Quando Froome accese il Mont Ventoux

La salita del Tour 2013 ha lanciato Chris Froome tra le stelle.

 

Mont Ventoux, il monte ventoso. Con i suoi 1912 metri è la montagna più alta della Provenza. C’è chi lo ricorda per il suo paesaggio lunare, chi per l’osservatorio meteorologico situato in vetta e chi, come noi, per le celebri lotte a colpi di pedale avvenute nella storia del Tour de France. Inserito per la prima volta nel 1951, il “Monte Calvo” ha, fin da subito, emozionato gli appassionati con ricordi indelebili: la vittoria di Pantani del 2000 e quella di Froome del 2013 sono impresse nella mente di chiunque abbia seguito le due tappe.

Una delle immagini simbolo del ciclismo contemporaneo: Froome a piedi sul Mont Ventoux nel Tour del 2016. 

È stato proprio qui, lungo le arcigne rampe di questa salita, che il keniano bianco diventò famoso per le sue frullate. Ma non solo. Nel 2016, lo stesso atleta, in maglia gialla, decise di abbandonare la bici a bordo strada, causa rottura del mezzo, e iniziare a correre a piedi verso il traguardo: un’immagine eloquente quanto unica nel suo genere. Così come unica e, allo stesso tempo, suggestiva, era la facilità di pedalata con cui il campione britannico si rivelava al mondo tre anni prima. Lassù, in quella parte di impero di Eolo, dove i venti sferzavano i crinali, il vortice creato dal fluido movimento dei suoi scarpini spazzava via tutti gli avversari.

Era il 14 Luglio 2013 e la frazione, la numero quindici, portava i corridori da Givors al Mont Ventoux. La tappa più lunga del Tour, con i suoi 242 km, era anche la più attesa: strada quasi pianeggiante per 221 km che improvvisamente si impennava negli ultimi 20 km. Una pendenza media del 7.5% con punte al 10% e un dislivello di circa 1600 metri: una rampa di lancio verso lo spazio.

Com’è logico aspettarselo, in una tappa così c’è sempre qualcuno che tenta l’impresa partendo da lontano. A crederci più di tutti, quella domenica, erano in nove: Alberto Losada Álguacil, Wout Poels, Christophe Riblon, Sylvain Chavanel, Pierrick Fédrigo, Daryl Impey, Jérémy Roy, Markel Irizar Aranburu e un insolito Peter Sagan, in fuga per arrivare entro tempo massimo o per conquistare ulteriori punti per la maglia verde che indossava, oppure semplicemente perché aveva deciso così. I fuggitivi provavano, in una corsa disperata, a guadagnare secondi preziosi, che avrebbero permesso, ad alcuni di loro, di provare a giocarsi la tappa. I piani della Sky erano però altri: sognava un finale galattico con protagonista Chris Froome, la maglia gialla. I chilometri passavano e il gap tra il drappello in avanscoperta e il gruppo principale diminuiva sotto la spinta degli uomini in nero. Quattro minuti, tre minuti, due minuti. “Troppo poco. Troppo poco il vantaggio per arrivare in cima senza essere raggiunti. Troppo poco”: ci immaginiamo come una frase di questo genere potesse risuonare nella testa di Chavanel. Lui che di tappe al Tour ne aveva già vinte tre e che prima di ritirarsi ha partecipato a diciotto edizioni dell’amata corsa francese, lui che aveva il cuore a forma di Francia e il sangue tinto dei colori nazionali, lui che sulla strada era sempre l’ultimo a mollare, quel giorno, il 14 luglio, non poteva arrendersi. Doveva farlo per sé stesso ma anche per la sua patria: era un dovere morale nei confronti di tutti i suoi connazionali scesi in strada in quel giorno di festa nazionale. La folla lo spingeva, il ritmo incalzante del gruppo alle sue spalle pure: Chavanel seguì il suo istinto e lungo la discesa che precedeva il gigante della Provenza allungò.

