Nonostante i ventidue anni è già stata quattro volte campionessa del mondo.

 

Dopo aver conquistato la maglia iridata nello stupore generale, l’inverno di Amalie Dideriksen ebbe le sembianze di un dubbio. “Cosa dobbiamo aspettarci da te nel 2017?”, le chiedevano giornalisti, tifosi e curiosi. Lei, che di dubbi non ne aveva poi molti, rispondeva: “Dimostrerò che il trionfo di Doha non è stata frutto del caso o di una giornata di grazia”. Ci è riuscita a metà: da allora, tanti piazzamenti (terza al mondiale di Bergen), cinque successi e diverse cronosquadre, anche se correre nella Boels-Dolmans gonfia questa statistica. Vince ancora poco, come ha affermato lei stessa a Cyclingnews. Ma delle vittorie, dunque, conta la quantità o il peso specifico?

Per arrivare a giocarsi una corsa, intanto, bisogna avere gambe solide come sequoie e mente fresca come rugiada. L’esperienza è fondamentale. Dideriksen, vedendo pedalare in gruppo suo fratello, si rese conto che al suo posto avrebbe voluto esserci lei. Non fu una decisione facile: significava farla gareggiare con dei ragazzi, dato che la Danimarca non abbondava di aspiranti cicliste. Col tempo Dideriksen provò sulla sua pelle la rabbia e la frustrazione che ribolliva nei maschi quando venivano sconfitti da lei. Una traiettoria anomala è stata fondamentale per prepararla al futuro, mentre uno splendido gesto d’amore rischiò di precluderlo: la madre, terrorizzata dal gruppo, fece sostituire il manubrio della bici da corsa con uno normale, orizzontale. Uno degli organizzatori le disse che no, non si poteva fare. La gloria della Dideriksen è un affronto alla paura.

Amalie Dideriksen è una velocista che, stringendo i denti, tiene anche su percorsi mossi. Sarà per questo, forse, che se dovesse scegliere una corsa del calendario maschile e portarla al femminile questa sarebbe la Parigi-Roubaix. Vincere poco, fino ad oggi, non è mai stato un grosso problema: non lo è mai, in fondo, se quando si vince lo si fa in grande stile. Tra le juniors, in due anni scarsi, Dideriksen conquistò tre maglie iridate: due volte consecutive campionessa mondiale su strada alle quali va aggiunto il titolo nello Scratch. Cominciò a girare in pista durante un inverno più freddo del solito (non che in Danimarca se ne siano visti molti miti). Fuori nevicava, il freddo la portò a stringere amicizia con un’attività particolarmente remunerativa.

Con lo studio, invece, Dideriksen ha dovuto scendere a patti. Ha terminato quand’era già professionista: doveva studiare nei pomeriggi liberi concessi in ritiro, non poteva contare nemmeno sull’effetto del caffè dato che non le piace. Essendo matura e realista, ha preferito non andare oltre. Della sua stoffa sono a conoscenza alla Boels-Dolmans e un episodio occorso nella quarta tappa dell’ultimo Holland Tour ha rinforzato questa sensazione. Amy Pieters era la velocista designata ma alcuni tentativi e un po’ troppa frenesia l’hanno portata ad esporsi troppo presto. A qualche chilometro dalla fine, l’ammiraglia informa Dideriksen: “Facciamo la volata per te”. E lei l’ha vinta, riuscendo a cambiare pelle tra una curva e una spallata.

Il colpo di reni col quale ha battuto Kirsten Wild a Doha resta ancora oggi inspiegabile. Una giovane danese, ventenne da qualche mese, con sole due compagne sulle quali poter contare. “Come ha fatto a vincere? Perché è forte”, riduceva all’osso Danny Stam della Boels-Dolmans. Julie Leth, una delle due spalle, non smetteva di urlarle nell’orecchio che “questa volta non è il titolo delle juniors, Amalie: questo è quello giusto”. Dideriksen ufficializzò subito la sua vittoria con un gesto spontaneo: una mano davanti alla bocca, l’espressione dello stupore di una ragazza che a vent’anni si era appena laureata campionessa del mondo per la quarta volta nel corso della sua vita.

 

Foto in evidenza: ©Jakub Zimoch, Wikipedia Commons

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.