Da Cipollini a Cavendish, dai trionfi alle delusioni: la storia di Petacchi.

 

Arrostito dal solleone che brucia la Versilia, Alessandro Petacchi fa i conti con la prima stagione balneare vissuta integralmente da tanto tempo a questa parte. Almeno vent’anni, quelli che ha passato in giro per il mondo col gruppo dei professionisti. Pur essendo nato a La Spezia e vivendo a Lido di Camaiore, Petacchi non ama il mare: lo guarda con distacco, accontentandosi di bivaccarci quando capita e quando ne ha voglia.

Abituato alla quotidianità che il professionismo impone, la lentezza delle giornate estive lo esaurisce: sente il costante bisogno di fare qualcosa, Petacchi. Per questo si dedica ai suoi pappagalli, inforca la bici e fa una girata, affianca Michele Bartoli come allenatore e preparatore. L’unica persona che riesce a trattenerlo sulla spiaggia è suo figlio, Alessandro junior, nato nel 2008. Adesso che si è ritirato, Petacchi senior ha tanto tempo da recuperare.

Dopo aver visitato l’ipotesi in varie occasioni, Alessandro Petacchi ha appeso la bici al chiodo nel maggio del 2015. Nel vero senso della parola: l’ha attaccata in garage e gli ci è voluta qualche settimana prima di tirarla giù e rimontarci. Era nauseato, doveva cancellare la parola “routine” dal suo orizzonte. La sua carriera, a dirla tutta, non è nemmeno finita così bene. I mesi precedenti erano stati una lunga passerella, intervallata da un paio di piazzamenti, che gli permettesse di arrivare con una forma quantomeno decente alla partenza del Giro d’Italia. D’altronde i patti erano questi: Angelo Citracca gli aveva chiesto un ultimo sforzo per fare da chioccia ai giovani della Southeast, in particolar modo a Jakub Mareczko, e lui aveva detto di sì.

Nel corso della ventesima tappa, però, la febbre e un malessere intestinale avevano presentato il conto: Petacchi stramazzò sotto il peso dei suoi quarantuno anni e mezzo e fu costretto al ritiro. Mise il piede in terra a metà del Colle delle Finestre, nel frattempo Landa e Aru tentavano invano di detronizzare Alberto Contador. Per doveri di sponsor, Petacchi avrebbe dovuto volare in Sudamerica per partecipare alla Vuelta a Venezuela: quella che, almeno sulla carta, era stata indicata come l’ultima corsa della sua carriera. Non partì nemmeno. “Non era il caso di fare un viaggio del genere se poi non si è in grado di poter garantire almeno un rendimento onorevole”, dichiarò schietto e con una punta d’orgoglio a La Gazzetta dello Sport. “Sono pur sempre Alessandro Petacchi”.

Alessandro Petacchi oggi. @Alessandro Petacchi, Twitter

Un velocista atipico

L’avvicinamento di Petacchi al ciclismo non ha niente di diverso da quello di tanti coetanei. Ha un occhio di riguardo per Saronni, passione ereditata quasi per osmosi dal padre. Più avanti si innamorerà di Bugno, apprezzando soprattutto la sua capacità di far sembrare facile persino gli sprint mondiali di Stoccarda e Benidorm, lui composto e irraggiungibile mentre gli altri si dannavano per uscire dalla sua scia. Che Petacchi sia portato per lo sport lo testimonia il titolo regionale che conquista nel nuoto. È robusto e potente, e, come rivelò in un’intervista a Emanuele Isaia, “sono sempre stato bravo a imitare. Se vedevo una cosa che mi interessava, provavo subito a rifarla”. A forza di vedere il gruppo in televisione e dalla strada, Petacchi decide di emulare: in poco tempo si accorge che gli viene molto bene.