Chavanel in fuga sul Mont Ventoux ©https://cache.20minutes.fr

La lunga salita era iniziata e il team Sky procedevano imperturbabili. Come uno schiacciasassi avanzava macinando chilometri lungo l’asfalto rovente raggiungendo pezzi di una fuga non riuscita: li assorbiva, li sgretolava e intanto spianava la strada per il suo capitano. Sagan ovviamente, non ci stava, o meglio, preferiva divertirsi un po’ prima di essere definitivamente risucchiato e sformato dal rullo compressore: un’impennata su una ruota con il manubrio tenuto da una mano sola rendeva più lieve la sua fine e strappava sorrisi al pubblico. A crederci fino alla fine erano Chavanel, al comando con la maglia slacciata, seguito a 45 secondi da altri due temerari: il francese Riblon e lo spagnolo Irizar, guarito da un tumore ai testicoli nel 2002 e tornato in sella dopo aver vinto una corsa certamente più dura di quella che stava disputando nella torrida giornata del Tour. Mancavano 15 chilometri e il gruppo distava 1’20” dalla testa della corsa.

Mentre Kanstantsin Siutsou finiva il suo compito a favore del capitano della Sky e si spostava, la Movistar prima e la Omega Pharma – QuickStep poi guidavano il gruppo tentando di ridurre la concorrenza e preparare l’attacco dei rispettivi capitani. Personaggi illustri come Andy Schleck, che avrebbe concluso malamente quel Tour (ventesimo a più di trentacinque minuti dal podio), perdevano contatto e lasciavano spazio ai proprio compagni di squadra: Jan Bakelants dava la prima stoccata e raggiungeva Irizar che concedeva il suo supporto solo per qualche metro. Dopo una giornata in fuga, il basco della RadioShack – Leopard decideva che per lui era tempo di procedere del suo passo, quindi si metteva a bordo strada, riduceva la velocità ed intanto estraeva una banana dal taschino: una magra ricompensa per le fatiche del giorno. Bakelants fu seguito poco dopo da Mikel Nieve: i due avevano appena ripreso lo stoico Chavanel, quando Nairo Quintana si alzava sui pedali e si lanciava all’assalto. L’azione del colombiano, che alla partenza da Givors occupava l’ottava posizione a 5’18” dal leader, non piaceva però a Chris Froome, che decideva di piazzare Peter Kennaugh in testa al gruppo per ricucire il distacco. A dieci chilometri dalla vetta si formava la coppia Nieve – Quintana al comando; Cadel Evans in maglia BMC aveva già perso le ruote dei migliori, Bakelants veniva ripreso dal plotone della maglia gialla, Froome era scortato da due compagni e Alberto Contador scalpitava. La miccia era già accesa ma la gara era pronta ad esplodere come una supernova.

Le ultime pedalate per Froome in Maglia Gialla ©https://keyassets.timeincuk.net/

Richie Porte prendeva il posto di un esausto Kennaugh, imprimeva un ritmo pazzesco e il gruppo perdeva elementi: atleti esausti cercavano invano di rimanere il più possibile attaccati a quel treno maledetto. Il caldo opprimeva i corridori. Alcuni cercavano sollievo prendendo bottiglie d’acqua dai tifosi lungo la strada e se le rovesciavano addosso. Un fugace rinfresco per membra e muscoli. Il cuore pulsava, il ritmo era infernale, più incandescente dell’asfalto che scorreva sotto le loro ruote. Il numero di vagoni si riduceva visibilmente: Talansky, Bardet, Martin e Kwiatkowski, che quel giorno vestiva la maglia bianca di miglior giovane, non reggevano e cedevano per primi. Poi Gesink, Valverde e Rodríguez, seguiti senza indugio da Fuglsang, Ten Dam, Kreuziger e Mollema, rispettivamente sesto, quinto, quarto e secondo della generale. Ad uno ad uno, i migliori si chiudevano su se stessi. Chini sui propri manubri e svuotati di ogni energia procedevano stremati lungo l’erta, un’implosione di massa avvenuta in un lampo ad opera di un fiammata inesorabile.

Richie Porte aveva alzato la temperatura della corsa, già alta a causa del caldo torrido che attanagliava la Francia in quel giorno di festa. Era questo uno degli ingredienti necessari e fondamentali per la nascita di una stella. Tutti gli elementi attorno a Froome avevano ormai completato il loro processo di auto-combustione, tranne uno: Contador. Per fonderlo completamente serviva ancora un po’ di energia, ma il compagno dell’inglese non ne aveva più. Occorreva prendere in mano la situazione in prima persona. Il keniano bianco la prese di piede: seduto in sella alla sua bicicletta sprigionò, con una frullata, tutto ciò che mancava a completare la genesi di una “Gigante Gialla”. Il Pistolero si sciolse sotto quella scarica elettrizzante. La deflagrazione fatale era avvenuta secondo le tempistiche prestabilite: ripreso Nieve, mancava solo Quintana da raggiungere, abbrustolire e infine carbonizzare lungo gli ultimi 7 chilometri.

