Thomas De Gendt, tra Mortirolo e Stelvio

Tra Mortirolo e Stelvio arrivò l’impresa più bella di Thomas De Gendt.

 

 

«Se dovessi fare una sintesi, direi che per il 50% delle corse sono un gregario e per il restante 50% sono una sorta di lupo solitario».

Che si muova in branco o in perfetta solitudine, il lupo è un temuto e affamato predatore che, adattandosi ai più variegati e ostili contesti ambientali del pianeta, ha saputo stanziarsi e svilupparsi in diversi continenti e a quasi tutte le latitudini dell’emisfero boreale. La sua presenza è attestata anche in un santuario naturalistico protetto come il Parco Nazionale dello Stelvio, il cui ecosistema offre un terreno fertilissimo per la sua sopravvivenza e per le sue fameliche scorribande. È proprio durante queste lunghe ricerche per provvedere al proprio sostentamento che il lupo mette notoriamente in risalto quelle che sono le sue principali qualità: un fine udito, un olfatto sensibilissimo e un implacabile cinismo quando si tratta di dare il colpo di grazia alla preda designata.

Il 26 maggio 2012, sfruttando con abilissima maestria tutte queste doti, è andata in scena una delle battute di caccia (parzialmente) in solitaria più memorabili della storia, personale e non, di un lupo solitario un po’ particolare, uno che alle peculiarità tipiche di questo animale aggiunge una straordinaria e umana abilità nella guida della bicicletta. Un lupo un po’ bizzarro, dunque, uno che da quel giorno (e negli anni successivi) si è fatto conoscere per le lunghe sgroppate col vento in faccia, l’allergia ai gruppi numerosi, un’attrazione inconscia per l’epico e il passo potente e indomito, caratteristiche proprie di un esemplare di “orridore-lupo unico nel suo genere come Thomas De Gendt.

©Amantes del Ciclismo, Twitter

Già prima di quella memorabile giornata italiana, in realtà, il belga di Sint-Niklaas aveva avuto modo di lasciare la sua zampata tra i grandi del pedale andando a segno in cinque occasioni nei due anni successivi al suo arrivo tra i professionisti. Dalla prima vittoria nella quarta tappa del Giro di Vallonia fino alla frazione alla Parigi-Nizza del 2012, passando attraverso altri successi di peso come quelli al Giro di Svizzera, al Circuit de Lorraine e ancora alla “Corsa del Sole” (tutti nel 2011), il corridore fiammingo è subito riuscito a mettersi sulla mappa denotando un marcato spirito di evasione e una certa propensione a imprese sfiancanti, specificità che più di tutte spiegano e stanno alla base di questi suoi primi trionfi ottenuti tutti al termine di lunghe fughe solitarie o sprint ristretti vinti su qualche altro coraggioso di giornata.

De Gendt, dunque, non arriva al Giro d’Italia del 2012 da perfetto sconosciuto, ma certamente non viene additato tra i principali favoriti per la maglia rosa: come avrà lui stesso modo di dire dopo aver terminato il suo secondo grande giro della carriera, «non sono uno scalatore, ma so soffrire», ha «un buon occhio per capire quando sferrare la sua azione» ed è un amante del rischio («se non rischi non saprai mai quanto lontano puoi arrivare»). Può quindi, tutt’al più, considerando la sua attitudine alle fughe da lontano, inserirsi nel solito ampio ventaglio di nomi che potrebbero far loro un traguardo parziale. Di certo, in pochissimi sanno che il lupo negli ultimi mesi ha riservato particolare attenzione alla propria alimentazione, perdendo tre chili; e altrettanto pochi sono a conoscenza del fatto che i territori della Cima Coppi della Corsa Rosa 2012 sono luoghi ampiamente conosciuti da lui, abituato a scorrazzare in sella alla sua bici per quei monti e a risiedere nelle valli adiacenti durante le settimane di ritiro in altura trascorse da quelle parti negli anni precedenti.

