Nessuna Liberazione per Riccardo Magrini

Riccardo Magrini e un piazzamento mai digerito al Gran Premio Liberazione.

 

 

È il 25 aprile del 1976. Si corre a Roma la trentunesima edizione del Gran Premio Liberazione, una corsa che dal 1946 si tiene proprio per l’anniversario della definitiva caduta del fascismo. Si tratta di una prova in linea per dilettanti  che negli anni ha conquistato sempre maggiore importanza. Vi prendono parte le selezioni nazionali dei maggiori paesi e tutte le più forti squadre italiane ed è universalmente considerata il “Mondiale di primavera” della categoria. Vincerla dà molto prestigio a un corridore e può aprirgli interessanti prospettive di contratto tra i professionisti. A fianco della grande prova, il quotidiano del PCI L’Unità organizza un grande raduno cicloturistico, il “Cicloraduno dell’Amicizia”, con arrivo a Fiano Romano, una gara podistica su strada al Testaccio e una riunione di atletica alle Terme di Caracalla.

©Eurosport

Il Liberazione, invece, prende vita dalle otto della mattina ovviamente a Piazzale dei Partigiani col raduno, il via a Prima Porta alle 11:15 e l’arrivo previsto circa quattro ore dopo in via Ugo Ojetti sempre a Roma, dopo 159 chilometri tutti intorno alla città eterna. Dodici le nazionali, tredici con la squadra B polacca: presenti praticamente tutte quelle del blocco sovietico, tra cui la allora folcloristica rappresentativa cubana, più Svizzera, Belgio, Gran Bretagna e Olanda tra i paesi occidentali. Ben trentasei le squadre italiane, molte delle quali forti di un solo rappresentante proprio per la volontà di essere presenti a una corsa tanto importante. Ben 204 gli iscritti, anche se solo in 184 si presenteranno alla partenza. Su L’Unità di quel 25 aprile, che dedica un’intera pagina alla presentazione della corsa, Gino Sala scrive:

«Abbiamo radunato giovani di tutta Italia ed Europa, ragazzi legati da un comune messaggio di volontà e di speranza, di pace e di progresso. Non è retorica. È con loro e per loro che il mondo deve camminare nella giusta direzione, in un evviva alla vita e alla libertà. Questo in primo luogo vuole esprimere il Gran Premio della Liberazione».

Poche righe più avanti Sala ci dà una descrizione tecnica del percorso:

«Il tracciato è di quelli che prospettano diverse soluzioni perché non è facile e nemmeno difficile, perché non impaurisce, perché invita alla battaglia. A metà strada andremo a respirare l’aria fine di Poggio Nibbio, andremo a quota 851, quindi scenderemo a valle per affrontare le ondulazioni di Campagnano, il punto in cui la fila dovrebbe subire fremiti e scosse per ridursi a una pattuglia di forti, o addirittura per lanciare un tipo molto dotato: in questo caso avremo il dominatore assoluto, il corridore che esalta, il ciclista che avrà colpito il bersaglio col fragore del tuono, ma probabilmente incroceranno i ferri sino all’ultimo metro una decina di elementi».

La corsa è combattuta fin da subito e resa più complicata da un fortissimo temporale che si abbatte sui corridori pochi chilometri dopo il via. La prima selezione sulla salita del Poggio Nibbio, dopo 72 chilometri. Se ne vanno in dodici: Szurkowski e Brzeźny per la Polonia, il cecoslovacco Poslušný, Nickson, Waugh, Downs e Griffiths per la Gran Bretagna, il belga Vandenbrande, il tedesco Schmeisser e tre italiani, Magrini, Gualdi e Passuello. I fuggitivi raggiungono un vantaggio di 1’20”, poi il gruppo reagisce e subito dopo Settevene, quando mancano cinquanta chilometri al traguardo, Passuello allunga seguito dagli altri due italiani e da due dei britannici, Nickson e Griffiths.

