Alex Dowsett non ha paura del sangue

Alex Dowsett si è avvicinato al ciclismo grazie ad un problema: l’emofilia.

 

 

Alex Dowsett rimase stregato dal ciclismo un giorno in cui arrivò secondo, dunque dopo una sconfitta. Si trattava di una cronometro di dieci miglia, circa sedici chilometri, e il contesto era quello di un campionato scolastico. Il suo era il tempo migliore finché non tagliò il traguardo un ragazzo esageratamente più robusto e potente di lui: si chiamava Ian Stannard. Dowsett, tuttavia, era al settimo cielo: con i suoi quattordici anni era il più giovane tra i partecipanti e tra i primi dieci era l’unico sotto i sedici anni, l’età che aveva anche Stannard. E poi in bicicletta Dowsett c’era salito soltanto un anno prima, dopo aver nuotato per diverso tempo.

Ad avvicinarlo allo sport era stato suo padre, Phil, un ex pilota di British Touring Car: coi suoi racconti automobilistici instillò in suo figlio la passione per lo sport e un’ambizione smisurata, quella di poter intrattenere un giorno i suoi figli proprio come suo padre faceva con lui; con le prime uscite in bicicletta, invece, lo accompagnò verso una diversa visione del mondo. Dowsett, infatti, al ciclismo non ci aveva mai badato: più che di un sogno si trattava di una possibilità di riscatto, un modo come un altro per soddisfare un proposito urgentissimo.

Un giorno, aveva un anno e mezzo, Dowsett cadde e si procurò un taglio in bocca. I suoi genitori capirono che qualcosa non andava quando, diversi minuti più tardi, la fuoriuscita del sangue non si era ancora arrestata. In ospedale i dottori spiegarono loro che il bambino era emofiliaco: il processo di coagulazione del sangue saltava un passaggio e per assimilare ciò che mancava erano necessarie delle iniezioni. Dowsett imparò a fare tutto da solo quando aveva nove anni, uno dei più precoci che i sanitari ricordassero.

©BBC Sport, Twitter

Eppure la sua infanzia fu complicata: non veniva invitato ai compleanni per la paura che una semplice caduta potesse sfociare nell’impensabile, era costretto ad indossare delle protezioni sotto ai vestiti e nel viaggio d’andata verso una fattoria nella prima gita scolastica della sua vita il naso cominciò a sanguinargli copiosamente. «Ad essere influenzati dall’emofilia sono stati perlopiù i miei genitori, non io», spiegava comunque qualche anno fa. «Per me era diventata la normalità: l’ho accettata e ho fatto in modo che non rovinasse la mia vita». Il nuoto era stato scelto perché non prevedeva il contatto fisico, a differenza del calcio e del rugby. La bicicletta, invece, perché alla fine i suoi genitori si resero conto che anche lui doveva vivere la sua vita.

Ad oggi Alex Dowsett è il primo e unico emofiliaco ad aver raggiunto i vertici più alti di uno sport professionistico. Perché a forza di pedalare, non importa se per scappare da un incubo o per rincorrere un sogno, Dowsett è diventato un ciclista di tutto rispetto. Ha trovato nelle cronometro il suo esercizio preferito e l’ha fatto fruttare abbastanza bene: sei volte campione britannico, medaglia d’oro ai Giochi del Commonwealth nel 2014, il Record dell’Ora nel 2015, svariati piazzamenti qua e là – l’ultimo lo scorso anno nella prova a cronometro dei campionati del mondo dello Yorkshire, quinto a soli sette secondi dal bronzo di Ganna.

Consapevole del messaggio che il suo esempio avrebbe potuto trasmettere, Dowsett ha pensato bene di mettersi in viaggio: sia con Little Bleeders, un’associazione, sia con Miles for Haemophilia, una campagna che lo ha portato in giro per l’Europa per parlare con centinaia di persone accomunate dalla stessa storia. Quest’esperienza, a detta sua, lo ha riportato coi piedi per terra. Perché Dowsett s’era quasi montato la testa, specialmente quando nella cronometro di Saltara al Giro d’Italia 2013 batté avversari del calibro di Wiggins, Nibali, Evans, Urán. Credeva d’essere uno dei cronoman migliori del mondo e invece non lo era. Capì d’essere, bensì, un modello per tutte quelle persone che lo ascoltavano. «Grazie di cuore», gli disse una donna in Portogallo. «Adesso so che mio figlio può condurre una vita normale».

©Peter Stuart, Twitter

Il 2019 è stato l’anno più difficile per Dowsett: il futuro della Katusha, la squadra che lo ha accolto dopo Sky e Movistar, era incerto e lui non poteva accordarsi con nessun’altra formazione perché era legato a quella russa con un contratto fino al 2021. Il ritiro di Kittel, il corridore più rappresentativo, ha segnato un punto di non ritorno e infatti, alla fine della stagione, la licenza della squadra è stata rilevata dalla Israel Start-Up Nation, quella che poi è diventata la nuova realtà di cui Dowsett dovrà difendere i colori. Il 2020 avrebbe dovuto essere un anno fondamentale per lui: c’erano i Giochi Olimpici di Tokyo, il Tour de France e, sullo sfondo, la tentazione di misurarsi di nuovo col Record dell’Ora.

«Senza l’emofilia non sarei qui a parlare con voi e a celebrare questo successo», dichiarava estasiato al Manchester Velodrome nel 2015, dopo aver ritoccato il precedente primato di Rohan Dennis. Dovrà portare pazienza, Dowsett, anche se questo significa veder avvicinarsi i trentadue anni – li compirà ad ottobre – e il termine della carriera. Alla fine del 2017 diceva di avere ancora sei stagioni davanti: ad occhio e croce, dunque, gliene rimangono quattro. Per la gioia di sua madre, che non fa altro che ripetergli che non sarà tranquilla finché non lo saprà fuori dalle corse e dal ciclismo professionistico, lontano dalle cadute e dalle velocità folli. Ma non è forse quello che desidera ogni madre per il proprio figlio?

 

 

Foto in evidenza: ©Cycling Weekly, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.