Per quanto possa sembrare strano, e nonostante la maggior parte delle vittorie in carriera racconti altro, Alessandro Petacchi non è mai stato né si è mai sentito un velocista puro. Lui riconduce questa attitudine agli anni del dilettantismo, una categoria che in Toscana viene presa sul serio: raramente i percorsi sono semplici e per trovare una salita o una zona collinare basta un attimo. A lui rimaneva dunque una sola possibilità: stringere i denti quando le pendenze diventavano importanti e far valere il suo spunto veloce nelle volate a ranghi più o meno ridotti. Una tattica che paga. Petacchi, infatti, approda al professionismo nel 1996 con un biglietto da visita che non ammette repliche: nelle varie categorie attraversate, ha vinto almeno una corsa.

La continuità di rendimento che aveva caratterizzato la prima parte della sua carriera sparisce non appena Petacchi entra nel gruppo dei professionisti. Le prestazioni sono costanti e incoraggianti, ma la vittoria non arriva. Si sblocca solo al terzo anno, nel 1998, conquistando la sesta tappa del Tour de Langkawi, il Giro della Malesia. Per ritrovare un Petacchi vincente bisogna aspettare il 2000, la sua quinta stagione da professionista. È un Petacchi diverso, finalmente. Ha ventisei anni e la maturità fisica e mentale necessaria per far valere le proprie doti. Nel frattempo, consapevole che in volata era ancora acerbo, ha fatto un po’ di tutto: il gregario, l’apripista, l’attaccante. Si è costruito un bagaglio di esperienze e di conoscenze che, una volta capitano, gli permetteranno di sfruttare al meglio il lavoro dei compagni di squadra e di non mollare nelle giornate in cui la chance di buttarsi nello sprint andava conquistata con le unghie e coi denti.

Giancarlo Ferretti e Mario Cipollini, seppur in maniera diversa, sono state due figure importantissime nella carriera di Alessandro Petacchi. @Alessandro Petacchi, Twitter

Alessandro Petacchi si presenta alla partenza della Vuelta a España con la serenità di chi ha racimolato cinque vittorie tra giugno e agosto. E la prima al Giro d’Italia gli è sfuggita per un niente: solo Biagio Conte, infatti, lo ha preceduto nella tappa di Brescia. Dopo quattro stagioni con Bruno Reverberi, Petacchi ha trovato una sistemazione nella ditta di un altro anziano del ciclismo italiano: Giancarlo Ferretti.

Ferretti, per una consolidata abitudine, non va mai alla Vuelta. Però si tiene in contatto con la squadra, si fa sentire, dispensa più ordini che consigli. Si è accorto, ad esempio, che Petacchi sta attraversando davvero un ottimo momento e che merita di giocare le proprie carte. Dopo aver lavorato per Baldato nella prima frazione in linea, i ruoli si invertono: sarà Baldato a lanciare Petacchi. L’intuizione di Ferretti è giusta: lo spezzino centra due tappe, un secondo posto e altri quattro piazzamenti nei primi dieci. Nella classifica a punti è terzo, dietro a Heras e Lombardi.

Il 2001 è un anno avaro di successi (cinque, perlopiù in corse di secondo piano) ma ricco di indicazioni. Alla Gent-Wevelgem è quattordicesimo e il debutto al Tour de France è più che positivo: quarto nella classifica a punti e stabilmente nei primi dieci nelle volate di gruppo. La svolta definitiva nella carriera di Alessandro Petacchi arriva nel 2002. Esulta in dodici occasioni e quando non trionfa finisce a ridosso dei primi. Conquistata la classifica a punti della Parigi-Nizza, la sua stagione prevede il Giro d’Italia e la Vuelta a España.

Alla corsa italiana deve accontentarsi di tre podi di tappa, mentre a quella spagnola riesce a centrarne una, sfiorandone almeno altre quattro. È quarto nella classifica a punti del Giro d’Italia e secondo in quella della Vuelta a España. Quando si mette in testa al gruppo che sta percorrendo il circuito di Zolder, Petacchi ha ben chiaro nella sua mente cosa fare: mantenere alta l’andatura senza farsi prendere dalla frenesia, sorvegliare eventuali tentativi avversari e controllare la posizione di Mario Cipollini. Petacchi svolge un lavoro esemplare, lasciando strada a Lombardi, l’ultimo uomo, quando molti velocisti stranieri sono già al massimo delle loro possibilità. Il rivale più pericoloso Cipollini ce l’aveva in casa ed è stato fondamentale ai fini della corsa.

