La migliore risposta per chi non ha più fiducia nei giovani italiani.

 

Se Andrea Bagioli non fosse un ciclista, probabilmente non sarebbe nel mondo dello sport. Ne ha provati anche altri, corsa e nuoto ad esempio, ma evidentemente non dev’essere andata bene. Il destino si è messo d’accordo con la tradizione familiare: papà ciclista amatore, Nicola fratello maggiore juniores prima, dilettante poi, professionista adesso. Possono bastare queste casualità e influenze per plasmare un corridore come Andrea Bagioli? No, infatti c’è dell’altro. Cosa? “C’è che sono estremamente competitivo”, facendo intendere che la risposta è più che sufficiente.

Se Andrea Bagioli non fosse un ciclista e quindi un uomo di sport, sarebbe uno studente e in futuro un professionista: da ufficio e computer, giacca e cravatta, ma pur sempre un professionista. “Ho finito le superiori lo scorso luglio, perito meccanico, settanta su cento. C’era una mezza idea di tentare l’università ma fare le cose senza convinzione non è da me”.

Nessuna passione in particolare se non quella per i pedali, tanta chiarezza invece sulle scelte da prendere. Avrebbe voluto provare ingegneria meccanica, difficile da coniugare con le ambizioni di un corridore. “E infatti ho lasciato perdere fin da subito. In testa, adesso, ho soltanto la bicicletta”.

E invece Andrea Bagioli è un ciclista, uno di quelli veri, uno di quelli tosti. In poco più di un anno è passato dagli juniores agli stage con UAE Emirates e Team Sky. Al primo anno tra i dilettanti con la Colpack ha raccolto così tanti piazzamenti prestigiosi che, se fossero state vittorie, staremmo parlando di una stagione pantagruelica: terzo al Recioto, secondo alla Liegi, primo con una tappa al Terra di Ciclismo, quinto al Medio Brenta, secondo al Lombardia.

Merito anche dei consigli di Nicola, il fratello: “adesso che ho finito la scuola ci alleniamo insieme quasi tutte le mattine”. La bicicletta li aveva allontanati, il destino li ha riuniti. Il piazzamento che più gli brucia è l’ultimo della stagione scorsa, la ferita più fresca che non si è ancora rimarginata. “Al Lombardia volevo vincere ma sapevo che in volata Stannard era più veloce: niente da fare, peccato”. Il peso delle responsabilità non lo sente: “Ho fiducia in me, so di dover crescere ma anche di cosa posso fare. Se i risultati non arrivano, poche scuse: è colpa mia”.

Bagioli conosce la spiacevole sensazione di assistere ai pari età stranieri che fanno meno fatica, che emergono più facilmente, che vincono di più. “Noi non siamo da meno, è il movimento dilettantistico italiano che così non funziona. Ci vogliono le Continental, come all’estero, dove i giovani si confrontano coi grandi. E infatti da quest’anno anche la Colpack è una Continental. In Italia, poi, facciamo questi circuiti di un centinaio di chilometri senza salite o cambi di ritmo: poi vai all’estero e paghi dazio”.

Che non ci siano salite a lui dispiace eccome: si sente uomo da corse a tappe. Più che il Giro d’Italia, il Tour de France; più che Nibali, che comunque stima, è invaghito di Contador. Intanto ha debuttato tra i professionisti con la maglia della UAE Emirates: Tre Valli Varesine e Milano-Torino, meglio la seconda della prima. “Vanno forte, bisogna essere furbi e limare, salvare la gamba: quando negli ultimi chilometri aprono il gas sono impressionanti”.

Alla Tre Valli Varesine il mondo di Stannard e Bagioli si è capovolto: il primo e il secondo del Piccolo Lombardia hanno concluso la prova in ultima e penultima posizione. Il gruppo è un ecosistema e la corsa è evoluzione. Il ciclismo, invece, è religiosa tradizione: Matteo 20,1-16, “gli ultimi saranno primi”.

 

Foto in evidenza: ©Ronde de l’Isard

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.