Ad ogni modo, al via da Herning (la partenza più a nord di sempre nella storia delle grandi corse a tappe) lui e la sua Vacansoleil-DCM non hanno particolari ambizioni, se non quelle di provare a far bene e cogliere le eventuali opportunità che la strada può offrire. De Gendt, dopo il Tour de France dell’anno prima chiuso in crescendo (quinto all’Alpe d’Huez, terzo nella crono di Modane), prova fin dalle prime battute a seguire il passo dei big reprimendo i suoi istinti bellicosi e i risultati sono discreti, dato che difficilmente esce dai primi trenta di tappa e al termine delle prime due settimane di gara ha già collezionato due ragguardevoli piazzamenti (quarto a Lago Laceno, nono a Cervinia) alle spalle di rivali sulla carta ben più quotati di lui. A questo punto, alla stregua di quanto accaduto alla Grande Boucle 2011, nella terza settimana del Giro il belga sale decisamente di colpi e parallelamente, tappa dopo tappa, aumentano le sue ambizioni: il nono posto a Cortina (a 1’22” da Purito Rodríguez) e il successivo undicesimo a 1’34” da Kreuziger nella frazione di Pampeago lo portano a conquistare una posizione stabile (8° a 5’40”) tra i primi dieci alla vigilia dell’ultimo tappone di montagna antecedente la cronometro conclusiva di Milano.

©Ainara Hernando, Twitter

Il tracciato della Falzes-Passo dello Stelvio di 219 chilometri prevede in serie Passo del Tonale, Aprica, Teglio e Mortirolo prima della lunga ascesa conclusiva al valico automobilistico più alto d’Italia. È una tappa a cui De Gendt, viste le passate frequentazioni della zona, tiene e può chiaramente aspirare considerata la condizione in crescita palesata negli ultimi giorni, un fattore che anche la squadra spera possa essere determinante per permettere alla compagine belga di non tornare a mani vuote dal primo grande giro della stagione. Il profilo altimetrico, la durezza delle salite e la distanza da percorrere, però, fanno fisiologicamente paura e anche il corridore fiammingo, come ammetterà poi, lo è nelle ore immediatamente precedenti la partenza.

A spaventarlo, in particolare, è l’ascesa al Mortirolo prevista dal versante di Tovo di Sant’Agata, non il più duro ma indubbiamente sempre poco agevole. L’obiettivo per lui è quello di risparmiare più energie possibili in vista dello sforzo intenso da sostenere proprio lungo le pendici di quell’erta, in modo da avere poi più chance da giocarsi nell’ultima e decisiva parte della tappa. Quest’idea, tuttavia, è spesso più facile a dirsi che a farsi, visto che anche quella mattina l’avvio è garibaldino e si comprende presto che le possibilità di risparmiare le forze saranno davvero poche. Tuttavia, per fortuna sua e del suo team, lungo le temibili rampe della scalata valtellinese il coraggio e la determinazione del lupo iniziano a scavare dentro l’animo e le gambe dell’atleta della Vacansoleil e, soprattutto, arriva il fondamentale aiuto da parte di un altro membro del branco belga, vale a dire Matteo Carrara.

Stando agli ordini di squadra, il valevole atleta bergamasco avrebbe dovuto affiancare De Gendt lungo la prima parte della tappa per supportarne le necessità e aiutarlo a rimanere coperto in ottica Mortirolo-Stelvio. Sennonché, supportato da una condizione eccellente, negli animatissimi chilometri iniziali il nativo di Alzano Lombardo opta per un rapido e improvviso cambio di programma, infilandosi nella prima azione di giornata senza collaborare e potendo quindi preservare le forze per fornire un sostanziale aiuto al proprio capitano più avanti. La mossa si rivela azzeccata.

©Amantes del Ciclismo, Twitter

Con un tempismo perfetto, infatti, la fuga di cui Carrara fa parte viene progressivamente ripresa dal gruppo dei big di classifica lungo il Mortirolo, laddove De Gendt prima resiste agli attacchi di Rodríguez e poi, metro dopo metro, risale posizioni accorgendosi di stare sempre meglio, o quantomeno non peggio dei vari Hesjedal, Scarponi e Basso affianco a lui, tutti impegnati nella lotta per strappare il primato dello spagnolo e conquistare un posto sul podio. Avvicinandosi alla vetta il belga sgomita, la sua azione si fa potente e dalla testa del plotone finalmente sente che può fare la differenza: la mentalità da predatore sta prendendo sempre più possesso del corridore in maglia biancoblù. È allora che, provvidenziale, arriva il contributo di Carrara, che vedendo arrivare il proprio capitano digrigna la mascella, si mette a fare il ritmo e finita la propria trenata lo lancia letteralmente tra due ali di folla in visibilio.