Interrogato su eventuali rimpianti, Petacchi ha sempre ammesso che agirebbe ancora secondo i compiti di squadra nonostante il campionato del mondo sia l’unica vittoria che gli manca. I corridori, comunque, non si giudicano dai risultati, ma dai fatti: Petacchi ha dimostrato di potersela giocare alla pari coi migliori sprinter del mondo. Il 2002 è il preludio ad un triennio impressionante.

Ale-Jet

Per diventare il velocista di riferimento, Alessandro Petacchi ha impiegato otto stagioni. L’ottava è quella buona, l’annata dove fa fruttare i consigli, gli errori e i piazzamenti raccolti in poco meno di un decennio. Il fisico imponente e l’accelerazione bruciante impediscono agli altri di anticiparlo, di resistergli, di superarlo, di toglierlo dalla ruota giusta nelle rarissime volte in cui il suo treno si smarrisce, lasciandolo da solo. Perché Petacchi è il finalizzatore implacabile di una squadra costruita appositamente per vincere le volate. Dal 2003 al 2005, lo spezzino è assistito da un’équipe di luminari. Ci sono passisti come Cancellara, Flecha, Petito e Bruseghin, vagoni che hanno le sembianze di Tosatto, Trenti, Pozzato e Loda, pesci pilota che rispondono al nome di Ongarato, Sacchi, Velo, Baldato. Petacchi è talmente umile e rispettoso dei compagni di squadra da scusarsi in caso di un secondo o di un terzo posto; loro, allo stesso modo, sono così fieri e orgogliosi di lavorare per un capitano del genere da non fargli mai pesare l’errore o la mancata vittoria. Magari ne sono già arrivate un paio nel giro di una settimana, probabilmente ne centreranno un’altra nei giorni successivi.

La Fassa Bortolo. @Alessandro Petacchi, Twitter

Dal 2003 al 2005, Petacchi accumula un bottino sensazionale di sessantotto vittorie, equamente distribuite nelle tre stagioni: ventitré nel 2003, ventuno nel 2004 e ventiquattro nel 2005. Ogni annata fa registrare risultati impressionanti, domini nelle grandi corse a tappe e, nel caso del 2005, anche una classica monumento. Pesando le vittorie, il 2003 è la miglior stagione della carriera di Alessandro Petacchi. Dopo una primavera brillante e una Milano-Sanremo nemmeno conclusa, conquista sei successi sulle diciassette tappe del Giro d’Italia alle quali partecipa. Va fuori tempo massimo nella diciottesima, quella di Chianale, ma l’exploit rimane. Oltre alle sei affermazioni, ci sono anche due secondi posti, tre terzi e un quarto: in dodici frazioni sulle diciassette prese in considerazione, Petacchi è tra i primi quattro. Deluso per non essere arrivato a Milano, inizia a balenare nella sua testa l’idea di andare al Tour de France, sperando che la gamba si mantenga. Restio ad una qualsiasi forma di abuso di potere, chiede a Ferretti se la Fassa Bortolo ha ancora un posto libero per lui. Ce l’ha, ovviamente: e Petacchi non si fa attendere. Alla seconda Grande Boucle della carriera, ottiene quattro successi nella prima settimana: considerando che l’inedita partenza da Parigi viene data con un prologo e che la quarta tappa è una cronosquadre, Petacchi conquista quattro vittorie su cinque tappe in linea. Nella settima, che celebra Virenque vittorioso a Morzine, il velocista italiano si ferma un’altra volta. Non sarà l’ultimo ritiro in un grande giro per Petacchi. Nella seconda parte della sua carriera tornerà più volte sull’argomento, rammaricandosi di non aver sempre avuto la forza mentale necessaria per resistere alle giornate più difficili e superare le crisi più violente. Il suo 2003, però, non è ancora finito: dato che il suo calendario prevedeva il Giro d’Italia e la Vuelta a España, decide di andare anche alla corsa a tappe spagnola. Stavolta arriva fino in fondo e la volata vincente di Madrid è la quinta in tre settimane. Alla Parigi-Tours deve inchinarsi a Erik Zabel ma è solo questione di tempo e il suo nome figurerà anche nell’albo d’oro della classica francese. In un’estate, Petacchi ha totalizzato quindici affermazioni nei tre grandi giri: è il primo ciclista della storia in grado di centrare almeno due vittorie di tappa in ognuna delle grandi corse a tappe nella stessa stagione.

