Quella di Alan Marangoni è stata una carriera silenziosa, dignitosa e prestigiosa.

 

Alan Marangoni corre un rischio innocente: che il suo nome e tutto quello c’è dietro girino più adesso, grazie al canale italiano di GCN che cura in prima persona, rispetto a prima, quando su GCN poteva finirci soltanto come corridore, non come conduttore. Come detto, un rischio innocente: una giusta misura di popolarità non guasta mai, specialmente per chi mette la propria faccia davanti a una telecamera.

Se Marangoni venisse scoperto oggi, così suona meglio, sarebbe un peccato. Ha corso per un decennio e non s’è fatto mancare nulla: Giro d’Italia, Tour de France, Vuelta a España, Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix, Milano- Sanremo e così via. Tosatto, il modello a cui tendere, ha diverse partecipazioni e qualche gemma in più, “ma aveva un’altra cilindrata”, puntualizza Marangoni. E se, nonostante la sua carriera, Marangoni venisse scoperto soltanto oggi grazie a GCN, l’impressione è che non si indignerebbe: “Faccio una cosa che mi piace e mi pagano anche: c’è chi sta peggio”.

Non c’è stata una scintilla che ha incendiato la voglia di pedalare di Marangoni. È un fuoco che ha sempre avuto dentro, che lo ha riscaldato costantemente. “Mio padre lavorava coi giovani ciclisti, ne avevo intorno e in casa a decine tutti i giorni: non poteva andare diversamente”.

Sarebbe potuta andare diversamente al Giro d’Italia 2015, decima tappa: si arrivava a Forlì e c’erano cinque italiani in fuga. Marangoni, galvanizzato dall’aria di casa, andò da Busato e Malaguti, spine nel fianco del gruppo che in giornate del genere fanno comodo. Poi si aggregarono Gatto e Boem. Vinse quest’ultimo, “ma dopo il traguardo fu sincero: disse che se Malaguti non avesse fatto il buco, probabilmente avrei vinto io”, racconta Marangoni.

Anche la settima tappa del Tour de France 2013 sarebbe potuta andare diversamente per Sagan, se non avesse avuto quattro gregari pronti ad immolarsi per la sua causa. De Marchi, Sabatini, Moser e Marangoni tirarono il gruppo per centoventi chilometri, chiusero sulla fuga e Sagan vinse. “Mandammo in frantumi il plotone”, ricorda divertito Marangoni. “Il ricordo più bello della mia carriera da gregario”.

C’è stato, invece, un momento in cui Marangoni ha detto: basta. Al Giro di Svizzera 2018, “primo e ultimo che ho fatto: mi è bastato, in compenso”. Cadere durante la prima tappa non è mai un buon viatico: il miglior risultato, e allo stesso tempo l’unico possibile, è portare la carcassa all’arrivo e sperare di alzarsi il giorno dopo con qualche dolore in meno e un po’ di gamba in più. “Menomale c’era Sagan a farmi fare due risate: mi ricordò quando, alla Vuelta 2011, lo aiutai a vincere una delle tre tappe che conquistò quell’anno. Lo portai davanti a poche centinaia di metri dalla fine e lui fece il resto”.

Marangoni ha smesso perché non aveva più stimoli: né fisici, né mentali, né tantomeno economici. Perché si guarda anche il compenso, e quando soldi e chilometri quasi si equivalgono, allora forse andare avanti non conviene davvero. Nel 2016 era al Giro delle Fiandre, mentre la domenica del Fiandre dell’anno dopo la passò correndo il Giro di Thailandia. Sempre con la stessa dignità, che si trattasse di Sagan o di Nakane.

Marangoni, “anche se non si direbbe”, come afferma scanzonato lui stesso, legge abbastanza. Non è poco, e fa piacere. L’ultimo libro che ha letto, durante le ultime settimane in Oriente, è stato “L’ombra del vento” di Zafón, ciò che ha rincorso Marangoni per un’intera carriera.

Il suo autore preferito, però, è Guillaume Musso, che tra i tanti romanzi scritti annovera anche “L’uomo che credeva di non avere più tempo”: praticamente una biografia di Marangoni, che ormai pensava di dover scendere dalla giostra senza aver mai vinto e invece vince, e per giunta in solitaria, all’ultimo giro utile. È difficile non risultare banali in situazioni del genere. Lui parla di “regalo del destino o dell’universo: oppure, più semplicemente, un piccolo riconoscimento per quello che ho fatto”. Per quanto possa contare la mia opinione, riconoscimento un corno: nessuno gli ha riconosciuto nulla, ha dovuto mettersi in proprio e fare tutto da solo. E credo, direi sempre di più, che si finisce per assomigliare a quello che si legge.

 

Foto in evidenza: @Alan Marangoni, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.