©L’Unità

Passuello si stacca, ma i quattro rimasti davanti tengono fino alla fine. Magrini prova da lontano, ma viene ripreso. La volata la vince Nickson davanti a Gualdi e Magrini, lasciando l’amaro in bocca ai tifosi che ormai pregustavano un successo italiano. Il sovietico Slauta vince la volata del gruppo che nel frattempo si è avvicinato moltissimo, appena venti secondi lo dividono dai primi. Francis William “Bill”  Nickson non è molto conosciuto nell’ambiente: ha ventitré anni ed è un tecnico dei telefoni di Liverpool:

«Un naso pronunciato come una virgola rovesciata – lo descrive Sala su L’Unità -, bella chioma di capelli, bel tipo, bella sorpresa: nessuno l’aveva pronosticato e lui ha vinto il Gran Premio della Liberazione. Racconta di aver vinto il Giro d’Inghilterra nel ’75 ed è già qualcosa. Aggiunge di essere un ammiratore di Merckx, di soffrire il gran caldo, di considerarsi un elemento completo, senza preferenze per questo o quel percorso».

Mario Gualdi non ha particolari recriminazioni. «La volata? Sono partito ai 200 metri, non avevo scelta, non sono uno sprinter. Nickson mi ha saltato, pazienza». Molto più deluso Riccardo Magrini. «Ho tentato il colpo gobbo a circa due chilometri dal traguardo, mi ha ripreso Griffiths che credevo il tipo più pericoloso e così nella conclusione pensavo di marcare l’uomo giusto. Un calcolo sbagliato, purtroppo».

Riccardo lo abbiamo sentito recentemente, quarantaquattro anni dopo i fatti, e non gli è ancora passata del tutto. Lo si capisce chiaramente mentre racconta e svela anche diversi retroscena.

«Ancora la spina non va giù, ce l’ho ancora in gola a distanza di quarantaquattro anni. Non cerco mai giustificazioni, ma in questo caso le recriminazioni sono grandissime. Eravamo due azzurri contro due inglesi, il Liberazione notoriamente era considerato il Campionato del Mondo di Primavera. Si affiancò più volte la vettura della commissione tecnica, ci tenevamo tutti alla vittoria e la vittoria di un azzurro sarebbe stata fantastica. Ebbene, in prossimità dello striscione dell’ultimo chilometro, arrivò ancora una volta Gioia – presidente della CTS, la squadra di  Gualdi – e gli dette i compiti, mettendolo su Nickson. Io sull’altro, che era il più veloce. Peccato che per impartire queste istruzioni la vettura abbia coperto lo striscione dell’ultimo chilometro e quando iniziarono la volata mancavano 300 metri al traguardo. Io, pensando ancora di regolarmi con l’ultimo chilometro, lasciai loro 50 metri di vantaggio e quando mi accorsi che quello che vedevo era lo striscione di arrivo la frittata era stata fatta e la rimonta fu vana. Posso dire che quella corsa l’avrei vinta e questo mi brucia ancora molto. Un ordine d’arrivo fantastico che dimostra la qualità di quella edizione. Ma il Liberazione era sempre così».

©Luca Gregorio, Twitter

Nickson partecipò qualche mese dopo alle Olimpiadi di Montréal ritirandosi nella prova individuale su strada e finendo sesto col quartetto nella cento chilometri a squadre. Passò poi professionista con l’importante squadra olandese della Ti-Raleigh, ma non sfondò; al termine della stagione 1977 continuò la sua carriera sempre in formazioni britanniche, vincendo il titolo nazionale, la Eastbourne-Londra e e il Tour of Delyn. Alcuni siti gli accreditano anche cinque successi di tappa al Herald Sun Tour 1981 in Australia, che ai tempi era una corsa di tre settimane. Né Gualdi né Magrini furono alla fine convocati per i Giochi Olimpici: di Mario Gualdi non risultano risultati tra i professionisti, mentre Riccardo Magrini sarà capace di vincere tre corse, di ben altro peso però rispetto a quelle di Nickson: il Giro della Provincia di Reggio Calabria, una tappa al Giro d’Italia a Montefiascone e una al  Tour all’Île d’Oléron.

 

 

Foto in evidenza: ©The Flying Wheel