Il 2004 è un’altra annata memorabile. I tre successi alla Tirreno-Adriatico lo rendono automaticamente uno dei favoriti per la Milano-Sanremo. Previsione giusta: Petacchi, infatti, chiude quarto dietro a Freire, Zabel e O’Grady. Al Giro d’Italia, invece, nessuno può contrastarlo: delle dieci volate in programma, lo spezzino ne conquista nove. Soltanto Fred Rodriguez gli nega il tripudio dell’en plain sfilandogli la nona tappa: Petacchi, comunque, arriva secondo per tre centimetri. Per trovare un corridore in grado di vincere almeno nove tappe in un grande giro, bisogna tornare al 1977, quando Freddy Maertens fece razzia portandone via tredici dalla Vuelta a España, e al 1927, anno in cui Alfredo Binda esultò per ben dodici volte al Giro d’Italia. La maglia ciclamino è la logica conseguenza di questo dominio. Sicuro di sé e dei suoi mezzi, Petacchi va al Tour de France deludendo tuttavia le aspettative: si ritira al termine della prima settimana senza aver lasciato il segno. È stanco, probabilmente: i suoi avversari ormai lo conoscono e non si danno certo da fare per ricucire sulle fughe o per arrogarsi la palma di favorito numero uno. Oneri e onori, insomma: essendo il più forte, è giusto che Petacchi senta la pressione e si prenda la responsabilità nelle tappe di pianura. Dopo una pausa che dura quasi due mesi, le energie sono di nuovo quelle del Giro d’Italia. Non porta a termine la Vuelta a España, ma in compenso primeggia quattro volte in due settimane. Il 2005 è una stagione di conferme e rivincite. Annichilisce la concorrenza alla Tirreno-Adriatico facendo centro altre tre volte, e, forte dei due chili persi rispetto a un anno prima, mette finalmente in bacheca quella Milano-Sanremo che così tante volte gli era sfuggita. I successi al Giro d’Italia sono quattro, quelli alla Vuelta a España cinque. E non è finita qui: conclude entrambe le corse, conquistando la classifica a punti della corsa a tappe spagnola. Al campionato del mondo di Madrid finisce lontano, al trentacinquesimo posto, non avendo saputo mantenere l’andatura del gruppo che si è giocato la vittoria ed è stato regolato da Tom Boonen. Il Mondiale non rispecchia la realtà: Alessandro Petacchi non è soltanto il velocista più forte al mondo, bensì uno dei più vincenti di sempre.

