Quelle vittorie dal sapore particolare

Alla Tirreno-Adriatico 2013, Nibali stronca Froome e Contador sui muri fermani

C’è stato un periodo negli anni duemila in cui la Tirreno-Adriatico vinceva il confronto con la Parigi-Nizza, sua sorella francese. C’è stata una volta in cui i migliori atleti da corse a tappe si sfidavano sui muri del centro Italia, dove la terra trema, e lo facevano a colpi di teatro fatti di attacchi, sguardi, parole, come uomini presi dalla strada e trascinati nello scenario di un racconto neorealista. C’è stato un momento in cui Vincenzo Nibali metteva tutti d’accordo, anche i detrattori più convinti, battendo sia Froome che Contador.

È l’11 marzo del 2013, sei anni fa: un’era geologica ciclisticamente parlando. Contador veniva da un periodo travagliato e si apprestava a vivere una delle peggiori stagioni in carriera, Nibali ancora non immaginava di riportare in Italia il Tour de France e veniva spesso accusato di sbagliare i tempi dei suoi attacchi, Froome solo in cuor suo pensava di vincere Tour a ripetizione. Sagan era poco più di un ragazzino, ma già sapeva emozionare con il suo fare guascone e la capacità di vincere su (quasi) ogni terreno e insieme a lui nasceva la stella di Kwiatkowski: bestia nera dello slovacco, sin dalle categorie giovanili. In gruppo c’erano ancora “Purito” Rodriguez ed Evans, Scarponi pedalava forte, Santambrogio in maniera stupefacente, Cunego si reinventava attaccante della prima ora e cacciatore di Gran Premi delle Montagne.

Quel giorno si parte e si arriva a Porto Sant’Elpidio. Meno di ventiquattr’ore prima Froome si prese la maglia azzurra a Chieti chiudendo insieme a Contador nel gruppetto alle spalle di Rodriguez, vincitore di tappa. Nibali, storicamente in difesa su determinati arrivi, perse quei nove secondi di troppo che gli fecero fare un passo all’indietro nei confronti dei suoi rivali diretti: terzo in classifica a venti secondi dal keniano bianco e con prospettive che sembravano allontanarlo dalla possibilità di bissare il successo dell’anno prima. O almeno così pensava chi conosceva le qualità del siciliano, solo in superficie.

Pioggia, freddo, diciotto muri. A guardare la cartina c’è da sentire lo stomaco in subbuglio, si guarda il cielo dal quale cadono gocce pesanti come un fardello, si indossa la mantellina e si parte poco dopo le tredici. Larga parte del gruppo spera che gli attaccanti, nati per scompaginare i primi chilometri di una corsa, oggi si siano svegliati con il piglio del buon samaritano.

Se qualcuno cerca la solidarietà, se ne vada altrove, il ciclismo non ha tempo da perdere dietro i buoni propositi e così che la tappa si accende subito provando a illuminare una giornata di pioggia torrenziale, che disegna margini autunnali attorno a un percorso da classica delle Ardenne. Il fitto elenco di corridori in fuga mette in mostra uomini di ogni genere ed estrazione. Ci sono profili duri da classiche dure, come Cancellara, Boom e O’Grady, ruote veloci come Vicioso e Impey, attaccanti nati come Selvaggi, corridori in rampa di lancio come Intxausti e leader del ciclismo italiano come Visconti, Nocentini e Cunego. C’è, tra gli altri componenti del gruppetto, anche un giovane e poco conosciuto al grande pubblico: Tom Dumoulin.

Sgretolati lungo i muri fermani, a poco più di quindi chilometri dall’arrivo, dei fuggitivi davanti restano solo Dumoulin e Intxausti che sembrano Crispino e Crispiniano, che zigzagando lungo i 350 metri del muro di Via dei Cocciari a Sant’Elpidio a Mare, cercano di superare un’agonia che sembra un martirio.

Il sole quel giorno non è mai sorto, l’acqua scivola lungo le canalette e rende viscida una strada che il libro della corsa segna con tratti fino al trenta percento di pendenza: roba da togliere la fede anche a un cacciatore di vampiri. Il gruppo è esploso e i corridori sembrano detriti che sfidano la forza di gravità.

Dumoulin non aveva ancora fatto breccia nel cuore di tifosi e addetti, anzi pareva quasi uno sconosciuto, Intxausti invece, dopo aver superato vicende difficili da narrare, mai avrebbe immaginato di vedere la sua carriera negli anni successivi sprofondare nell’oblio e il suo era un nome che spesso tornava interessante in questi percorsi. Mano a mano che salgono, lentamente, in modo asfittico, vengono inghiottiti dalla disinvoltura di un mostro conosciuto come Gruppo dei Migliori.

Contador prova ad alzarsi sui pedali, ma scivola: la ruota posteriore perde una, due volte l’attrito con la strada e mentre Nibali davanti attacca, lui è costretto a difendersi restando seduto, snaturandosi e perdendo contatto con il siciliano in maglia celeste Astana. Froome patisce il freddo, si blocca, boccheggia, si nasconde dietro mantellina e manicotti, trema per un non so, e davanti Nibali se ne va via, allungando in discesa con Intxausti, che nel frattempo aveva resistito scollinando per primo, Samu Sanchez e Sagan.

C’è ancora un ultimo strappo duro prima del traguardo; Nibali sembra spianare una montagna fuori categoria, Sagan ha la facilità di pedalata di quello che da lì a pochi anni avrebbe conquistato mondiali e grandi classiche, Sanchez e Intxausti saltano per aria, un altro spagnolo, Rodriguez, si attacca come può alla loro ruota. Dietro Contador ha l’orgoglio che contraddistingue gli uomini feriti e con un sussulto si difende, Froome non affonda, ma trova attorno a lui compagni e alleati che mettono un cerotto alla sua ferita.

Sul traguardo piombano in tre, Sagan vince la tappa, Nibali ribalta la classifica come tante volte gli sarebbe riuscito in carriera, fa sua la Tirreno-Adriatico difendendosi il giorno dopo nella cronometro finale.
Oltre cinquanta corridori ritirati, gente appesa alla bicicletta come metronotte che hanno alzato un po’ troppo il gomito, pioggia e freddo, distacchi da tappone dolomitico.

Quando pensate al siciliano e alle sue vittorie ricordatevi anche di questa corsa, di questa tappa, ricordatevi di quando quella volta attaccò, fece tremare la terra, spianò i muri fermani e si mise dietro in classifica Froome e Contador.

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.