Il corridore della morte: quando “Ritte” vinse il Fiandre ubriaco

“Oggi vi uccido tutti!” Sette luglio. Henri Van Lerberghe detto Ritte lo disse fra i bagliori del porto di Le Rochelle, col vento dell’atlantico a carezzare i corridori nell’estate del Tour de France 1913. Lo spirito indomito e gagliardo, spavaldo e sbruffone; la scelta di pestare il pedale l’aveva avuta da ragazzino; che poi le alternative al tempo erano trinciarsi le mani e bruciarsi i polmoni nelle miniere della Vallonia. O dissodare i campi ghiacciati delle Fiandre.

“Lo dirò sempre d’ora in poi”. Deve aver pensato, considerando che la frase gli aveva portato bene poiché trionfò in quella quinta tappa, con cento chilometri di fuga fino alla regione basca del Labourd. E così divenne “il pazzo”, “lo stupido pazzo”,  le coureur de la mort de Lichtervelde; ma quel tour non lo finì e alla settima dette forfait.

Va detto però che il suo pallino non era tanto la Grand Boucle quanto il pavé, piantato sulle strade del nord Europa da qualcuno più che per lastricare la terra, per vergare la storia di uno sport allucinato. Sempre nel ’13 del resto, ma in primavera, aveva suonato trecento chilometri di assolo, trecento mostruosi chilometri di fuga in terra fiamminga. Finì quattordicesimo al primo Giro delle Fiandre di sempre; ovviamente se lo legò al dito. Quel conto in sospeso prima o poi sarebbe stato saldato. Niente e nessuno gli avrebbe tolto il suo momento di gloria.

Nemmeno la guerra  che di lì a poco avrebbe incendiato l’Europa. Nemmeno “la corsa al mare” degli Imperi, la battaglia dell’Yser dove fu precipitato anche il soldato Van Lerberghe; e poi la Marna, che trasformò l’Europa in una tomba di fango. Le Fiandre erano in fiamme, mentre “il cavaliere della morte” voleva solo correre in bici e ucciderli tutti: mica i tedeschi, i corridori!

Ritte tornò al suo paese con quel tarlo della corsa, tornò come tornano i reduci: pallido, sporco, dimenticato, ma con l’animo non del tutto devastato e una fiammella di vita che ancora ardeva. Se l’era ripromesso, e quel giorno lo ridisse:

“Oggi vi uccido tutti!”

E nemmeno aveva una bici. Arrivò direttamente a Gand dal distretto militare; nessun problema, perché il “cavaliere” recuperò il suo cavallo di ferro dal cognato di un altro corridore. La sfida ormai era lanciata e Ritte ci aggiunse il carico: “Vi uccido tutti e vi vedrò arrivare uno per uno”. Gli altri risero a sentire le fanfaronate di quello spettro, ma a centoventi dal traguardo dovettero prenderlo sul serio. Ichtegem sull’altopiano di Wijnendale, un piccolo pendio in pavé: Henri Van Lerberghe ebbe l’intuizione della vita e dette biada ai propri demoni. Vide i campi dove ancora i cadaveri dormivano nella terra simili a tuberi; e ruderi di case rosse, paesi distrutti da crateri d’artiglieria fondi come i suoi ricordi. Ma il “pazzo” correva macinando chilometri.

Niente quel giorno poteva fermarlo. Un treno divelto a mezza rotaia gli sbarrò il passo: Henry prese la bici in spalla, montò sul vagone, lercio da capo a piedi, coi passeggeri attoniti a fissarlo, ridiscese dal predellino e ripartì dall’altro lato della strada. Di nuovo verso macchie di polvere e mattoni. Van Lerberghe continua, continua; e questa storia cresce come i chilometri di fuga e il suo vantaggio; pian piano esonda e si fa leggenda, mito. Una storia che lo vuole fermarsi in un’osteria di un vecchio commilitone per mangiare qualcosa. E poi in un pub nei pressi dell’arrivo. Una, due, tre pinte. Ritte è ormai ubriaco marcio, mentre gli giungono le grida del direttore sportivo che gli intima di rimontare in sella. Infine il traguardo tra le case bianche, ma Henry sbaglia cosicché viene rincorso per un chilometro dalle grida della gente, finché non torna indietro.

Finalmente il velodromo di una vecchia Gand sonnolente, dove solo un anno avanti marciavano gli scarponi del Kaiser. “E’ arrivato il primo corridore!” Si urla dai megafoni. Ormai è un trionfo. Ritte ubriaco sale sul palco dopo un’ulteriore birra:

“Potete andare tutti a casa perché il secondo è a mezza giornata da qui!”

Così i ricordi si mescolano alle cronache e ai sogni, col ciclismo che ci dà in pasto le sue storie colme di uomini e terra, gloria, fango, echi di guerra. Perché è bello immaginarsi le facce incredule delle signore sul treno quando “il cavaliere della morte” lo attraversa per poter riprendere la sua cavalcata. Ed è bello l’omaggio della Ronde, quando nel 2002 passò dal suo paese natale, Lichtervelde, per omaggiarlo; allora nella piazza fu costruita un’impalcatura, un arco proprio a forma di vagone dove da sotto fecero passare i corridori.

Ed è strano pensare al commilitone che gli servì da mangiare, alle pinte bevute, alla strada a sterro, la folla, alla bici che il cognato di un ciclista sconosciuto raccattò, magari da una vecchia cantina, un rottame che quel giorno avrebbe scritto una pagina incredibile di storia dello sport. Infine Ritte che vince la corsa sfilando pencolante sul velodromo, come un bambino impacciato che impara le prime leggi dei pedali. Eppure pescando in questo baule fiammingo, di una cosa siamo certi, ovvero che il secondo, Léon Buysse, fratello del più celebre Marcel, giunse a un quarto d’ora, una mezza giornata davvero in termini ciclistici, tanto che resta il più grande divario nella leggendaria storia della Ronde Van Vlanderen. Del resto lui l’aveva detto che quel giorno che li avrebbe ammazzati tutti. Era il Giro delle Fiandre di cento anni fa.

Foto in evidenza: ©CyclingTips.com