Le nove vittorie di tappa al Giro d’Italia 2004. @Alessandro Petacchi, Twitter

Diciannove tappe al Giro d’Italia, quattro al Tour de France, quattordici alla Vuelta a España; e poi la Milano-Sanremo, una tappa alla Parigi-Nizza, sei alla Tirreno-Adriatico: dal 2003 al 2005, Petacchi ottiene quello che un paio di ottimi velocisti possono sperare di vincere in una lunga carriera. Altrettanto significativi sono i nomi degli avversari che Petacchi si lascia regolarmente alle spalle: Cipollini, Bennati, Casper, Svorada, McEwen, Cooke, Kirsipuu, Vainšteins, Zabel, Rodriguez, Edo, Pollack, Eisel, Freire, Hondo, Hushovd, O’Grady, Steels, Bettini, Boonen. Qualsiasi ruota veloce dei primi anni duemila possa venirvi in mente, Petacchi l’ha sconfitta almeno una volta. Difficilmente doveva ricorrere alla furbizia, al lavoro delle altre squadre o all’ausilio della fortuna: molto spesso, al contrario, era lui a rompere gli indugi, a partire per primo, come se la forza di gravità respingesse soltanto i suoi avversari, come se la velocità fosse un limite soltanto per loro. Il più pericoloso di tutti, Petacchi non ha dubbi, è McEwen. “Quando stavo bene, sentivo di poter battere chiunque. Poi una volata la si può anche perdere, ma la mia sensazione era quella. Con tutti, però, tranne che con un corridore: McEwen. Specialmente quando me lo ritrovavo alla ruota, non ero sicuro d’averlo anticipato finché non avevo tagliato la riga bianca”, raccontò lo stesso Petacchi a Chronique du Vélo, svelando in un secondo momento un simpatico aneddoto. “Giro d’Italia 2004, era la tappa che arrivava a Treviso. McEwen voleva vincere a tutti i costi perché fino a quel momento si era sempre piazzato dietro di me; in più, aveva in programma di ritirarsi di lì a qualche giorno per preparare il Tour de France. Anch’io, però, avevo una motivazione in più per impedirglielo: Treviso, infatti, era la città del nostro sponsor, Fassa Bortolo. Non volevo mancare l’appuntamento. A cinquecento metri dall’arrivo, la velocità s’impenna e il mio uomo segue chi sta tirando. L’intento di Robbie è chiaro: vuole farmi partire presto per infilarmi negli ultimi metri. Gli va male. Ad un certo punto tocco anche i settantadue all’ora. Dopo l’arrivo, è senza parole: sei un fenomeno, mi disse, ci ho provato ma era impossibile”.

Il 3 gennaio 2006, Alessandro Petacchi compie trentadue anni. Non è più così giovane, è vero, ma ci sono almeno tre fattori che lasciano intravedere un futuro lungo e roseo: l’assenza di giovani emergenti in grado di infastidirlo; l’età avanzata che riguarda da vicino anche i suoi rivali più accreditati; infine, ma forse è l’aspetto più importante, una fiducia nelle proprie capacità e in quelle dei compagni di squadra maturata nel periodo di massimo splendore fisico e mentale. Pur avendo scavallato i trent’anni, Petacchi appare dunque in totale controllo delle volate alle quali partecipa. Rimarrà nel professionismo per altre dieci stagioni, ma, in seguito a eventi più e meno naturali, non sarà mai più così forte come lo è stato dal 2003 al 2005.

Se la giustizia fosse certa come un infortunio

Il 2006 di Petacchi continua nel solco vincente del recente passato. Alla vigilia del Giro d’Italia, ha già accumulato dodici vittorie: il Gran Premio Costa degli Etruschi, due tappe alla Valenciana, alla Ruta del Sol e alla Tirreno-Adriatico, il Giro della Provincia di Lucca e tutte e cinque le frazioni della Niedersachen- Rundfahrt. Alla Milano-Sanremo rimane stritolato nella morsa della Quick-Step, anticipando Boonen ma facendosi scappare Pozzato. Alla Gent-Wevelgem è terzo, il miglior piazzamento della carriera nella classica belga. Il suo Giro d’Italia, però, dura un paio di giorni appena. Nella seconda tappa in linea, da Perwez a Namur, il maltempo e l’asfalto viscido spargono zizzania in gruppo: un corridore dell’Euskaltel cade, Petacchi lo evita ma Cioni gli aggancia il manubrio e lo porta a terra. Lo spezzino si rialza e arriva al traguardo. “Continuerò”, annuncia in un primo momento. È impossibile: frattura della rotula sinistra. Rientrerà ad agosto ma ormai la stagione è compromessa. Alla Vuelta non va oltre un quarto posto. Nelle fasi finali della quindicesima frazione è davanti coi migliori, ma rimane chiuso ai trecento metri dell’arrivo e scivola al dodicesimo posto. Inavvicinabile per la rabbia, Petacchi sferra un cazzotto alla porta del pullman della squadra. La diagnosi è impietosa: frattura del collo del quinto metacarpo della mano destra.

