’inizio della discesa del Poggio: è uno spartiacque tra speranze e paure, tra residui e risorse, tra stanchezza e lucidità. Chavanel e Stannard passano per primi, il quartetto formato da Sagan, Cancellara, Paolini e Ciolek è vicino, il gruppo ancora di più. La picchiata giù dal Poggio è difficile e vertiginosa, il manto stradale invita alla prudenza. Sagan si mette in testa e decide che è arrivato il momento di forzare per tentare di arrivare in fondo senza che il gruppo rientri. Anche un impavido come lui è costretto a prestare attenzione e mordere i freni: Chavanel e Stannard fanno altrettanto e quindi i fuggitivi si ricompattano.

Sei uomini si giocano la Milano-Sanremo 2013. Una girandola di scatti anima le ultime battute di gara. Il primo è Stannard, tamponato subito da Sagan che a sua volta prova la sorpresa: Cancellara lo annulla con una facilità che atterrisce. A due chilometri dall’arrivo, dal fondo del gruppetto e senza alzarsi sui pedali, decolla Stannard. Cancellara e Sagan rispondono, dopodiché si rialzano. Stannard guadagna pericolosamente qualche decina di metri ma li perde tutti nel disegnare la esse che introduce sul Lungomare Italo Calvino. La volata deciderà la corsa: il finale più scontato in una delle edizioni più incredibili.

Chavanel apre le danze quando si accorge che da dietro sta rientrando Phinney. I due che rispondono con più incisività sono Sagan e Ciolek. Phinney è ormai settimo e solo, Stannard e Paolini impotenti, Chavanel si esaurisce e chiude ai piedi del podio. Cancellara, che non si è mai alzato sui pedali, dà il colpo di reni ma è soltanto terzo. Dall’altra parte della strada, Sagan era in testa fino a venticinque metri dal traguardo. Un fermo immagine mostra Sagan che qualche metro più avanti della linea bianca guarda l’uomo alla sua sinistra. Sagan è un ragazzo provato: sporco, prosciugato, deformato. Ha lo sguardo di chi si è appena reso conto di non avercela fatta. Guarda Gerald Ciolek mentre urla e alza leggermente la mano destra: è la riprova che le sensazioni di Sagan sono giuste.

Cancellara dice che avrebbe preferito vincere, è ovvio, ma che arrivare a Sanremo in una giornata del genere è una cosa di cui andar fieri. Che hanno vinto tutti coloro che sono riusciti a finire la corsa, ecco. E poi terzo non è un brutto risultato. Sagan non può essere così ottimista: ha buttato via la corsa, ha speso troppo, il fuoco della certezza che ardeva in lui è stato reso sterile dalla pioggia incessante. Gerald Ciolek è al settimo cielo: racconta delle critiche che ha dovuto incassare, del duro lavoro fatto per tornare ad alti livelli, della sofferenza causata dal maltempo.

Eravamo qui per la prima volta, siamo arrivati nell’indifferenza più totale e ce ne andiamo via col trofeo.

La stagione ha sconquassato le abitudini del gruppo, è l’ennesima conferma del primato della natura sull’uomo. La pioggia imbroglia, il vento confonde, la neve ricopre. Chi pedala in mezzo alla bufera? Qual è la strada?

 

 

Foto in evidenza: ©Milano-Sanremo, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.