Nonostante l’azione del fido scudiero italiano, al gran premio della montagna il vantaggio di De Gendt sugli inseguitori è però nell’ordine di qualche decina di secondi; e, come se non bastasse, sono ancora diversi gli uomini della fuga del mattino che devono essere riacciuffati. Per il belga, improvvisamente immerso in un limbo, è un momento chiave: provare comunque a dare tutto e buttarsi aggressivamente in discesa in cerca dei primi o lasciarsi riprendere dal gruppo e giocare le proprie carte più avanti? Messo davanti a questo cruciale bivio, il fiammingo sa che le possibilità di vittoria diminuirebbero in uno scontro frontale sullo Stelvio contro i big; ma soprattutto, da buon osservatore, ha notato che nessuno dei favoriti per la vittoria finale ha gregari con sé da poter eventualmente impiegare nei 25 chilometri di vallata in leggera ascesa tra Grosio e l’inizio del totem valtellinese. Non solo: a farlo propendere per l’azione immediata e nell’investimento subitaneo di tutte le proprie energie nel tentativo di attacco, accorre nuovamente in suo aiuto un encomiabile Matteo Carrara, che rientra sul suo capitano all’inizio della discesa e si mette immediatamente a pennellare con e per lui tutta la picchiata.

Dietro, seppur consapevoli di come gli eventi e l’inerzia stiano girando a favore del belga, non si preoccupano più di tanto: riguadagnata la statale, i leader della generale si rilassano, mangiano, recuperano e nel frattempo, in maniera decisamente imprudente, sottovalutano l’azione in cui si sta cimentando l’ottavo della generale. De Gendt, da fine lettore della corsa, come in occasione dei suoi precedenti successi, ha dato ancora una volta prova della sua abilità nell’interpretazione dello scenario di gara e intanto, trainato dalla potente locomotiva bergamasca che lo protegge dal forte vento nel fondovalle, si avvicina rapido e implacabile alla testa della corsa occupata in solitaria dal vincitore dell’ultimo Giro di Lombardia, Oliver Zaugg.

©Bianchi Benelux, Twitter

Per lo svizzero sono gli ultimi chilometri al comando della gara: anche quando la spinta vigorosa e tenace di Carrara di esaurisce, nel gruppo degli inseguitori (in cui vi sono anche Amador, Serpa, Kangert e Cunego, mentre Losada e Damiano Caruso si sono fermati ad aspettare i rispettivi capitani), De Gendt trova un insperato e prezioso aiuto dal duo della Euskaltel-Euskadi composto da Mikel Nieve (che come il belga nutre speranze di vittoria) e soprattutto Ion Izagirre, che in maniera forsennata si mette al comando del drappello. Qualche chilometro più indietro, pure il gruppo degli uomini di classifica si è rimesso in moto sotto i colpi degli uomini Garmin, i quali sono riusciti a impostare la velocità di crociera ed a evitare che il gap dai fuggiaschi assumesse proporzioni preoccupanti.

A 30 chilometri dall’arrivo Zaugg viene dunque ripreso e la contesa torna ad assumere connotati semplici e lineari: un gruppo di temerari davanti e il plotone dei primi della classe ad inseguire a poco meno di 4 minuti di distanza, un vantaggio ancora potenzialmente colmabile. A questo punto è chiaro: tutto si deciderà lungo l’infinita salita finale, vero e proprio spartiacque non solo per capire a chi andrà una prestigiosa vittoria di tappa, ma anche per stabilire chi vincerà o rientrerà nel novero dei papabili vincitori del 95° Giro d’Italia.

L’ultima ascesa per i fuggitivi inizia a Bormio dopo aver già percorso 198 sfiancanti chilometri. Davanti a loro ne restano ventidue e mezzo, uno sforzo di circa 65-70 minuti in cui i sette di testa possono cominciare a cimentarsi con 3’57” di vantaggio sugli inseguitori. All’innalzarsi delle prima rampe, quelle che conducono i corridori fuori dall’abitato della cittadina sondriese, è subito De Gendt a prendere in mano le redini del gruppetto impostando un passo regolare ma sostenuto che solo Nieve, ogni tanto, riesce a mantenere alto con qualche cambio. Il lupo ormai è entrato definitivamente nel suo territorio di caccia: conosce curve, rettilinei, rocce, torrenti e gallerie («l’ho scalato venti o trenta volte», dichiarerà poi) e ha già anche inquadrato la preda di giornata, ossia quella linea bianca posta a 2757 metri d’altitudine.