L’ultima vittoria di Alessandro Petacchi al Grand Prix Pino Cerami 2014: tra il 2007 e il 2010, turbato da torbide vicende, non potrebbe mai immaginare dove lo porterà il suo futuro. @Alessandro Petacchi, Twitter

Alessandro Petacchi ha smarrito quel colpo di pedale che gli aveva permesso di avere quasi sempre la meglio sui propri rivali. Prima atterriva, adesso se gli va bene vince. In Qatar, ad esempio, Boonen lo batte nelle tre volate disponibili. “Non me ne capacitavo”, spiegò ancora a Chronique du Vélo. “Boonen finiva sempre dietro di me, un anno prima lo avrei battuto facilmente. Me la prendevo con le mie gambe: mi sembrava non girassero più”. È colpa dell’infortunio: “Per disputare una volata devi essere al 100%. Io, invece, nonostante mi allenassi nella maniera corretta, mi attestavo sempre sul 95%: il mio grosso problema è stata la frattura della rotula”.

I fantasmi, tuttavia, spariscono nella luce che genera Petacchi sulle strade del Giro d’Italia. Vince cinque volte e in altre quattro occasioni si piazza. Supera Förster, Hushovd, Balducci, Bettini, Richeze. La seconda, il cui traguardo era posto sul rettilineo del circuito del Mugello, è da antologia. Petacchi parte davanti ma la leggera pendenza dovrebbe favorire chi lo insegue; Bettini, Hushovd e Napolitano sembrano poterlo sverniciare in qualsiasi momento: non ci riusciranno. Petacchi ha fatto i conti con una precisione tale che i primi quattro piombano sulla linea del traguardo nello stesso istante: la ruota vincente è la sua. Nei giorni immediatamente successivi alla fine del Giro d’Italia, però, un terremoto sconvolge il movimento ciclistico italiano.

In un controllo del 23 maggio, data che corrisponde al successo di Petacchi a Pinerolo, è stato riscontrato un quantitativo di salbutamolo superiore al consentito: 1.320 nanogrammi/millilitro a fronte dei 1.000, praticamente tre inalazioni ogni sei ore, previsti se muniti di certificato medico. La Milram, la squadra che nel 2006 si è accaparrata le prestazioni di Petacchi grazie allo scioglimento della Fassa Bortolo, decide di sospenderlo. Lo spezzino dovrebbe partecipare anche al Tour de France, ma finché la questione non sarà risolta non si può parlare di futuro. Il 3 luglio, Petacchi ammette la negligenza: quella del 23 maggio fu una giornata esigente anche dal punto di vista climatico, ragion per cui ha inalato qualche spruzzo di Ventolin di troppo.

“Dopo dodici anni di carriera e centoquaranta corse vinte”, si sfoga alla Repubblica, “dico solo che non avevo nessun motivo per rovinarmi la carriera con un Ventolin. Allo scorso Giro d’Italia non ho fatto niente di diverso da tutte le altre volte, avevo vinto già due tappe prima, e poi ne ho rivinte altre due”. Il Tour de France parte senza Petacchi, ma la vicenda si risolve in un nulla di fatto. Il 24 luglio, la Commissione disciplinare della Federciclismo lo assolve dall’accusa di doping, respingendo la richiesta di squalifica di un anno formulata dal procuratore.

“È una delle vittorie più belle della mia vita”, dice alla stampa presente. “Non auguro a nessuno di soffrire quello che ho sofferto io. Ho sempre creduto di non aver fatto niente e ora esco a testa alta”. La seconda parte della stagione vede un Petacchi finalmente disteso e sereno: rimpingua il bottino di vittorie alla Vuelta a España ottenendone altre due e aggiunge alla lunga lista dei successi anche la Parigi-Tours. Il salbutamolo, però, tornerà a fargli visita nel 2008. E stavolta Petacchi dovrà incassare la squalifica.

