Ahmad Badreddin Wais, in fuga dalla guerra

Ahmad Badreddin Wais, dalla guerra siriana ai campionati del mondo.

 

 

Sessantesimo a Bergen, a quasi undici minuti da Dumoulin; cinquantatreesimo a Innsbruck, a quindici minuti e mezzo da Dennis; cinquantesimo ad Harrogate, i minuti di distacco da Dennis quella volta furono quasi quindici: questo è il ruolino di marcia di Ahmad Badreddin Wais, ciclista siriano nato ad Aleppo il 15 gennaio 1991, nella cronometro individuale dei campionati del mondo 2017, 2018 e 2019. A Bergen riuscì a mettersi alle spalle due atleti del Pakistan e due di Singapore; a Innsbruck, invece, toccò ai rappresentanti di Indonesia, Hong Kong e Isole Vergini. Ad Harrogate, infine, un mezzo capolavoro: tra i sette corridori arrivati alle sue spalle, infatti, c’era anche Grosu, atleta rumeno di buon livello che corre nella NIPPO DELKO One Provence, una Professional. Tuttavia, a quel punto della sua vita, Ahmad Badreddin Wais si era già lasciato alle spalle i rivali più ostici della sua vita.

Quando, nemmeno molti anni fa, scoppiò la guerra che dilania la Siria tutt’oggi, Ahmad Badreddin Wais era uno studente universitario in quel di Damasco. Studiare non gli interessava così tanto, ma la prospettiva di ritardare il servizio militare obbligatorio era troppo allettante: tre suoi amici, peraltro, servendo l’esercito avevano trovato la morte. No, la situazione siriana stava diventando insostenibile e pericolosa: Wais voleva fuggire. Facendo parte del circuito della nazionale, nessuna autorità siriana si sarebbe insospettita vedendolo viaggiare qua e là. In Siria non è mai più tornato, non vede la madre, la sorella e i due fratelli da sei anni. «Spero che la guerra finisca il prima possibile», dichiarò sul traguardo di Innsbruck. «Per poter continuare a sognare e ad allenarsi per qualcosa, ai giovani siriani serve la pace. A tutte le persone che non conoscono il mio paese voglio dire che in Siria non c’è soltanto la guerra. C’è anche molto altro: lo sport e la bicicletta, ad esempio». Wais scappò davvero, alla fine: per arrivare in Svizzera impiegò cinque mesi.

©Boomer Cycling, Twitter

La prima tappa andava da Damasco a Beirut, novanta chilometri in taxi. Poi, dopo due giorni, era di nuovo in viaggio verso la Turchia. Di lì, una barca con destinazione Atene. Non avendo né visto d’ingresso né documenti validi, Wais dové accontentarsi di un viaggio della speranza: duemilacinquecento euro e la paura di non arrivare. Per tranquillizzare la madre, la quale temeva di piangere un figlio morto affogato, Wais le ricordò che per qualche estate lavorò come bagnino: se la sarebbe cavata. Aveva ragione lui. Passato un po’ di tempo ad Atene, Wais decise di puntare finalmente verso Ginevra: i documenti fornitigli da un amico, costati parecchi quattrini, funzionarono e all’aeroporto di Atene lo fecero imbarcare senza problemi. Giunto in Svizzera, gli rimaneva soltanto da chiamare un amico siriano avvertito diverso tempo prima. Provò a chiamarlo, ma all’inizio non rispose. Dopo qualche tentativo rispose la madre, insospettita e impaurita. Il figlio le spiegò tutto e lei non riuscì ad opporsi. Dopo aver sbagliato classe nel treno verso Ginevra – l’ultima stranezza di un’avventura ai limiti del reale -, Wais poteva ricominciare a vivere la sua vita.

Non senza difficoltà, si capisce: non aveva un lavoro, non aveva una bicicletta, non conosceva la lingua. Col tempo, tuttavia, ha risolto tutto: è stato assunto in un supermercato, si è fatto spedire una bicicletta dalla Grecia e ha imparato la lingua, tant’è che adesso è fidanzato con una ragazza svizzera, Marlen Reusser, ciclista che milita nella Bigla-Katusha. La prima pedalata della sua nuova vita non la dimenticherà mai: d’inverno, nel freddo penetrante della Svizzera, con indosso una maglietta e dei bermuda, ché con sé non aveva altro. Pochi mesi fa, Wais ha lasciato il posto al supermercato: bisogna allenarsi, dice lui, per rincorrere i propri sogni. Il suo è quello olimpico, Tokyo 2020, che se tutto va bene sarà Tokyo 2021. I pochi mezzi a disposizione per prepararsi non lo spaventano: ai mondiali dormiva nei bed and breakfast, dato che gli alberghi non poteva permetterseli. Quando, sul traguardo di Bergen, gli chiesero le prime impressioni a caldo sulla cronometro, Ahmad Badreddin Wais si limitò a scrollare le spalle. «È stata dura, certo, ma io sono un atleta e un atleta può sopportare di tutto».

 

 

Foto in evidenza: ©Reuters UK

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.