Negli ultimi 40 chilometri, avvicinandosi all’obiettivo, la sua fame è cresciuta progressivamente costringendolo in fretta a mutare e a impiegare tutte le doti in suo possesso: sul Mortirolo ha sentito per un attimo il rumore delle stilettate di Purito schivandole brillantemente, e in particolare ha fiutato l’immobilismo che avrebbe contraddistinto la condotta di gara dei big lasciandogli spazio; nella vallata successiva ha iniziato a udire il richiamo maestoso dello Stelvio e ha respirato a pieni polmoni l’aria dell’imboscata. Ora la strategia di caccia prevede una lunga rincorsa (che molti altri predatori non sanno sostenere) e poi trovare il momento ideale per sferrare un paio di morsi letali in grado di tramortire la vittima e farla sua.

©Giro d’Italia, Twitter

Fedele a questo strategico piano, quando mancano 17 chilometri all’arrivo De Gendt sfodera il primo morso e accelera, frantumando le speranze di quasi tutti i rivali con lui nel gruppo di testa. Gli resistono solo Nieve (che rinviene agilmente su di lui) e a un centinaio di metri, tramortito ma non azzoppato, un fiero ma più legnoso Damiano Cunego. Quando, poco dopo, chiede un cambio al basco ricevendo risposta negativa, capisce di essere davvero lui quello più brillante e con più forze per non mancare all’appuntamento con la vittoria in cima alla salita. Conscio dello stato delle cose, il belga allora rifiata un attimo, prende un sorso dalla borraccia e a bocca aperta assorbe quell’ossigeno che sta diventando più rarefatto ogni minuto che passa. Non si preoccupa affatto di ciò che sta accadendo alle sue spalle e di come prima Stetina e poi Vandevelde (entrambi in fuga dalla mattina) stiano ora sferzando il gruppo dei favoriti in supporto di Ryder Hesjedal, ma senza assolutamente dare a quest’ultimo la possibilità di metterlo nel mirino.

In testa, invece, dopo 3 chilometri di ostinata resistenza, gli sforzi di Cunego vengono ripagati e il veronese si riaccoda ai due al comando, dove De Gendt non ha mai abbandonato la prima posizione. Con quel senso di teatralità che spesso ha accompagnato e accompagnerà ancora le sue imprese, il belga allora capeggia e trascina il trio in una delle tante gallerie che contraddistinguono la salita; e lì, lontano dagli sguardi indiscreti delle telecamere e mentre i commentatori televisivi profeticamente affermano che «sta correndo la gara della vita», azzanna crudelmente i due rivali e dall’altro capo del tunnel esce spavaldo e in solitaria. Il corridore della Vacansoleil avanza con passo autoritario, rilancia con forza la bici e la smorfia di apparente sofferenza di qualche chilometro prima ha lasciato il posto a un ghigno determinato.

In breve, gli ultimi ostacoli che avrebbero potuto inframezzarsi tra lui e la vittoria si fanno sempre più lontani e l’unica sua preoccupazione diventa quella di spingere gestendo le energie per evitare di arrivare senza forze e senza fiato nelle ultime centinaia di metri. Nei chilometri seguenti, quindi, abbandona via via la compostezza, spinge con le spalle, chiede lumi all’ammiraglia per tenere sotto controllo la situazione e si toglie anche gli occhiali per vederci meglio. Il suo sguardo poche volte è volto all’indietro, più spesso invece è incollato davanti al proprio tubolare e alle decine di metri che lo precedono: andare a caccia sullo Stelvio non ammette errori, incertezze o debolezze. Lui ora non ne ha ma la fatica, con il suo elastico invisibile agganciato alla catena della bici, sta rendendo il suo avanzare sempre più difficoltoso. Nonostante questo, De Gendt riesce ancora a rilanciare e a spingere quando la salita si attenua un attimo introducendolo in uno scenario da brividi, gli stessi che cinque minuti dietro di lui provano Rodríguez e Hesjedal quando l’imperturbabile Vandevelde si sfila dalla testa del gruppo dei big: ora, a sei chilometri e mezzo dalla fine, il fiammingo è a quattro secondi virtuali dalla maglia rosa e sta seriamente ribaltando il Giro d’Italia.