Il 6 maggio 2008, il TAS, il tribunale arbitrale dello sport di Losanna, lo squalifica per un anno. Maria Laura Guardamagna, il legale dello spezzino, non esclude la possibilità di rivolgersi persino alla corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo. “È una decisione assurda”, conclude. Petacchi non è preoccupato dal Giro d’Italia ormai alle porte: aveva già annunciato che non avrebbe partecipato a causa di una tracheobronchite rimediata al Giro di Turchia. Sono le conseguenze della squalifica a togliergli la parola: gli vengono tolte le cinque vittorie di tappa al Giro d’Italia 2007 e quelle ottenute nel 2008 fino a quel momento.

La sanzione decorre dal 1 novembre 2007 e scadrà il 31 agosto 2008: sono dieci mesi e non dodici in quanto vengono conteggiati i due mesi di sospensione comminati dalla Milram nell’estate precedente in attesa che la questione venisse chiarita. Le vicissitudini di Petacchi e dell’antidoping non si concludono qui. Una decina di giorni prima di partire per il Tour de France 2010, si viene a sapere che Petacchi avrebbe ricevuto un invito a presentarsi presso la procura di Padova.

Il nome più caldo è quello di Lorenzo Bernucci, amico e compagno di squadra di Petacchi. Quando la casa di Bernucci è stata perquisita, sono saltate fuori diverse sostanze dubbie: sono in molti a pensare che le stesse tenendo lui su ordine del capitano, Petacchi appunto. Durante il giorno di Pasqua, le Fiamme Gialle entrano anche in casa di Petacchi ma non trovano niente. Lo spezzino, non essendosi dunque presentato in procura prima della partenza del Tour de France, dovrà andarci a Grande Boucle conclusa.

Lo farà e la questione verrà chiarita. Nel 2011, però, la Federciclismo introduce nel regolamento la norma anti-dopati: chi ha subito in carriera una squalifica superiore ai sei mesi non può correre i campionati italiani e non può essere convocato per il Mondiale. Nel 2016, Petacchi ripenserà a quei giorni in un’intervista concessa alla Repubblica:

“Minacciai di prendere la cittadinanza kazaka pur di correre al Mondiale 2011. Sentii di aver ricevuto un’ingiustizia. Era una regola antipatica che puniva una colpa già scontata. La mia era il Salbutamolo al Giro 2007, espiata con un anno di squalifica. Credevo bastasse”.

E ancora: “Furono buttate nello stesso calderone storie diversissime, appiccicandoci sopra l’etichetta “doping”. Come me anche Basso, Scarponi, Cunego non hanno potuto fare il Mondiale. Ognuno di noi ha avuto una gradazione di colpevolezza diversa e c’è persino chi ha pagato semplici accuse e ne è uscito pulito anni dopo. La marcia indietro è stata l’ammissione di un grande sbaglio”.

La notizia di Chris Froome con i valori del salbutamolo sballati alla Vuelta a España 2017 lo fece sorridere. “Sa cosa le dico? Alla fine è come se avessero assolto anche me”, disse a Pier Augusto Stagi di Tuttobiciweb. “Anch’io, quando fui trovato positivo al Giro nel 2007, ho provato con i miei legali e i miei periti a dimostrare che il livello di salbutamolo in un singolo campione di urina non è un indicatore affidabile della quantità inalata. A me hanno riconosciuto solo la buonafede e mi hanno squalificato un anno per negligenza, togliendomi la bellezza di tredici corse.

Per non parlare del danno d’immagine, dei quattrini spesi per difendermi, e quelli di mancato guadagno. Una cosa in questi anni l’ho imparata: la legge non è mai uguale per tutti. Froome e il Team Sky sono stati bravi perché hanno fatto tutto il possibile per dimostrare la loro buona fede. Mi dicono che per difendersi sono arrivati a spendere quasi dieci milioni di euro. I soldi non sono tutto, ma aiutano”.

