Si è ritagliato un ruolo da protagonista in una squadra belga: basta?

 

Andrea Pasqualon crede fermamente: in Dio e in se stesso, difficile stabilire una gerarchia in base all’intensità. Se fosse un diesse, parole sue, Pasqualon scommetterebbe su Pasqualon. Nutrire tutta questa fiducia nei propri mezzi non è mica poco, se si considera che il veneto ha preso a pedalare seriamente soltanto adolescente. Fino a quel momento, non c’erano scarpini ma scarponi. Sciava, sfizio che si concede saltuariamente ancora oggi: sognava di diventare un secondo Alberto Tomba, ma si rese conto che costava troppi quattrini e virò sul ciclismo. Che è sempre stata l’altra passione, sia chiaro.

Pasqualon ha imparato a vincere con la Zalf e re-imparato con la Wanty. Nel mezzo, tanta silenziosa gavetta. La prima vittoria con la squadra belga arrivò alla Coppa Sabatini del 2017, con Colbrelli che dopo il traguardo gliene dice di cotte e di crude per un presunto cambio di traiettoria. Andrea non ha tempo per arrabbiarsi, prova a spiegarsi ma l’altro non ci sente. E allora Pasqualon piange, perché non alzava le mani al cielo da due anni, un lasso di tempo infinito per un corridore con buone qualità come lui.

Ancora non si capacita del seguito che il ciclismo può vantare in Belgio, tanto da arrivare a domandarsi se da quelle parti la gente lavori o meno dato che i marciapiedi sono pieni di tifosi anche al lunedì o al martedì. Sognava la Sanremo, ma siccome il Belgio lo ha stregato adesso ha in testa solo il Fiandre “perché se lo vinci diventi Dio in terra”. Per il terzo anno consecutivo, Pasqualon correrà il Tour de France. Quando due anni fa gli chiesero cosa si prova ad essere selezionati per la prima Grande Boucle della carriera, Andrea fu chiarissimo: una liberazione.

Punta alle frazioni che si risolveranno in uno sprint a ranghi ristretti: praticamente il pane quotidiano di Sagan, che infatti un giorno o l’altro spera di battere, e Matthews, già messo dietro da dilettante. Nelle trasferte e nelle volate si fa forza pensando alla famiglia, a Tanja e soprattutto Joyel, nata nel 2017. Come ha spiegato Andrea, volevano un nome diverso, originale: joy, che inglese significa gioia, e el, in ebraico letteralmente “il più alto”, sinonimo di grandezza e potenza. Dalla stessa radice deriva in arabo il termine Allah.

In una chiacchierata con Miriam Terruzzi, Pasqualon ha rivelato qual è la cosa che più di ogni altra lo manda in bestia: chi fa ritardo ad un appuntamento. Il suo, personalissimo ma allo stesso tempo collettivo, scatta da Bruxelles tra pochi giorni: farsi trovare impreparati sarebbe un errore imperdonabile. Andrea ci arriverà con la sfrontatezza che la corsa suggerisce e con la sicurezza di chi se lo è meritato. È una storia bella, la sua, umile e pacata: fresca e nuova come un telaio in carbonio e vecchia come un libro di storia che puzza di chiuso e con gli angoli spiegazzati. Dentro, le storie di tanti italiani ai quali la felicità e la fortuna in Italia sembrava vietata. Si ritrovarono costretti ad andare all’estero, trovandola.

 

 

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Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.