In pochi metri e con una facilità di pedalata mai vista prima, Froome si riportava sul colombiano. I due procedevano tra la folla che si apriva al loro passaggio come le onde al passaggio di un’imbarcazione. Infrangevano la nebbia creata dai fumogeni accesi da chi di ciclismo capisce poco o nulla. Forse per il fastidio di quel miasma, che deturpava la scena e produceva un ambiente ostile ai polmoni della maglia gialla, Chris decideva di disperdere lo smog con una sferzata di pedale. Nairoman però non cedeva. Il soprannome da supereroe lascia intendere che non era un avversario facile da eliminare: si aggrappava con tutte le forze al suo manubrio e procedeva imperterrito, come i triestini quando soffia la bora.

Dopo le prime scaramucce, i due decidevano di procedere di comune accordo. Mentre alle loro spalle, a circa 30”, si formava la coppia spagnola Contador – Nieve, davanti ai loro sguardi si apriva l’incredibile scenario del Mont Ventoux. La’ in cima, dove la vegetazione lasciava spazio ad un terreno brullo e sabbioso, sferzato dalle correnti, due ciclisti si studiavano cercando di captare chi avesse più fiato nei polmoni. La cassa toracica dell’inglese si riempiva e si svuotava ad un ritmo regolare, evidenziato dai dati forniti dal computerino montato sulla sua bici. Procedeva a testa bassa, con lo sguardo fisso sul misuratore di potenza e non si accorgeva dell’osservatorio astronomico che si stagliava sullo sfondo. Decideva di alzare gli occhi quando mancava un chilometro e mezzo al traguardo e accorgendosi della struttura si ricordava che lui era l’astro del giorno. I suoi compagni avevano realizzato le condizioni necessarie alla sua nascita, avvenuta qualche chilometro prima con uno scoppio di pedali, ma ora toccava a lui completare l’opera. Due parole scambiate via radio e poi via: la frullata. Folate da dietro, vento in poppa e sferzata al movimento centrale. Aria. Uno dei quatto elementi, che, unito ad un secondo, il fuoco ardente della stella in maglia gialla, sprigionavano una forza straordinaria. Il padrone del gigante della Provenza guardava stupefatto: Eolo non aveva mai visto nulla di simile avvenire nel suo regno.

Il passaggio sotto la flamme rouge segnava l’epilogo di una tappa in cui una cometa percorreva in solitaria l’ultimo chilometro nel territorio lunare. Tenuta sotto osservazione dagli scienziati presenti nella torre sulla cresta del “Monte Calvo”, la scia generata dal suo passaggio accendeva i cuori dei tifosi e lasciava terra bruciata alle sue spalle. Gli avversari erano stati spazzati via dal vortice originato da quella oscillazione stellare: pura energia in movimento. La maglia gialla tagliava il traguardo a braccia alzate e rafforzava la sua posizione di leader in un Tour che vincerà con 4’20” su Nairo Quintana. Il colombiano quel 14 Luglio perdeva 30”, ma recuperava due posizioni nella generale. “El Pistolero” invece crollava: perdeva la ruota di un brillante Mikel Nieve, giunto sull’ultimo gradino del podio di giornata, e veniva raggiunto e superato da Rodríguez. Purito riuscirà poi a ripetere la stessa impresa nella frazione dell’Alpe d’Huez, dove Froome andò in crisi: questa gli valse la terza posizione assoluta sui Campi Elisi davanti a Contador.

Fu una tappa galattica. Durante i giorni successivi, i sospetti, le discussioni e le polemiche avvamparono. VAM, Watt, cadenza di pedalata: fisiologicamente impossibile secondo gli esperti. Nel giorno di riposo del 15 luglio i giornalisti intervistarono Froome ponendogli diverse domande riguardanti la prestazione del Mont Ventoux e tirando in scena un possibile caso di doping. La maglia gialla, nervosa e infastidita da questi commenti, lasciò la sala della conferenza stampa commentando con una frase molto diretta: “We’ve been working our asses off”, “Ci siamo fatti un culo così”. E, a giudicare dai risultati in corsa, il lavoro fatto dalla Sky aveva dato i suoi frutti: una settimana dopo, sotto un cielo stellato, Chris saliva radioso sul gradino più alto del podio illuminando la notte parigina. Un leggero venticello sollazzava il vincitore.

 

 

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