Ancora qualcosa da dire

Nel 2009, Alessandro Petacchi ritrova un ciclismo stravolto: ha trentacinque anni e mezzo e i segni che, nel bene e nel male, una quindicina di stagioni tra i professionisti gli hanno lasciato addosso; e come se acciacchi ed età anagrafica non fossero sufficienti, c’è Mark Cavendish, di undici anni più giovane, che gli ha rubato la scena. In un testa a testa, Cavendish batte Petacchi: sulle tre settimane, però, l’esito non è così scontato. Il 2009 è l’anno in cui il britannico vince di più: ventitré volte, come il Petacchi del 2003. Farà sua la Sanremo, conquisterà due tappe al Giro d’Italia e addirittura sei al Tour de France. È il suo momento: è dotato di un’esplosività impressionante e circondato da una squadra che sembra nata per tirargli le volate. Se Greipel, Kittel e Sagan tamponeranno la supremazia di Cavendish nella seconda parte della sua carriera, durante la prima questo merito ce l’ha soltanto Alessandro Petacchi.

Alessandro Petacchi in maglia verde al Tour de France 2010. ©Andrew Sides, Flickr

Il Giro d’Italia 2009 e il Tour de France 2010 iniziano nella stessa maniera: con Petacchi che trionfa nelle prime due volate di gruppo. Finché può lanciare la volata dalla testa come piace a lui, evitando di conseguenza lo scatto bruciante di Cavendish, Petacchi sa ancora il fatto suo. Nel prosieguo dei due grandi giri, il britannico emergerà impedendo all’italiano di centrare altri successi. Se Petacchi ne centra due tanto al Giro d’Italia 2009 quanto al Tour de France 2010, Cavendish fa l’ingordo: si limita a tre nella corsa italiana mentre in quella francese si ripete in ben cinque occasioni.

La maglia verde, il simbolo della continuità, gli sfugge: la indossa proprio Alessandro Petacchi, quarantadue anni dopo Franco Bitossi. In più, con le classifiche a punti del Giro d’Italia e della Vuelta a España vinte rispettivamente nel 2004 e nel 2005, Petacchi è il quarto corridore dopo Merckx, Abdoujaparov e Jalabert a scrivere il suo nome nell’albo d’oro della classifica a punti dei tre grandi giri. Anche Cavendish ci riuscirà tra il 2010 e il 2013.

Ci sarebbero un’altra tappa al Giro d’Italia e una alla Vuelta a España, uno Scheldeprijs, un podio alla Milano-Sanremo e una serie notevole di piazzamenti. Ma c’è, soprattutto, il peso dei quarant’anni sempre più vicini. Petacchi li compie il 3 gennaio 2014, sei mesi dopo aver pensato seriamente al ritiro per poi accasarsi alla Quick-Step. Un trasferimento che, secondo lui, si sarebbe potuto fare molto tempo prima, se solo le chiacchierate con Lefevere fossero state più approfondite e mirate: nessuno dei due conosceva mai la disponibilità dell’altro.

Petacchi arriva in una squadra forte, moderna e che ha tanto da insegnargli: improvvisamente, dopo quarant’anni, lo spezzino si scopre amante del Belgio, discreto sotto la pioggia che fino ad allora lo aveva soltanto infastidito. Lui attribuisce tutto all’ambiente sereno ma professionale del team. I suoi compiti riguardano Cavendish: mettere a disposizione la sua esperienza, pilotarlo nelle fasi finali della corsa, assisterlo in tutte le altre. Vince una volta sola, al Grand Prix Pino Cerami, semiclassica belga. È l’ultima vittoria della sua carriera. Degli ultimi mesi alla Southeast abbiamo già detto tutto quel che poco che c’era da dire.

È il quarto italiano più vittorioso di sempre dietro a Moser, Saronni e Cipollini, terzo a pari merito con Cavendish per successi complessivi, quarantotto, nei tre grandi giri: ventidue al Giro d’Italia (ventisette considerando i cinque revocati dell’edizione 2007, ndr), sei al Tour de France e venti alla Vuelta a España. Ha vinto una Milano-Sanremo e ne ha sfiorate almeno altre due, ha vestito la maglia rosa per sette giorni, ha fatto parte del gruppo dei professionisti per diciannove stagioni e mezzo. Ingenui noi che ci stupiamo, dimentichi che stiamo parlando pur sempre di Alessandro Petacchi.

 

Foto in evidenza: ©Julius.kusuma, Wikipedia

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.