Giro d’Italia 2010: Carrara – Montalcino

Il sogno degli spettatori, l’incubo dei corridori: una tappa di fango.

 

Fu pressappoco nei Duemila che le Nazioni col monopolio assoluto sul ciclismo subirono uno scossone tremendo. Italia, Belgio e Francia (con incursioni olandesi, svizzere e spagnole) avevano da sempre vergato la Storia su passi alpini e pirenaici, sulle côtes delle Ardenne e sul pavé franco-belga. Di pari passo con la globalizzazione, anche il mondo delle due ruote esplose geograficamente in una babele di lingue e volti.

L’Est europeo, le Americhe, i paesi scandinavi, quelli anglofoni soprattutto, ecco il Mondo globalizzato che iniziava a reclamare un protagonismo sempre maggiore ai danni della Vecchia Europa, monumento delle due ruote.
L’Australia, già terra di antichi pistard del calibro di Sidney “Syd” Patterson fu tra le maggiori fattrici di tali splendidi cavalli di razza. E così ecco i Mc Ewen e gli O’ Grady, i Rogers, Simon Gerrans e tanti altri. Potere della mondializzazione.

Fino a un campione del Mondo, un cagnaccio coriaceo e arcigno che “piuttosto di scendere ci sarebbe morto sulla bici”. Parole sue, di Cadel Evans.

E forse fu per un bisogno inconscio di porre un argine al “nuovo”, o per una splendida coincidenza che ricordammo qualcosa del vecchio, del ciclismo dei pionieri. Quando il manto d’asfalto non aveva ancora soffocato il naturale fondo di ghiaia. E fu la terra di Siena dal colore rosso e dal sapore antico che intessette un filo tra le storie di pochi corridori eroici nati in un fazzoletto di Continente e questi nuovi cavalieri mondiali ‘emigrati’ qui per fare la Storia.

In principio fu l’Eroica, poi le Strade Bianche appunto, corsa di un giorno che nonostante la propria fanciullezza anagrafica rivaleggia ormai in splendore con le centenarie classiche del Nord. Un decennio fa la corsa senese compiva i primi passetti e il Giro ebbe la grande intuizione di proporre una frazione simile in terra identica.
2010: come nelle cavalcate sterrate del grande Fausto, si studia una tappa con partenza da Carrara e che dopo duecentoventi chilometri arrivi a Montalcino, tra vecchi poderi mezzadrili e filari, continui mangia e bevi. Sterro appunto, dove il tempo appare fermo e i corridori sono catapultati indietro.

Eppure mancava ancora qualcosa per rendere quella frazione indimenticabile, qualcosa che divenne palese nella notte di viglia, quando la volta stellata scomparve e l’orizzonte si ingrossò di nubi, promettendo ciò che gli innamorati del pedale vanno sempre sognando: leggenda e tragedia per i corridori, emozione per essi stessi (comodamente a casa), epos per “lo sport della terra”.

La tappa parte il quindici maggio quando il suolo toscano era già ingrossato dell’acqua che cadeva copiosa sui papaveri, il verde brillante delle foglie, i lecci che bordano gli stradottoli e sui corridori infine; e fu come un sogno, o un incubo per qualcuno: tutto verso metà gara si fece indistinguibile nell’uragano di primavera.

La Rosa di Nibali irriconoscibile, così le facce dei campioni di giornata. Un Cunego rinato e splendido secondo all’arrivo; il grimpeur Gadret, Arroyo, Vinokurov e le sue eclatanti espressioni di sofferenza, col suo volto spigoloso da kazako ormai liscio di pioggia e impaurito come quello di un bimbo.

Chilometri infiniti verso gli strappi finali di Poggio Civitella per corridori pesanti e logori, simili ai panni stesi alle finestre toscane, pregni d’acqua, plasmati dal fango, usciti, animali primordiali, dal fango.

Le mura della vecchia roccaforte senese mettono a termine il calvario, regalando la Rosa al kazako già citato e sfilandola dalle spalle di un Nibali incapace di contenere la mota sui dorsi d’asino delle strade sterrate e rovinato a terra. Una grande rimonta dell’indimenticato Michele Scarponi e un Ivan Basso attardato che però saprà far suo quel Giro nell’arrivo di Verona.

Il tutto per dovere di cronaca, anche se in fondo poco importa dell’ordine di arrivo a fronte di un giorno terribile, dopo la punizione e la gloria che la natura seppe regalare alla tappa toscana. Giusto la menzione della vittoria per ricordare Cadel Evans, con la maglia di campione del mondo a suggellare quel connubio geografico detto in principio: il nuovo dentro il vecchio. Corridori venuti dall’altra parte del mondo nelle strade antiche d’Italia che riportano al ciclismo dei pionieri; maschere di fango, freddo e bellezza infinita della Corsa Rosa.

Poiché, a proposito di alcune nebbie provvidenziali sulla scena, il grande regista Truffaut sosteneva che

alcune coincidenze atmosferiche andassero meritate, affinché lo spettacolo fosse perfetto.

Quel giorno sullo sterro senese, il grande cuore del Giro d’Italia si meritò con fango, pioggia e volti di guerrieri, una giornata destinata alla leggenda.

Foto in evidenza:  www.montalcinonews.com