©Amantes del Ciclismo, Twitter

Tocca al canadese, consapevole della pericolosità del belga a cronometro, farsi carico di rialzare il ritmo e iniziare a limare il ritardo dal corridore in testa. Con il suo passo sostenuto, il portacolori della Garmin impedisce ai diretti concorrenti di scattare e riprende facilmente anche i pochi audaci che invece tentano comunque di evadere dal suo gruppo. La sua azione, efficace e resa ancora più incisiva dall’aver potuto sfruttare il lavoro dei compagni in precedenza, sortisce i suoi effetti, tant’è che il distacco da De Gendt inizia a diminuire. In poche centinaia di metri la bolla col suo sogno rosa dunque scoppia (a fine tappa dichiarerà che «si aspettava l’accelerazione dei big» e che «prendere il simbolo del primato sarebbe stato difficile»), mentre resta intatta e molto concreta la possibilità di far suo un bottino prelibato come il successo parziale. Per questo il belga si piega sulla bici con tutto sé stesso, nonostante lo sforzo cominci ad appesantirgli le gambe e la stanchezza gli tiri il viso rendendo sempre più rigida la sua mascella.

Così prosegue De Gendt fino a poco più d’un chilometro dalla fine, quando la soddisfazione e la consapevolezza di essere ormai a poche pedalate dal successo rendono più leggera la sua espressione e gli consentono di scambiare un paio di sguardi a metà tra l’incredulo e il divertito coi tifosi a bordo strada, imperturbabili nell’incitarlo fin sul traguardo, dove al limite delle proprie forze il belga esibisce un ringhio liberatorio e suggella la conquista della preda ponendo la sua zampa (o meglio la sua ruota) su un’immobile e intonsa linea bianca.

I suoi lineamenti, poi, si distendono e mentre in televisione qualcuno urla «la più grande vittoria della sua carriera» (e forse lo rimarrà davvero), parte il conteggio dei minuti e delle posizioni guadagnate in una classifica che, alla fine, lo vede quarto a 2’18” da Rodríguez (a cui il giorno dopo Hesjedal sfilerà la maglia rosa), ma a soli 27” dal compianto Michele Scarponi. A lui, l’indomani in Piazza Duomo, De Gendt impedirà di salire sul podio piazzandosi quinto nella prova a cronometro e regalandosi così un risultato impronosticabile solo tre giorni prima: un posto nei primi tre di un grande giro, un qualcosa che al Belgio mancava dal 1995 (Bruyneel terzo alla Vuelta).

©Giro d’Italia, Twitter

A colpire, però, prima di arrivare nel capoluogo milanese, è lo sguardo con cui De Gendt circola tra giornalisti, miss e premiazioni nel dopo-tappa sullo Stelvio. Il suo, infatti, non è lo sguardo soddisfatto di un predatore che si è appena sfamato, ma ha una luce quasi dolce e serenamente compiaciuta. Sicuramente è lo sguardo di una persona lucida che infatti, pungolato dai microfoni, rivela come abbia rispettato il piano tattico e come abbia fatto in tutti i frangenti le valutazioni giuste. Talmente giuste che, ad un certo punto, ha rischiato di far suo un vello rosa ben più prezioso della vittoria di tappa. Pur non riuscendo in quell’intento, anni dopo De Gendt ha dichiarato che «in quelle tre settimane ha avuto la forma della vita» e che quella vittoria, la prima che rivivrebbe se potesse tornare indietro dato che la sua mente era oscurata dalla sofferenza, «ha cambiato tutto nella mia vita». Si può proprio dire, allora, che per quanto conquistare il primo posto della generale in quel modo sarebbe stato indimenticabile, al lupo (e agli appassionati di ciclismo) quella volta andò più che bene anche così.

 

 

Foto in evidenza: ©Justin Di Tommaso, Twitter